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venerdì 23 marzo 2012

Israele sotto inchiesta per gli insediamenti nei territori

Il Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite effettuerà una missione di inchiesta internazionale sulle conseguenze degli insediamenti delle colonie israeliane sul territorio palestinese. Si tratta di una grande novità nel panorama internazionale, che potrebbe cambiare la prospettiva dell'approccio al problema della nascita dello stato palestinese. La politica israeliana circa l'espansione dei propri coloni sui territori palestinesi, con il governo Netanyahu, è stata condotta in palese violazione degli accordi vigenti, senza che alcuna sanzione internazionale fermasse il processo di inclusione di territorio palestinese all'interno, di fatto, dello stato israeliano. Malgrado diverse condanne dal mondo internazionale, Tel Aviv ha condotto una politica che ha tollerato ufficialmente, ma che ha incoraggiato in maniera non ufficiale, per aumentare la propria estensione territoriale prima che la firma di un trattato metta fine all'attuale situazione non codificata in modo certo. Facendosi scudo delle continue situazioni al limite del conflitto, sopratutto con Hamas, Israele ha disconosciuto di fatto gli accordi di Camp David, in questo anche sostenuto dall'atteggiamento ambiguo ed accondiscendente degli USA, ed ha favorito la politica di espansione coloniale nei territori palestinesi, che vengono materialmente invasi da uomini in armi, in aperta violazione dei diritti umani degli abituali residenti palestinesi. Il Consiglio, formato da 47 membri, ha approvato la missione con 36 voti favorevoli, 10 astenuti ed un contrario: gli USA. Israele, che non fa parte del Consiglio, ha condannato la decisione come una vergognosa e palesemente favorevole alla causa palestinese. Tuttavia, pur essendo comprensibili le rimostranze israeliane, se viste con l'ottica della politica dell'attuale governo, peraltro osteggiata da gran parte della popolazione, l'atteggiamento di Tel Aviv appare poco lungimirante, sopratutto in questa fase di particolare tensione per lo stato ebraico, condizionato dalla questione del possibile confronto militare con l'Iran. L'impressione è che Israele punti ad ottenere tutti gli obiettivi che sta perseguendo, in un gioco molto pericoloso. Le condizioni dei palestinesi dei territori sui quali si stabiliscono le colonie israeliane, che è bene ricordarlo, sono composte quasi sempre da elementi delle fazioni ultra ortodosse e quindi assolutamente non disposte ne al diaologo ne alla convivenza, sono di totale privazione dei diritti civili, politici ed economici e subiscono confische e privazioni che creano potenziali cause di tensione con tutto il corollario che ne deriva: possibili attentati e terrorismo, in una spirale infinita che si avvita su se stessa. Queste situazioni, sopratutto non favoriscono il processo della realizzazione dei due stati, soluzione che potrebbe portare la pace nella regione e togliere argomenti al fondamentalismo islamico. In realtà Israele vuole che si verifichi questa evenienza solo a parole e comunque il più in la possibile nel tempo, per continuare la sua politica di espansione territoriale con la politica delle colonie. In questo atteggiamento vi è una colpevole arrendevolezza degli Stati Uniti, che continuano a portare avanti la manfrina dei negoziati diretti, soluzione più volte fallita proprio a causa di Tel Aviv, che ha sostenuto le scuse più diverse per rinviarli e quindi continuare la propria politica espansionistica. Le elezioni americane, poi, sono un ulteriore elemento che gioca a favore di Israele al fine di guadagnare tempo, infatti Obama, temendo qualsiasi reazione della lobby ebraica, non farà alcuna variazione sul tema, pur rendendosi conto che una rapida soluzione che vada verso la creazione dei due stati, forse, gli darebbe un aiuto enorme nella politica estera del medio oriente. La soluzione, invece, rappresenta una grande vittoria per l'Autorità Palestinese, che continua la sua battaglia pacifica all'interno delle istituzioni internazionali, sia per la decisione di inviare una missione ispettiva nei territori delle colonie, sia per quelli che saranno i probabili risultati, che dovrebbero sancire in modo inequivocabile gli abusi dei coloni israeliani sulla popolazione palestinese. D'altronde già nella risoluzione che decide l'ispezione è contenuta la richiesta allo stato ebraico di prendere le opportune misure per evitare la violenza dei coloni, mediante la confisca delle armi e l'imposizione di sanzioni penali, oltre che l'immediata cessazione della pratica del trasferimento di cittadini israeliani sul territorio palestinese occupato, definita esplicitamente occupazione straniera. Uno degli aspetti giuridici più controversi è proprio la definizione dell'insediamento delle colonie, Israele non riconoscendo la Palestina come entità statale, rifiuta la definizione di occupazione di territorio statale altrui, che potrebbe essere inquadrata come invasione, tuttavia lo status di membro osservatore ottenuto all'ONU dall'Autorità Palestinese pone come legittima la questione. Se questa fattispecie giuridica è vera, allora Israele sarebbe sanzionabile in sede internazionale. Anche se è obiettivamente difficile che si arrivi ad una determinazione del genere, è un fatto che la pressione delle organizzazioni internazionali, nonostante l'opposizione degli USA, si intensifichi su Tel Aviv, che però insiste nel proprio atteggiamento. Ma la rinnovata attenzione, sopratutto in sede internazionale, è da considerarsi un segno positivo verso la formazione dello stato Palestinese, fattore che permetterebbe la distensione nella regione ed anche un diverso atteggiamento verso Israele dei governi vicini, sempre più su posizioni di islamismo, seppure moderato.

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