Politica Internazionale

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giovedì 20 settembre 2012

La Turchia torna sulla questione del suo ingresso nella UE

La dichiarazione del ministro dell'economia della Turchia, Zafer Caglayan, è destinata a sollevare intense polemiche ed a riaprire un dibattito che pareva chiuso. Secondo il parere di Caglayan, in virtù degli ottimi risultati dell'economia turca, che ha registrato una crescita dell'8,5%, ottenuti grazie ad una politica economica espansiva incentrata sulla produzione di beni ed orientata a forti esportazioni verso i mercati orientali immediatemente vicini, sarà la stessa UE, in grave difficoltà economica, ad implorare l'ingresso della Turchia al suo interno. Secondo i calcoli del ministro economico turco, con la Turchia all'interno della UE, il PIL di Bruxelles sarebbe cresciuto dell'1,8%, malgrado le difficoltà di Grecia e Spagna. Molto dure le critiche verso gli organismi di controllo comunitari, che non hanno impedito i disastri economici della Grecia. Ma queste considerazioni, che si possono senz'altro condividere, appaiono strumentali: l'atmosfera tra Ankara ed Atene è da sempre molto tesa e la Turchia individua proprio nell'atteggiamento della Grecia uno dei maggiori ostacoli per il suo ingresso in Europa. Inoltre imputare l'esclusione turca alla volontà di fare della UE un club cristiano, oltre che avventato appare in questo momento poco responsabile. Tuttavia se la questione dell'entrata delle Turchia in Europa minaccia di riaprirsi in maniera anche molto aspra, occorre fare delle considerazioni sul perchè il governo di Ankara ha scelto proprio questo periodo per riaprire la questione. Un motivo è senz'altro di ordine economico, i mercati che hanno permesso alla Turchia il livello di sviluppo attuale non sarebbero più sufficienti per sostenere il tasso crescita; l'Ankara ha bisogno di entrare nel mercato più pregiato del mondo dalla porta principale, garantendosi così i vantaggi di cui altri paesi emergenti non potranno mai godere. Si aprirebbe, così, una sorta di binario preferenziale per le merci turche all'interno del vecchio continente, non paragonabile alle condizioni dei prodotti provenienti da paesi direttamente concorrenti. In questo caso la crescita della Turchia potrebbe registrare addirittura valori a cifra doppia e questo non malgrado, ma grazie al periodo di crisi che sta attraversando l'Unione Europea. La Turchia vorrebbe sfruttare proprio la fase attuale di difficoltà delle industrie continentali per ritagliarsi un proprio spazio, prima di una possibile ripartenza dell'economia della UE. Ma le condizioni che hanno determinato la bocciatura dell'ingresso nella UE non sono variate: la questione curda e quella dei diritti incompleti restano drammaticamente in piedi, l'islamizzazione, anche se non troppo estremizzata ma in progressiva crescita della società civile, favorita dalle politiche non certo laiche del governo al potere, restano una causa ostativa non indifferente ed anzi, se possibile aumentata, per la crescente diffidenza degli strati sociali europei verso l'affermazione in politica di un islamismo sempre più accentuato. E' vero che le garanzie di democrazia, sebbene ancora incomplete, della Turchia non ne consentono il paragone con l'Egitto, la Tunisia, o peggio, la Libia attuali, tuttavia una libera circolazione di un così grande numero di persone di religione islamica equiparate in tutto e per tutto alla attuale popolazione europea rappresenta un ostacolo ancora insormontabile. Per riuscire ad entrare in Europa sarebbe necessario un processo di maggiore laicità nella società turca, mentre quello che si verifica è il netto contrario. Non è questo un giudizio di merito ed ancor meno un suggerimento, è solo la constatazione effettiva di quelle che dovrebbero essere le condizioni che potrebbero favorire l'ammissione della Turchia nella UE. L'atteggiamento di Ankara, peraltro, non è certo di rassegnazione, la Turchia considera un suo diritto peculiare, il suo ingresso nella UE, ma nello stesso tempo, oltre alle argomentazioni di carattere economico, attualmente, non può presentare altre condizioni che possano favorirne il processo di integrazione europea.

Elezioni USA: la strategia sbagliata di Netanyahu

La strategia di Netanyahu, tenuta nei confronti della competizione elettorale degli Stati Uniti, si sta rivelando totalmente fallimentare. Il premier israeliano si è, infatti, schierato da subito con Romney, a cui lo lega un rapporto di amicizia risalente agli anni 70 del secolo scorso, in virtù dei ripetuti contrasti con il Presidente USA in carica, ritenuto troppo contrario alla politica del governo di Tel Aviv. I difficili rapporti con Obama si fondano sulla volontà di quest'ultimo di rilanciare il processo di pace tra palestinesi ed israeliani, per definire una volta per tutte la questione più spinosa dell'area del medio oriente, questione che serve da alibi ai tanti gruppi di estremisti islamici per la loro attività. Obama intendeva trovare una soluzione definitiva che portare la pace nella regione, fino ad arrivare alla costruzione, forse ancora utopica, di uno stato palestinese. Obiettivi troppo ambiziosi con un interlocutore come Netanyahu, che spesso anche in contrasto con gran parte dell'opinione pubblica del suo paese, ha portato avanti una politica basata sull'acquisizione di territorio, fondata sull'espansione delle colonie, in spregio ai trattati esistenti. Il comportamento del governo israeliano, spesso stigmatizzato anche ufficialmente da Washington, a portato alle relazioni tra i due paesi ad uno dei punti più bassi della storia. Lo stato dei rapporti, si è poi ulteriormente aggravato, con la continua minaccia di Israele di colpire l'Iran mediante un attacco armato, che impegnerebbe inevitabilmente, seppure controvoglia gli Stati Uniti, che hanno, al contrario, portato avanti una politica di dissuasione, peraltro non completamente efficace, nei confronti dell'Iran, basata sulle sanzioni economiche. Le visioni dei due governi, insomma, divergono totalmente e la mancanza di punti di contatto ha favorito una vera e propria critica aperta di Netanyahu nei confronti di Obama, portata fin dentro le istituzioni americane, come, ad esempio, il discorso tenuto dal premier israeliano di fronte al congresso americano, che lo ha osannato grazie alla maggioranza repubblicana. Romney, dal canto suo, ha imperniato molto della parte del suo programma elettorale, proprio in uno smaccato favore alle attuali politiche israeliane, sostenendo l'inferiorità culturale dei palestinesi ed il legittimo diritto per lo stato della stella di David ad eleggere Gerusalemme come propria capitale, stravolgendo ogni ragione e motivo di opportunità politica, su di un tema a cui il mondo arabo risulta particolarmente sensibile. Per inciso sulla comunità ebrea statunitense il programma di Romney non ha avuto praticamente effetto, se, come dicono i sondaggi, le intenzioni di voto di questa parte di elettorato sono per la grande maggioranza in favore di Obama. Probabilmente la situazione dello stato di Israele vista dagli ebrei USA è di grande apprensione, poichè se ad un capo di stato poco incline al dialogo venisse a mancare la diga di contenimento esercitata dal Presidente americano in carica, sostituito da un politico che, pare, condividere le prospettive muscolari di Netanyahu, il destino del paese andrebbe incontro, nel migliore dei casi, a sicure guerre. Tuttavia le possibilità per Romney di essere eletto sembrano diminuire ogni giorno che passa, per Netanyahu, la conferma di Obama per altri quattro anni, significherà dovere cambiare il continuo atteggiamento di sfida, esercitato anche in ragione della presenza delle elezioni, usate come arma ricattatoria. Senza più questa leva, per il premier israeliano, a sua volta impegnato nelle elezioni il prossimo anno, dove viene dato per favorito, sarà difficile continuare nella politica tenuta fino ad ora nei territori e sarà necessaria una maggiore collaborazione sul caso iraniano. Anche se Netanyahu ed Obama non sono certo in buoni rapporti personali, Israele dovrà trattare con maggiore riguardo il suo principale alleato e fare delle necessarie concessioni al processo di pace che, se sarà rieletto, il presidente USA intende portare avanti. Se verrà delineata questa situazione, in Israele, l'opinione pubblica dovrà fare delle attente valutazioni sulla capacità in politica estera, sopratutto verso gli Stati Uniti, di Netanyahu, che si è sempre vantato di esserne un profondo conoscitore: puntare così esplicitamente sul candidato perdente avrà certamente conseguenze non irrilevanti sul giudizio dei suoi cittadini.

martedì 18 settembre 2012

La Cina richiede la neutralità degli USA

L'eventualità che gli USA installino un secondo scudo di difesa missilistica in Giappone, allarma la Cina, attraversata dalle proteste nazionalistiche per la questione delle isole contese con Tokyo. In realtà il sistema di difesa missilistica verrebbe installato per difendere il paese del Sol levante da un possibile attacco proveniente dalla Corea del Nord; ma il fatto che la località, dove verrà impiantato lo scudo, non sia stata resa pubblica, ha alimentato le perplessità di Pechino, che temono una partecipazione, anche se indiretta, degli USA nella contesa. L'esplicita richiesta cinese, agli Stati Uniti di mantenersi neutrali nella questione, è arrivata direttamente al Segretario alla difesa Leon Panetta, durante la visita di tre giorni, che sta compiendo a Pechino e che segue quella avvenuta in Giappone. La versione ufficiale di Washington è proprio quella della neutralità, lasciando ai due paesi l'onere della soluzione, ma in realtà gli USA seguono da vicino la vicenda e parteggiano chiaramente per il Giappone, alleato fondamentale nella regione, anche in chiave anti cinese. Inoltre Tokyo e gli USA sono legati dal patto di sicurezza bilaterale, che il governo giapponese estende anche alle isole contese considerandole proprio territorio. Va detto che secondo i trattati in vigore, seppure mai riconosciuti dal Giappone, le isole non rientrano nella sfera di potestà giuridica di Tokyo e, quindi, per il diritto internazionale, il patto a cui si appella il governo del Giappone non sarebbe applicabile in caso di confronto armato nello specchio acqueo delle stesse isole. Per gli USA, quindi la questione è spinosa, da un lato vi è la volontà di non urtare il colosso cinese, sopratutto nelle difficile fase delle elezioni presidenziali, dove il precetto di Obama è quello di evitare ogni possibile fatto che possa creare problemi internazionali e fornire così appiglio a Romney, ma dall'altro lato, oltre la naturale alleanza con il Giappone, vi è l'interesse che gli stessi Stati Uniti o i suoi alleati abbiano il presidio di qualsiasi posizione, che può essere strategicamente determinante, per consentire il controllo delle vie di comunicazione marine, ritenute essenziali per la movimentazione delle merci. Per Panetta si prospetta così, una missione molto delicata e difficile, dove dovrà fornire tutte le rassicurazioni possibili ai dirigenti cinesi che accusano gli USA di doppio gioco. Il tutto in un clima ed un ambiente particolarmente agitato, per le tante manifestazioni, promosse in parte dallo stesso governo di Pechino, espressamente antigiapponesi, che seguono l'invio di navi militari cinesi nelle vicinanze delle isole. Malgrado le ultime proteste si siano svolte senza incidenti, si teme una replica di quelle della scorsa settimana avvenute a Canton e caratterizzate da episodi di violenza, che hanno portato all'arresto di undici manifestanti. La paura nei giapponesi in Cina è tale che numerose fabbriche cinesi impegnate nella costruzione di prodotti di famosi marchi nipponici, hanno sospeso la produzione. In questo quadro Panetta tenterà un'opera di mediazione gravida di rischi, sopratutto proprio per gli USA.

Quali relazioni tra occidente e mondo arabo?

Le esplosioni di violenza in seguito al film su Maometto, portano a riflessioni sulla conciliabilità tra mondo arabo e mondo occidentale. Divisi profondamente da modi di vita differenti e con rapporti segnati da conflittualità persistenti, per i due emisferi agli antipodi si pensava ad un possibile avvicinamento, su piano paritario e non più di subalternità, grazie all'avvento delle primavere arabe, che potevano favorire un terreno d'incontro grazie all'introduzione dei sistemi democratici. Questa convinzione, che ha portato i governi occidentali ad impegnarsi in prima persona, con uomini e mezzi, nei teatri della protesta, si è rivelata errata. La radicalizzazione dei movimenti religiosi nei tessuti sociali e la presenza di minoranze fortemente ideologizzate, hanno vanificato la speranza, che grazie all'introduzione di libere elezioni, tra mondo arabo ed occidente, i rapporti avessero uno sviluppo su basi nuove. In realtà la situazione delle relazioni internazionali, se è possibile, è nettamente peggiorata. Se i sistemi dittatoriali sconfitti, riuscivano ad incanalare la rabbia verso gli occidentali, alimentandola o soffocandola, secondo l'interesse del momento, ora si assiste ad uno stato permanente di avversione, che sta sempre più sfociando in episodi violenti, in spregio alle norme più elementari del diritto internazionale. La domanda più importante riguarda le evoluzioni possibili della situazione, che comprende una gamma di ipotesi che va dall'equilibrio instabile alla vera e propria guerra di religione. Se è un fatto che la maggior parte dei componenti dei popoli arabi ambiscono ad una vita migliore rispetto a quella che facevano sotto le dittature, è altrettanto vero che la maggioranza, nel segreto dell'urna ha optato per partiti o gruppi che si rifanno chiaramente ad indirizzi confessionali più o meno accentuati, rispetto ai partiti laici usciti sconfitti dalle elezioni. Questo non vuole dire che tutti i votanti dei partiti islamici siano degli estremisti, ma sicuramente guardano con maggiore simpatia alle tendenze dei nuovi governi. Queste tendenze hanno instaurato, in forme più o meno accentuate, leggi molto vicine ai precetti islamici, che nelle forme più esasperate poco hanno a che fare con la democrazia, nella cui affermazione nel mondo arabo si sperava molto. L'errore di fondo è però stato, concepire che l'unica democrazia possibile fosse quella di tipo occidentale, mentre i risultati delle urne, hanno fatto emergere un fatto nuovo, capace di conciliare, almeno nella forma, le regole democratiche, con l'andata al potere dei partiti di indirizzo islamico. In realtà ciò non rappresenta una vera e propria novità, già in paesi come l'Iran si erano verificati fenomeni analoghi, ma ciò non è stato ritenuto rilevante, erroneamente, per l'andamento delle primavere arabe. Vista da occidente la situazione delle popolazioni, specialmente delle donne, non appare migliorata, ma è un'ottica relativa che funziona con i valori che non sono dei popoli arabi. Quello che conta per la pace mondiale è che alle tante situazioni di pericolosità si aggiungono, ma anche si sovrappongono, i rapporti tra occidente e mondo arabo, che sono ora contraddistinti da una spirale di continuo peggioramento. Ormai ogni passo o azione che si vuole intraprendere da parte degli occidentali può essere letta ed interpretata in maniera totalmente distorta, a vantaggio del crescente peso nella società che rivestono i gruppi radicali, che hanno il potere di indirizzare l'opinione pubblica attraverso la penetrazione sociale e le facili proteste contro avversari comuni, presentati come nemici dell'Islam. Se per gli USA di Obama questa rappresentazione è senz'altro una forzatura, dato l'appoggio materiale concesso ai ribelli delle dimostrazioni dello scorso inverno, ed anche per l'incessante opera di mediazione, che la Casa Bianca ha operato nel mondo arabo, per Israele essere identificato come nemico islamico numero uno è più comprensibile. L'atteggiamento iniquo tenuto dal governo in carica, nella questione degli insediamenti, le continue vessazioni al popolo palestinese e per ultimo, pur con qualche ragione, la questione del possibile attacco all'Iran, ne fanno il bersaglio preferito degli integralisti. Va detto che il comportamento di Tel Aviv non aiuta gli USA, nell'azione di convincimento dei governi arabi verso una migliore disposizione verso Washington e ciò costituisce un ulteriore motivo di attrito tra i due stati, ma gli Stati Uniti non possono abbandonare a se stesso Israele, anche se questo è protagonista di una politica, sia interna, che estera, dissennata. In più il malumore islamico si allarga verso altri paesi occidentali, come dimostrano sempre più le manifestazioni che mettono in pericolo le loro ambasciate, sottoposte spesso a veri e propri stati
d'assedio, in numerosi stati arabi. Se la situazione dovesse, quindi, degenerare, il pericolo di una spaccatura difficilmente sanabile è molto concreto e potrebbe rappresentare l'inizio di un conflitto tra nord e sud del mondo. Per evitare questa possibilità occorre dosare sapientemente le forze di dissuasione materiale, come l'impiego delle armi, e quelle diplomatiche, che passano sia dai canali classici delle relazioni internazionali tra governi ed il finanziamento di correnti più moderate capaci di imporsi sui gruppi estremisti. In ogni caso un processo non breve e difficile, che deve ricomprendere la revisione della valutazione degli eventi futuri in maniera da consentire una migliore capacità di previsione.

giovedì 13 settembre 2012

Gli attacchi alle ambasciate USA rientrano in un piano più ampio?

Le vicende che hanno coinvolto, in modo tragico gli USA, in Libia d in Egitto, aprono prospettive inquietanti sugli equilibri della sponda sud del Mediterraneo. Aldilà dell'opportunità di fare e trasmettere un film che andava ad offendere in modo inequivocabile la sensibilità, sempre più crescente, delle popolazioni arabe, che si sono espresse in maniera compatta per partiti vicino all'islamismo, esprimendo, quindi una determinata scelta sopratutto di vita, occorre considerare quelli che sono stati presentati, inizialmente come aspetti accessori della vicenda, ma che, invece, ne costituiscono gli elementi scatenanti. Fatta salva la stupidità del reverendo che brucia i corani per inutile istigazione, ma che potrebbe avere un ruolo di provocazione nell'ambito di un disegno con chiare finalità nella contesa presidenziale, tutto a favore dello sfidante repubblicano, occorre analizzare, a fronte dei risultati drammatici, la scarsa preparazione politica dell'amministrazione americana, in teatri che non hanno seguito l'evoluzione attesa a seguito delle primavere arabe. E' risultato evidente che l'appoggio fornito nelle ribellioni contro Gheddafi e Mubarak, non ha permesso agli USA di accreditarsi in modo sufficiente ne presso i governi in carica ne presso la popolazione. Washington è ancora vista come la potenza imperialista nemica dell'Islam, malgrado gli sforzi e gli aiuti concessi. Ma oltre questa condizione negativa, non vi è stata la percezione della capacità dei gruppi terroristici, tra i quali sicuramente Al Qaeda, di tramare nell'ombra in virtù di un mimetismo sicuramente concesso da parte della società civile. E' triste affermare che in questo momento gli USA sono più vulnerabili, sia in Libia che in Egitto, rispetto a quando al comando delle due nazioni vi erano i dittatori deposti. Per riflesso questa condizione si pone anche sugli alleati americani, che sono dall'altra parte del mare Mediterraneo e non è un caso che il fenomeno dei clandestini sia ripreso in questi giorni in dosi massicce, vera e propria pratica id pressione e di ricatto già usata dai governanti deposti. Quello che si pone è un problema di relazioni internazionali tra due mondi, che sembrano ormai inconciliabili e che, però, sono divisi da un tratto di mare neanche troppo ampio. L'estremismo islamico, cui dietro è impossibile non vedere la mano iraniana, pare avere gioco troppo facile nel riscaldare gli animi e gli stessi governanti al potere adottano una tattica ambigua, che non fa che innalzare ulteriormente la temperatura delle relazioni diplomatiche. Questi fatti avvengono in un momento troppo delicato per la pace mondiale, la questione iraniana e quella israeliana sono costantemente vicino al punto di rottura e le imminenti elezioni statunitensi non possono che obbligare Obama ad una risposta, che, seppure concordata con il governo libico, autorizzerà gli estremisti più radicali a farla leggere al resto del popolo come una invasione. Del resto Obama era proprio ciò che temeva di più e ragion per cui aveva tenuto un atteggiamento di basso profilo durante le primavere arabe. Alla fine è fin troppo facile sospettare di potenze straniere dietro questi fatti, quale migliore occasione per mettere in difficoltà un Presidente che ha cercato di risolvere i problemi con il dialogo; si prenda la questione iraniana, con l'annesso corollario israeliano, a nessuno dei due piace l'atteggiamento di Obama perchè gli costringe ad una inazione snervante, in questo caso un presidente USA, comunque volente o nolente fulcro delle trattative, messo alle strette, può convenire ad entrambi per avere le mani più libere. Mai come in questo momento ad Obama occorrono nervi d'acciaio e lungimiranza estrema, anche nel poco tempo che ha a disposzione.

martedì 11 settembre 2012

L’incremento della manifattura come soluzione all’uscita della crisi

La dichiarazione dell’ex presidente del consiglio italiano, Romano Prodi, che ha auspicato un incremento della manifattura a livello europeo, per combattere la disoccupazione e, contestualmente, il rilancio dell’economia. La tesi di Prodi parte dall’assunto che il costo del lavoro con le aree dove la manodopera è più conveniente si è ridotto in maniera considerevole. Se questo è vero è stato il meccanismo combinato che ha determinato un abbassamento dei salari verso il basso nelle zone dove il costo del lavoro era più elevato. Ciò significa un impoverimento di tanti addetti specializzati, che si è completato con l’aggiunta di perdita di professionalità legata alla delocalizzazione del lavoro. Ma, a parte queste considerazioni, la proposta di Prodi non si può non considerare, la saturazione del terziario, sopratutto di quello avanzato, pone degli interrogativi sulla distribuzione del lavoro nelle aree occidentali, che non possono non comprendere una riorganizzazione del tessuto produttivo che abbia al centro la massima diffusione possibile dei posti di lavoro. Ma la sola produzione non basta se non vi è una adeguata commercializzazione, a parte un mercato interno dei cosidetti paesi ricchi, che è tutto da riorganizzare, stimolare e rilanciare, vi sono i mercati emergenti, che per vastità e ricchezza, hanno costituito il traino per la crescita mondiale; questo è stato possibile per il passaggio da una economia arretrata ad una economia avanzata, basata, però, proprio sull’uso spinto della manifattura. Incrementare quindi la produzione di beni, più che di servizi, in una parte del mondo significa diminuirla da un’altra, a meno che non si riesca a trovare un equilibrio, peraltro fortemente instabile, su ui fondare il riassetto. Da una parte l’incremento occupazionale in occidente è funzionale anche ai paesi emergenti, che hanno proprio nelle nazioni più ricche, lo sbocco maggiore per le loro merci, ma dall’altra parte la concorrenza su questi mercati è la maggiore fonte di preoccupazione. La teoria che si compete con i cinesi con produzioni di livello elevato è vera soltanto in parte, l’indotto del lusso, pur florido, non può garantire una occupazione elevata perchè il mercato è limitato, quindi l’incremento manifatturiero di cui parla Prodi deve avvenire su livelli di prodotti inferiori, perchè consentono una penetrazione maggiore del mercato. Ma questa parte di produzione è stata pressochè abbandonata dagli industriali che hanno optato per una politica generalizzata di delocalizzazione, determinando la distruzione di un tessuto produttivo e del sapere ad esso connesso, che ora è completamente da ricostruire. Si aggiunga che tale necessità arriva in un momento storico che gli stati non possono supportare a pieno, perchè sono impegnati a salvare la finanza, che essi vedono ancora come motore della crescita, dimenticando le tante speculazioni, che hanno portato all’arricchimento di pochi ed all’impoverimento generale. La strada indicata da Prodi è una soluzione che per essere attuata ha bisogno di molta europa e di imprenditori illuminati che sappiano giocare sul medio e lungo periodo, non amministratori delegati incapaci di innovare, che scaricano la loro inettitudine sugli operai delle loro aziende, accanendosi sul falso problema del costo del lavoro. Eppure nonostante questi ostacoli al recupero della manifattura non vi è alternativa, ed il primo passo spetta proprio alle istituzioni statali che devono abbassare la pesante tassazione che grava sul costo del lavoro, senza di ciò e senza una giustizia civile più snella, fare industria in occidente sarà ancora difficile.

venerdì 7 settembre 2012

Per la sua rielezione, Obama si presenta senza false promesse

Dunque Obama ha accettato, come era scontato, di essere il candidato democratico per le prossime presidenziali americane. Il suo discorso conclusivo alla convention del partito è stato, però, di tutt'altro tono rispetto a quello di quattro anni prima, quando l'entusiasmo ne era il fattore distintivo. Il tono quasi sommesso è giustificato dall'andamento dell'economia americana, segnata da una contrazione considerevole a causa di una crisi che, proprio secondo il presidente uscente, durerà ancora a lungo. Proprio questa ammissione consente ad Obama di esaltare la sua sincerità come qualità morale, che va aldilà delle roboanti promesse fatte dallo sfidante Romney. Tuttavia la scelta è anche obbligata, dopo quattro anni difficili, per Obama non vi era altra soluzione che presentarsi a capo chino e senza false promesse, che avrebbero ottenuto soltanto un effetto negativo. Infatti, se da un lato l'elettore medio americano, sopratutto quello repubblicano, vuole promesse che gli consentano di sognare, vi è stata nell'ultimo periodo, forse proprio a causa della congiuntura negativa, una crescita che ha sviluppato una nuova consapevolezza nei cittadini, che può permettere ai candidati un approccio più responsabile. Ciò non ha impedito ad Obama di definire il risultato che uscirà dalle urne uno spartiacque per la società statunitense; la definizione è sostanzialmente azzeccata: è veritiero, infatti, che una vittoria dei repubblicani azzererebbe le conquiste sociali permesse dalle leggi di Obama, prima fra tutte quella della diffusione dell'assistenza medica, oltre ad una tassazione maggiore per la classe media con il conseguente impoverimento della maggior parte della popolazione. Si tratta di due visioni opposte, dove però quella repubblicana si basa ancora su teoremi liberisti che ormai hanno fatto il loro tempo. Proprio per evitare questo ritorno a politiche fallimentari, Obama chiede fiducia per completare il proprio lavoro e propone un programma che si basa sulla creazione di un milione di posti di lavoro nella produzione manifatturiera, basando questo intento nella previsione di aumentare le esportazioni, risparmiare tramite il dimezzamento delle importazioni petrolifere, puntare sulla diffusione dell'istruzione, grazie ad un abbassamento sostanziale del costo delle tasse universitarie, innalzare il numero degli insegnanti di materie scientifiche e sopratutto ridurre il deficit pubblico di più di 4.000 miliardi di dollari nell'arco di 10 anni. Rispetto a quattro anni fa il programma è meno ambizioso, ma nelle condizioni attuali del paese resta un piano fattibile ma con grosse difficoltà. Occorrerà stimolare la produzione e sviluppare un efficace sistema di contrasto del commercio cinese, con cui l'intenzione di aumentare le esportazioni va necessariamente a scontrarsi, convincere gli ambientalisti della necessità di intensificare la produzione di greggio locale, convincere la maggioranza, se le cose non cambieranno, repubblicana del congresso ad investire ancora più denaro pubblico per finanziare l'istruzione. Insomma se il programma di Obama può essere considerato positivo, occorre valutare gli ostacoli cui andrà incontro per la sua effettiva realizzazione. Come non sarà semplicissimo mettere in atto la volontà di tassare maggiormente i redditi superiori a 250.000 dollari, provvedimento che è il perno della riforma fiscale assieme alla semplificazione tributaria. In questo quadro i successi in politica estera, che pure ci sono stati anche in maniera sostanziosa, passano praticamente in secondo piano, vera e propria inversione di tendenza nell'elettorato americano, peraltro già in atto da tempo, proprio per la cresciuta importanza dei problemi interni. Alla fine Obama convince i delegati democratici, tra i quali cresce il peso dei latino americani, proprio perchè ha saputo presentare la realtà delle cose, il problema, ora sarà se lo stesso metodo varrà anche con i singoli elettori, non ingabbiati dalle logiche di partito; mentre il vantaggio su Romney pare ridursi, per Obama sembra necessario un ulteriore scatto per convincere appieno la maggioranza dell'elettorato.