Al momento attuale le trattative appaiono un tentativo che incontra continui fallimenti e con la situazione che si aggrava ancora di più. L’ultimo elemento di novità è stato l’ingresso sullo scenario degli Houti, una minaccia, che da latente è diventata concreta. Durante la campagna elettorale Trump aveva più volte contestato le guerre americane in paesi lontani: ora ne è protagonista il Presidente USA, nonostante avesse più volte promesso di non coinvolgere il paese con lui come inquilino della Casa Bianca. Non solo, oltre a promettere di non iniziare alcuna guerra, promise di mettere fine a quelle in corso. Purtroppo la verità è sotto gli occhi di tutti, le velleità del Presidente hanno determinato l’aumento dei prezzi del petrolio ed hanno trascinato il mondo in una fase di recessione dell’economia, con implicazioni anche sulle future emigrazioni, perché le carestie alimentari saranno praticamente sicure, dato che il blocco riguarda anche i fertilizzanti. Il principale errore è stato paragonare il Venezuela all’Iran, dove si credeva ad una minore consistenza del regime, che ha saputo reagire, sia sul fronte interno, che in quello esterno, dimostrando una resilienza tutt’altro che prevista. In più gli USA, partiti per impedire lo sviluppo nucleare, hanno subito lo spostamento delle ragioni del conflitto, oramai indirizzato contro la libera circolazione delle merci, prima fra tutte il petrolio. Se venisse assicurato il dominio sul transito sullo stretto di Hormuz e su quello di Bab el-Mandeb, la quota di petrolio mondiale bloccata o comunque soggetta al controllo dell’Iran e dei suoi alleati, gli Houti, sarebbe di circa il 30 per cento, con conseguenze ancora più gravi sull’economia mondiale. Questo potrebbe trasformare il conflitto, che potrebbe coinvolgere altre potenze, geograficamente ben lontane dalla regione. Per ora, però, il conflitto vive una stasi a causa della relativa scarsità di entrambi i contendenti di armamenti di cui disporre, l’Iran persegue una strategia che vuole impegnare l’avversario con attacchi, che non implichino un dispendio di mezzi economici, mentre gli USA, che politicamente non possono permettersi un attacco di terra, vedono la strategia dei bombardamenti mirati, perdere sempre più efficacia. Su questa situazione incombono le elezioni di medio termine, previste negli USA per novembre, mentre il gradimento attuale di Trump è molto basso, questo fattore viene sfruttato da Teheran che obbliga la Casa Bianca a non cedere, ma ciò fa restare gli USA sul cambio di battaglia con scarsi risultati: in ogni caso il risultato che si sta determinando è una sconfitta per il presidente americano. In definitiva, dopo avere speso 33 miliardi di euro nel conflitto, tema di profonda critica e che sembrano non bastare, Trump per finire la guerra potrebbe essere costretto a cedere lo stretto di Hormuz agli iraniani e fornirgli così una entrata inaspettata e certamente importante per uno stato in grave crisi economica; e nello stesso tempo non si parla più di togliere la possibilità di costruire un’atomica all’Iran. Teheran sta riuscendo a vincere su due fronti ed il regime appare sempre più saldo, si può affermare che Trump abbia fallito su tutti gli obiettivi prefissati. Anche l’eventualità di lasciare la gestione della crisi ad altri soggetti internazionali, una possibilità che potrebbe essere molto concreta, sarebbe una sconfitta politica e diplomatica non facilmente assorbibile dal presidente americano. Una via d’uscita, molto pericolosa e che si spera non si possa verificare, è appoggiare il leader israeliano nella sua volontà di attaccare comunque il paese iraniano, per ora frenata da Trump: uno scenario che, questo si, potrebbe trascinare il mondo verso un ben triste epilogo.
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martedì 28 luglio 2026
Trump's Wrong-Eyed Conflict with Iran
At present, negotiations appear to be an attempt that is continually failing, with the situation worsening further. The latest development has been the entry of the Houthis into the picture, a threat that has gone from latent to concrete. During the election campaign, Trump had repeatedly criticized American wars in distant countries: now the US President is the protagonist, despite having repeatedly promised not to involve the country with him as a White House occupant. Not only that, in addition to promising not to start any wars, he promised to end those underway. Unfortunately, the truth is plain for all to see: the President's ambitions have led to rising oil prices and dragged the world into an economic recession, with implications for future emigration, as food shortages are virtually guaranteed, given that the blockade also affects fertilizers. The main mistake was comparing Venezuela to Iran, where it was believed the regime was weaker, but it has been able to react, both domestically and externally, demonstrating a resilience that was anything but expected. Furthermore, the United States, which began by preventing nuclear development, has suffered a shift in the conflict's motivations, now directed against the free movement of goods, primarily oil. If control over transit through the Straits of Hormuz and Bab el-Mandeb were assured, the share of global oil blocked or otherwise subject to the control of Iran and its Houthi allies would be approximately 30 percent, with even more serious consequences for the global economy. This could transform the conflict, potentially involving other powers geographically far from the region. For now, however, the conflict is stagnant due to the relative scarcity of available weapons on both sides. Iran is pursuing a strategy of engaging its adversary with attacks that do not require an expenditure of economic resources, while the United States, politically unable to afford a ground attack, sees its strategy of targeted bombings increasingly losing effectiveness. The midterm elections scheduled for November in the US loom over this situation, while Trump's current approval rating is very low. Tehran is exploiting this factor, forcing the White House not to give in. This, however, leaves the US stuck in the middle of the battlefield, with little success. In any case, the outcome is a defeat for the American president. Ultimately, after spending €33 billion on the conflict, a subject of intense criticism and seemingly insufficient, Trump may be forced to cede the Strait of Hormuz to Iran to end the war, thus providing an unexpected and certainly significant source of income for a country in serious economic crisis. At the same time, there is no longer any talk of depriving Iran of its ability to build a nuclear weapon. Tehran is managing to win on two fronts, and the regime appears increasingly stable. It can be said that Trump has failed on all his predetermined objectives. Even the possibility of leaving the crisis management to other international actors, a very real possibility, would be a political and diplomatic defeat that the American president would not easily absorb. One very dangerous solution, one that hopefully will not materialize, is to support the Israeli leader in his desire to attack Iran regardless, a move currently held back by Trump: a scenario that, indeed, could drag the world toward a very sad outcome.
El conflicto desacertado de Trump con Irán
En la actualidad, las negociaciones parecen ser un intento que fracasa continuamente, y la situación empeora cada vez más. El último acontecimiento ha sido la entrada en escena de los hutíes, una amenaza que ha pasado de latente a concreta. Durante la campaña electoral, Trump criticó repetidamente las guerras estadounidenses en países lejanos: ahora el presidente de EE. UU. es el protagonista, a pesar de haber prometido repetidamente no involucrar al país con el que estaría en la Casa Blanca. No solo eso, además de prometer no iniciar ninguna guerra, prometió poner fin a las que ya estaban en curso. Desafortunadamente, la verdad es evidente: las ambiciones del presidente han provocado un aumento en los precios del petróleo y han arrastrado al mundo a una recesión económica, con implicaciones para la emigración futura, ya que la escasez de alimentos está prácticamente garantizada, dado que el bloqueo también afecta a los fertilizantes. El principal error fue comparar Venezuela con Irán, donde se creía que el régimen era más débil, pero ha sido capaz de reaccionar, tanto interna como externamente, demostrando una resiliencia totalmente inesperada. Además, Estados Unidos, que inicialmente se oponía al desarrollo nuclear, ha experimentado un cambio en las motivaciones del conflicto, ahora dirigido contra la libre circulación de mercancías, principalmente petróleo. Si se garantizara el control del tránsito por los estrechos de Ormuz y Bab el-Mandeb, la proporción del petróleo mundial bloqueado o sujeto al control de Irán y sus aliados hutíes sería de aproximadamente el 30%, con consecuencias aún más graves para la economía global. Esto podría transformar el conflicto, involucrando potencialmente a otras potencias geográficamente alejadas de la región. Por ahora, sin embargo, el conflicto se encuentra estancado debido a la relativa escasez de armas disponibles en ambos bandos. Irán está adoptando una estrategia de atacar a su adversario con ataques que no requieren un gasto de recursos económicos, mientras que Estados Unidos, políticamente incapaz de costear un ataque terrestre, ve cómo su estrategia de bombardeos selectivos pierde cada vez más efectividad. Las elecciones de mitad de mandato previstas para noviembre en Estados Unidos ensombrecen esta situación, mientras que el índice de aprobación actual de Trump es muy bajo. Teherán está explotando esta situación, obligando a la Casa Blanca a no ceder. Esto, sin embargo, deja a Estados Unidos atrapado en medio del conflicto, con escaso éxito. En cualquier caso, el resultado es una derrota para el presidente estadounidense. Finalmente, tras gastar 33.000 millones de euros en el conflicto, una cifra objeto de intensas críticas y que parece insuficiente, Trump podría verse obligado a ceder el estrecho de Ormuz a Irán para poner fin a la guerra, lo que proporcionaría una fuente de ingresos inesperada y sin duda significativa para un país en grave crisis económica. Al mismo tiempo, ya no se habla de privar a Irán de su capacidad para fabricar armas nucleares. Teherán está logrando victorias en dos frentes, y el régimen parece cada vez más estable. Se puede decir que Trump ha fracasado en todos sus objetivos preestablecidos. Incluso la posibilidad de dejar la gestión de la crisis en manos de otros actores internacionales, una posibilidad muy real, sería una derrota política y diplomática que el presidente estadounidense no asimilaría fácilmente. Una solución muy peligrosa, que esperemos que no se materialice, es apoyar al líder israelí en su deseo de atacar a Irán a toda costa, una medida que actualmente está siendo frenada por Trump: un escenario que, de hecho, podría arrastrar al mundo hacia un desenlace muy triste.
Trumps verfehlter Konflikt mit dem Iran
Derzeit scheinen die Verhandlungen ein fortwährender Fehlschlag zu sein, und die Lage verschärft sich zusehends. Jüngste Entwicklung ist das Auftreten der Huthis, eine Bedrohung, die von latent zu konkret geworden ist. Während des Wahlkampfs hatte Trump die amerikanischen Kriege in fernen Ländern wiederholt kritisiert: Nun steht der US-Präsident selbst im Mittelpunkt, obwohl er wiederholt versprochen hatte, das Land während seiner Amtszeit nicht in Kriege hineinzuziehen. Mehr noch: Zusätzlich zu seinem Versprechen, keine Kriege zu beginnen, versprach er, die laufenden zu beenden. Leider ist die Wahrheit offensichtlich: Die Ambitionen des Präsidenten haben zu steigenden Ölpreisen und einer weltweiten Wirtschaftskrise geführt, mit Folgen für die zukünftige Auswanderung, da Lebensmittelknappheit angesichts der Blockade, die auch Düngemittel betrifft, praktisch unausweichlich ist. Der Hauptfehler bestand darin, Venezuela mit dem Iran zu vergleichen, wo man das Regime für schwächer hielt. Doch Venezuela konnte sowohl innen- als auch außenpolitisch reagieren und bewies eine unerwartete Widerstandsfähigkeit. Darüber hinaus hat sich die Motivation des Konflikts zwischen den USA, die ursprünglich die Entwicklung von Atomwaffen verhindern wollten, verschoben. Nun richtet sich der Konflikt gegen den freien Warenverkehr, vor allem von Öl. Könnte die Kontrolle über den Transit durch die Straße von Hormus und Bab al-Mandab sichergestellt werden, läge der Anteil des globalen Öls, der blockiert oder anderweitig von Iran und seinen Houthi-Verbündeten kontrolliert würde, bei etwa 30 Prozent – mit noch gravierenderen Folgen für die Weltwirtschaft. Dies könnte den Konflikt grundlegend verändern und möglicherweise auch geografisch weit entfernte Mächte hineinziehen. Derzeit stagniert der Konflikt jedoch aufgrund der relativen Knappheit an verfügbaren Waffen auf beiden Seiten. Iran verfolgt die Strategie, den Gegner mit Angriffen zu konfrontieren, die keine wirtschaftlichen Ressourcen erfordern, während die USA, die sich einen Bodenangriff politisch nicht leisten können, mit ihrer Strategie gezielter Bombardierungen zunehmend an Effektivität verlieren. Die für November angesetzten Zwischenwahlen in den USA überschatten diese Situation, und Trumps Zustimmungswerte sind derzeit sehr niedrig. Teheran nutzt diesen Faktor aus und zwingt das Weiße Haus zum Nicht-Nachgeben. Dadurch geraten die USA jedoch mitten ins Konfliktgeschehen und erzielen nur geringe Erfolge. In jedem Fall bedeutet dies eine Niederlage für den amerikanischen Präsidenten. Nachdem Trump 33 Milliarden Euro für den Konflikt ausgegeben hat – ein Betrag, der heftig kritisiert wird und als unzureichend erscheint –, könnte er letztendlich gezwungen sein, die Straße von Hormus an den Iran abzutreten, um den Krieg zu beenden. Dies würde dem Land in seiner schweren Wirtschaftskrise eine unerwartete und sicherlich bedeutende Einnahmequelle verschaffen. Gleichzeitig ist von der Verhinderung des iranischen Atomwaffenprogramms keine Rede mehr. Teheran gelingt es, an zwei Fronten zu gewinnen, und das Regime wirkt zunehmend stabil. Man kann sagen, dass Trump mit all seinen vorgefassten Zielen gescheitert ist. Selbst die Möglichkeit, das Krisenmanagement anderen internationalen Akteuren zu überlassen – eine durchaus realistische Option – wäre eine politische und diplomatische Niederlage, die der amerikanische Präsident nicht so leicht verkraften könnte. Eine sehr gefährliche Lösung, von der man hoffentlich nicht ausgehen wird, wäre es, den israelischen Staatschef in seinem Wunsch, Iran anzugreifen, zu unterstützen – ein Vorhaben, das derzeit von Trump zurückgehalten wird: ein Szenario, das die Welt tatsächlich in eine sehr traurige Zukunft führen könnte.
Le conflit malavisé de Trump avec l'Iran
À l'heure actuelle, les négociations semblent vouées à l'échec, et la situation ne cesse de s'aggraver. Le dernier développement en date est l'entrée en scène des Houthis, une menace qui est passée de latente à concrète. Pendant la campagne électorale, Trump avait critiqué à maintes reprises les guerres américaines dans des pays lointains : aujourd'hui, le président américain est au cœur du conflit, malgré ses promesses répétées de ne pas impliquer les États-Unis une fois à la Maison-Blanche. De plus, outre sa promesse de ne pas déclencher de guerre, il avait promis de mettre fin à celles en cours. Malheureusement, la vérité est claire pour tous : les ambitions du président ont entraîné une flambée des prix du pétrole et plongé le monde dans une récession économique, avec des conséquences sur l'émigration future, car les pénuries alimentaires sont quasi inévitables, le blocus affectant également les engrais. La principale erreur a été de comparer le Venezuela à l'Iran, où l'on croyait le régime plus faible. Or, ce dernier a su réagir, tant sur le plan intérieur qu'extérieur, faisant preuve d'une résilience inattendue. De plus, les États-Unis, qui ont initialement cherché à empêcher le développement nucléaire, constatent un changement dans les motivations du conflit, désormais orienté vers la libre circulation des marchandises, principalement du pétrole. Si le contrôle du transit par les détroits d'Ormuz et de Bab el-Mandeb était assuré, la part du pétrole mondial bloquée ou soumise au contrôle de l'Iran et de ses alliés houthis atteindrait environ 30 %, avec des conséquences encore plus graves pour l'économie mondiale. Cela pourrait transformer le conflit et potentiellement impliquer d'autres puissances géographiquement éloignées de la région. Pour l'instant, cependant, le conflit stagne en raison de la relative rareté des armes disponibles de part et d'autre. L'Iran poursuit une stratégie consistant à engager son adversaire par des attaques ne nécessitant pas de dépenses économiques, tandis que les États-Unis, politiquement incapables de financer une attaque terrestre, voient leur stratégie de bombardements ciblés perdre progressivement en efficacité. Les élections de mi-mandat prévues en novembre aux États-Unis pèsent sur cette situation, alors que la cote de popularité de Trump est actuellement très basse. Téhéran exploite cette situation, contraignant la Maison Blanche à ne pas céder. Cependant, cela laisse les États-Unis enlisés au cœur du conflit, avec peu de succès. Quoi qu'il en soit, le résultat est une défaite pour le président américain. Finalement, après avoir dépensé 33 milliards d'euros dans ce conflit, un montant vivement critiqué et jugé insuffisant, Trump pourrait être contraint de céder le détroit d'Ormuz à l'Iran pour mettre fin à la guerre, offrant ainsi une source de revenus inattendue et certainement substantielle à un pays en grave crise économique. Parallèlement, il n'est plus question de priver l'Iran de sa capacité à se doter de l'arme nucléaire. Téhéran parvient à gagner sur deux fronts, et le régime semble de plus en plus stable. On peut dire que Trump a échoué sur tous ses objectifs prédéterminés. Même l'éventualité de confier la gestion de la crise à d'autres acteurs internationaux, une possibilité bien réelle, constituerait un revers politique et diplomatique que le président américain aurait du mal à encaisser. Une solution très dangereuse, qu'il faut espérer ne pas voir se concrétiser, consiste à soutenir le dirigeant israélien dans son désir d'attaquer l'Iran quoi qu'il arrive, une initiative actuellement bloquée par Trump : un scénario qui, en effet, pourrait entraîner le monde vers une issue très triste.
O conflito equivocado de Trump com o Irão
Actualmente, as negociações parecem ser uma tentativa que falha continuamente, com a situação a agravar-se ainda mais. O desenvolvimento mais recente foi a entrada em cena dos Houthis, uma ameaça que passou de latente a concreta. Durante a campanha eleitoral, Trump criticou repetidamente as guerras americanas em países distantes: agora o presidente dos EUA é o protagonista, apesar de ter prometido repetidamente não envolver o país enquanto ocupasse a Casa Branca. Não só, como, para além de prometer não iniciar qualquer guerra, prometeu pôr fim às que já estavam em curso. Infelizmente, a verdade é evidente para todos: as ambições do presidente levaram ao aumento dos preços do petróleo e arrastaram o mundo para uma recessão económica, com implicações para a futura emigração, uma vez que a escassez de alimentos é praticamente garantida, dado que o bloqueio também afecta os fertilizantes. O principal erro foi comparar a Venezuela ao Irão, onde se acreditava que o regime era mais fraco, mas o país conseguiu reagir, tanto interna como externamente, demonstrando uma resiliência totalmente inesperada. Além disso, os Estados Unidos, que inicialmente se concentraram em impedir o desenvolvimento nuclear, viram as suas motivações alteradas, agora dirigidas contra a livre circulação de mercadorias, principalmente petróleo. Se o controlo do trânsito através dos Estreitos de Ormuz e Bab el-Mandeb fosse garantido, a quota-parte do petróleo global bloqueada ou sujeita ao controlo do Irão e dos seus aliados houthis seria de aproximadamente 30%, com consequências ainda mais graves para a economia mundial. Isto poderia transformar o conflito, envolvendo potencialmente outras potências geograficamente distantes da região. Por ora, contudo, o conflito permanece estagnado devido à relativa escassez de armamento disponível para ambos os lados. O Irão adopta uma estratégia de ataques que não exigem dispêndio de recursos económicos, enquanto os Estados Unidos, politicamente incapazes de suportar um ataque terrestre, vêem a sua estratégia de bombardeamentos direccionados perder cada vez mais eficácia. As eleições intercalares, marcadas para novembro nos EUA, pairam sobre esta situação, enquanto a taxa de aprovação de Trump se mantém muito baixa. Teerão está a explorar este fator, forçando a Casa Branca a não ceder. Isto, no entanto, deixa os EUA presos no meio do campo de batalha, com pouco sucesso. De qualquer forma, o resultado é uma derrota para o presidente norte-americano. Em última análise, depois de gastar 33 mil milhões de euros no conflito, alvo de intensas críticas e aparentemente insuficiente, Trump poderá ser forçado a ceder o Estreito de Ormuz ao Irão para pôr fim à guerra, proporcionando assim uma fonte de rendimento inesperada e certamente significativa para um país em grave crise económica. Ao mesmo tempo, já não se fala em privar o Irão da sua capacidade de construir uma arma nuclear. Teerão está a conseguir vencer em duas frentes, e o regime parece cada vez mais estável. Pode dizer-se que Trump falhou em todos os seus objectivos pré-determinados. Mesmo a possibilidade de deixar a gestão da crise para outros actores internacionais, uma possibilidade bem real, seria uma derrota política e diplomática que o presidente americano não absorveria facilmente. Uma solução muito perigosa, que esperamos que não se concretize, seria apoiar o líder israelita no seu desejo de atacar o Irão a qualquer custo, uma medida actualmente travada por Trump: um cenário que, de facto, poderia arrastar o mundo para um desfecho muito triste.
Неправильный взгляд Трампа на конфликт с Ираном
В настоящее время переговоры, похоже, представляют собой постоянно терпящую неудачу попытку, а ситуация продолжает ухудшаться. Последним событием стало вступление в игру хуситов, угроза которых из скрытой превратилась в конкретную. Во время предвыборной кампании Трамп неоднократно критиковал американские войны в далеких странах: теперь же главным действующим лицом стал сам президент США, несмотря на неоднократные обещания не вовлекать эту страну в конфликт, будучи президентом. Более того, помимо обещаний не начинать войны, он обещал положить конец уже идущим. К сожалению, правда очевидна: амбиции президента привели к росту цен на нефть и втянули мир в экономическую рецессию, что имеет последствия для будущей эмиграции, поскольку дефицит продовольствия практически гарантирован, учитывая, что блокада затрагивает и удобрения. Главной ошибкой было сравнение Венесуэлы с Ираном, где, как считалось, режим был слабее, но он смог отреагировать как внутри страны, так и за рубежом, продемонстрировав совершенно неожиданную стойкость. Кроме того, Соединенные Штаты, начавшие конфликт с предотвращения развития ядерной программы, изменили свои мотивы, теперь они направлены против свободного перемещения товаров, прежде всего нефти. Если бы контроль над транзитом через Ормузский и Баб-эль-Мандебский проливы был гарантирован, доля мировой нефти, заблокированной или иным образом находящейся под контролем Ирана и его союзников-хуситов, составила бы приблизительно 30 процентов, что имело бы еще более серьезные последствия для мировой экономики. Это могло бы трансформировать конфликт, потенциально вовлекая другие державы, географически удаленные от региона. Однако на данный момент конфликт находится в застое из-за относительной нехватки доступного оружия с обеих сторон. Иран проводит стратегию противодействия противнику с помощью атак, не требующих значительных экономических ресурсов, в то время как Соединенные Штаты, политически неспособные позволить себе наземное нападение, видят, что их стратегия целенаправленных бомбардировок все больше теряет свою эффективность. На эту ситуацию нависают промежуточные выборы в США, запланированные на ноябрь, а текущий рейтинг одобрения Трампа очень низок. Тегеран использует этот фактор, вынуждая Белый дом не уступать. Однако это оставляет США в центре конфликта, с небольшим успехом. В любом случае, результатом является поражение американского президента. В конечном итоге, потратив на конфликт 33 миллиарда евро, что вызвало резкую критику и кажется недостаточным, Трамп может быть вынужден уступить Ирану Ормузский пролив, чтобы положить конец войне, обеспечив тем самым неожиданный и, безусловно, значительный источник дохода для страны, находящейся в серьезном экономическом кризисе. В то же время, разговоров о лишении Ирана возможности создать ядерное оружие больше не ведется. Тегерану удается побеждать на двух фронтах, и режим выглядит все более стабильным. Можно сказать, что Трамп провалил все свои заранее определенные задачи. Даже возможность оставить урегулирование кризиса другим международным игрокам, вполне реальная, стала бы политическим и дипломатическим поражением, которое американскому президенту было бы непросто пережить. Одно из крайне опасных решений, которое, будем надеяться, не осуществится, — это поддержка израильского лидера в его стремлении атаковать Иран любой ценой, что в настоящее время сдерживается Трампом: сценарий, который, безусловно, может втянуть мир в очень печальные события.