Il prossimo obiettivo della strategia, politica e militare, di Israele, passa dall’orizzonte sciita a quello sunnita. Tel Aviv, con dichiarazioni di differenti politici, anche di alto rilievo, ha minacciato esplicitamente la Turchia, definendola il nuovo Iran, ed assoggettandola al Qatar, entrambi accusati di volere estendere la loro influenza dalla Siria fino a tutto il Medio Oriente. La presenza di oltre ventimila militari turchi nel paese siriano rappresenta un ostacolo per l’ulteriore obiettivo espansionistico, che Tel Aviv si sarebbe prefissato, dopo il Libano. L’impossibilità dello scontro militare si sposta, così, su quello diplomatico e non riguarda solo la Turchia ed il Qatar, l’obiettivo più ampio è evitare una coalizione più compatta e coesa di paesi sunniti, tra cui Egitto ed Arabia Saudita, con quest’ultima che sembra sfuggita alla suggestione degli accordi di Abramo, proprio a causa delle operazioni militari spregiudicate di Israele. Gli effetti del ridimensionamento iraniano e dei suoi alleati, ha finito per favorire un risorgimento delle ragioni politiche sunnite, che, sebbene con alcune differenze di vedute, sono accomunate da un interesse strategico e geopolitico della limitazione del ruolo israeliano nella regione a favore di un nuovo protagonismo nel Medio Oriente, con conseguente limitazione della libertà di azione militare che Israele si è arrogato, con la dottrina di occupazione in Libano, dopo la continua carneficina di Gaza. A alleanza sunnita, tra l’altro, si deve anche annoverare il Pakistan, altro attore impegnato ad assumere sempre più rilevanza internazionale; tuttavia la preoccupazione maggiore di Tel Aviv riguarda la Turchia, sia per la capacità del suo esercito, sia per la sua ambizione ad essere la forza trainante della coalizione sunnita, ma, soprattutto per la sua appartenenza all’Alleanza Atlantica, che rende praticamente impossibile un possibile attacco, anche se minacciato, da parte di Israele verso la Turchia. Oltretutto i rapporti da Trump ed Erdogan sono, al momento, ottimi e questo complica di molto le velleità israeliane. Certo un attacco contro Ankara metterebbe alla prova la solidità dell’Alleanza Atlantica, già compromessa dal presidente americano, tuttavia andare allo scontro frontale con l’Europa dovrebbe essere un buon dissuasivo anche per gli atteggiamenti sprezzanti di Tel Aviv. Resta comunque, una opzione da non sottovalutare e da considerare attentamente da parte di uno stato, che è diventato praticamente protagonista, in negativo, di politiche autoreferenziali nel campo del diritto internazionale e dell’uso indiscriminato delle armi. Con la possibile creazione di questa alleanza sunnita la questione palestinese tornerebbe praticamente come il problema di primo piano, dato il favore, almeno dichiarato, dei paesi sunniti ad una risoluzione a favore di uno stato palestinese. Da considerare anche le ingenti capacità economiche dei paesi produttori di petrolio, che potrebbero destinare alla ricostruzione di Gaza ed alla liberazione dalle colonie della Cisgiordania, per accrescere il loro prestigio in tutti i paesi sunniti e più in generale nell’opinione pubblica mondiale, che ha isolato Israele, purtroppo soltanto moralmente. Non è da tralasciare anche l’influsso che deriverebbe da questo protagonismo internazionale della Turchia nell’ambito interno dove Erdogan incontra crescenti difficoltà, che ha sempre cercato di risolvere più con la politica internazionale anziché con l’azione interna, basata su repressione e contrasto al dissenso. Aldilà delle implicazioni interne, che saranno comunque un dato da monitorare e da tenere in costante monitoraggio, occorrerà verificare gli sviluppi della politica interna israeliana, per vedere l’indirizzo che potrà prendere, anche e soprattutto nel caso di sconfitta dell’attuale governo. Le minacce del vice presidente americano, nei confronti di Tel Aviv, hanno costituito una novità da parte del governo di Washington, che per ora non ha sortito gli effetti voluti, ma hanno costituito un precedente rilevante, che, in caso di sviluppi ed unito alla nascita del blocco sunnita, sono per Israele un pericoloso segnale di pericolo: come reagirà staremo a vedere.
Politica internazionale
Blog di discussione su problemi di relazioni e politica internazionale; un osservatorio per capire la direzione del mondo. Blog for discussion on problems of relations and international politics; an observatory to understand the direction of the world.
Politica Internazionale
Cerca nel blog
giovedì 2 luglio 2026
Sunni danger to Israel
The next objective of Israel's political and military strategy shifts from the Shiite to the Sunni horizon. Tel Aviv, through statements by various politicians, including high-profile ones, has explicitly threatened Turkey, calling it the new Iran and subjugating it to Qatar, both accused of seeking to extend their influence from Syria to the entire Middle East. The presence of over twenty thousand Turkish troops in Syria represents an obstacle to the further expansionist objective that Tel Aviv has set itself, after Lebanon. The impossibility of military conflict thus shifts to a diplomatic one, and concerns not only Turkey and Qatar; the broader objective is to prevent a more compact and cohesive coalition of Sunni countries, including Egypt and Saudi Arabia, the latter of which appears to have escaped the temptation of the Abraham Accords, precisely because of Israel's unscrupulous military operations. The effects of the downsizing of Iran and its allies have ultimately fostered a resurgence of Sunni political views. Although there are some differences of opinion, they share a strategic and geopolitical interest in limiting Israel's role in the region in favor of a new prominence in the Middle East. This has resulted in a consequent restriction of the military freedom Israel has arrogated to itself with its occupation doctrine in Lebanon, following the ongoing carnage in Gaza. Among the Sunni allies, among others, is Pakistan, another player striving to assume ever greater international prominence. However, Tel Aviv's greatest concern is Turkey, both for the capacity of its military and its ambition to be the driving force of the Sunni coalition, but above all, for its membership in the Atlantic Alliance, which makes a possible attack, even a threatened one, by Israel against Turkey virtually impossible. Furthermore, relations between Trump and Erdogan are currently excellent, greatly complicating Israel's ambitions. Certainly, an attack on Ankara would test the strength of the Atlantic Alliance, already compromised by the American president. However, engaging in a head-on confrontation with Europe should also be a good deterrent against Tel Aviv's contemptuous attitudes. It remains, however, an option not to be underestimated and to be carefully considered by a state that has practically become the protagonist, in a negative way, of self-referential policies in the field of international law and the indiscriminate use of weapons. With the possible creation of this Sunni alliance, the Palestinian question would practically return to the forefront, given the Sunni countries' at least declared support for a resolution favoring a Palestinian state. Also to be considered are the significant economic resources of oil-producing countries, which they could allocate to the reconstruction of Gaza and the liberation of the West Bank settlements, thus enhancing their prestige among all Sunni countries and, more generally, among world public opinion, which has isolated Israel, unfortunately only morally. Nor should we overlook the influence that Turkey's international prominence would have on the domestic scene, where Erdogan is facing growing difficulties, which he has always sought to resolve through international politics rather than domestic action, based on repression and the suppression of dissent. Beyond the domestic implications, which will in any case be monitored and closely monitored, it will be necessary to monitor developments in Israeli domestic politics to determine the direction it could take, especially if the current government were defeated. The US vice president's threats against Tel Aviv were a first for the Washington government, which so far has not had the desired effect, but they have set a significant precedent. If further developments occur, combined with the emergence of the Sunni bloc, they are a dangerous warning for Israel: how it will react remains to be seen.
Peligro sunita para Israel
El siguiente objetivo de la estrategia política y militar de Israel se desplaza del ámbito chií al suní. Tel Aviv, mediante declaraciones de diversos políticos, incluso de alto perfil, ha amenazado explícitamente a Turquía, calificándola de nuevo Irán y subyugándola a Qatar, ambos acusados de intentar extender su influencia desde Siria a todo Oriente Medio. La presencia de más de veinte mil soldados turcos en Siria representa un obstáculo para el objetivo expansionista que Tel Aviv se ha propuesto, tras la intervención en Líbano. La imposibilidad de un conflicto militar se transforma así en una cuestión diplomática, que no solo afecta a Turquía y Qatar; el objetivo más amplio es impedir la formación de una coalición más compacta y cohesionada de países suníes, como Egipto y Arabia Saudí, esta última aparentemente ajena a la tentación de los Acuerdos de Abraham, precisamente debido a las operaciones militares inescrupulosas de Israel. Los efectos del debilitamiento de Irán y sus aliados han propiciado, en última instancia, un resurgimiento de las posturas políticas suníes. Aunque existen algunas diferencias de opinión, comparten un interés estratégico y geopolítico en limitar el papel de Israel en la región, favoreciendo así una mayor prominencia en Oriente Medio. Esto ha conllevado una restricción de la libertad militar que Israel se ha arrogado con su doctrina de ocupación en Líbano, tras la continua matanza en Gaza. Entre los aliados suníes se encuentra Pakistán, otro actor que aspira a una mayor influencia internacional. Sin embargo, la mayor preocupación de Tel Aviv es Turquía, tanto por la capacidad de su ejército como por su ambición de ser la fuerza motriz de la coalición suní, pero sobre todo por su pertenencia a la Alianza Atlántica, lo que hace prácticamente imposible un posible ataque, incluso una amenaza, de Israel contra Turquía. Además, las relaciones entre Trump y Erdogan son actualmente excelentes, lo que complica enormemente las ambiciones de Israel. Sin duda, un ataque contra Ankara pondría a prueba la fortaleza de la Alianza Atlántica, ya debilitada por el presidente estadounidense. Sin embargo, un enfrentamiento directo con Europa también debería ser un buen elemento disuasorio contra las actitudes desdeñosas de Tel Aviv. Sigue siendo, no obstante, una opción que no debe subestimarse y que debe ser cuidadosamente considerada por un Estado que prácticamente se ha convertido en protagonista, de forma negativa, de políticas autorreferenciales en el ámbito del derecho internacional y del uso indiscriminado de armas. Con la posible creación de esta alianza suní, la cuestión palestina volvería prácticamente a ocupar un lugar central, dado el apoyo, al menos declarado, de los países suníes a una resolución que favorezca un Estado palestino. También deben tenerse en cuenta los importantes recursos económicos de los países productores de petróleo, que podrían destinar a la reconstrucción de Gaza y a la liberación de los asentamientos de Cisjordania, reforzando así su prestigio entre todos los países suníes y, en general, ante la opinión pública mundial, que ha aislado a Israel, lamentablemente solo moralmente. Tampoco debemos pasar por alto la influencia que la prominencia internacional de Turquía tendría en el ámbito interno, donde Erdogan enfrenta crecientes dificultades que siempre ha intentado resolver mediante la política internacional en lugar de acciones internas basadas en la represión y la supresión de la disidencia. Más allá de las implicaciones internas, que en cualquier caso serán monitoreadas de cerca, será necesario seguir de cerca la evolución de la política interna israelí para determinar el rumbo que podría tomar, especialmente si el gobierno actual fuera derrotado. Las amenazas del vicepresidente estadounidense contra Tel Aviv fueron una novedad para el gobierno de Washington, que hasta ahora no ha tenido el efecto deseado, pero han sentado un precedente significativo. Si se producen nuevos acontecimientos, junto con el surgimiento del bloque suní, representan una peligrosa advertencia para Israel: su reacción está por verse.
Sunnitische Gefahr für Israel
Das nächste Ziel der israelischen politischen und militärischen Strategie verlagert sich vom schiitischen zum sunnitischen Spektrum. Tel Aviv hat durch Äußerungen verschiedener Politiker, darunter auch hochrangiger Persönlichkeiten, die Türkei explizit bedroht, sie als das neue Iran bezeichnet und Katar unterworfen. Beiden wird vorgeworfen, ihren Einfluss von Syrien auf den gesamten Nahen Osten ausdehnen zu wollen. Die Präsenz von über 20.000 türkischen Soldaten in Syrien stellt ein Hindernis für das weitere expansionistische Ziel dar, das sich Tel Aviv nach dem Libanon gesetzt hat. Die Unmöglichkeit eines militärischen Konflikts verlagert sich somit auf einen diplomatischen Weg und betrifft nicht nur die Türkei und Katar; das übergeordnete Ziel ist die Verhinderung einer engeren und geschlosseneren Koalition sunnitischer Länder, darunter Ägypten und Saudi-Arabien. Letzteres scheint der Versuchung der Abraham-Abkommen gerade wegen Israels skrupelloser Militäroperationen entgangen zu sein. Die Schwächung des Iran und seiner Verbündeten hat letztlich zu einem Wiederaufleben sunnitischer politischer Ansichten geführt. Obwohl es Meinungsverschiedenheiten gibt, teilen sie ein strategisches und geopolitisches Interesse daran, Israels Rolle in der Region zugunsten einer neuen Vormachtstellung im Nahen Osten einzuschränken. Dies hat zu einer konsequenten Einschränkung der militärischen Handlungsfreiheit geführt, die sich Israel mit seiner Besatzungsdoktrin im Libanon nach dem anhaltenden Blutbad im Gazastreifen anmaßte. Zu den sunnitischen Verbündeten gehört unter anderem Pakistan, ein weiterer Akteur, der nach immer größerem internationalen Einfluss strebt. Tel Avivs größte Sorge gilt jedoch der Türkei, sowohl aufgrund ihrer militärischen Kapazitäten und ihres Bestrebens, die treibende Kraft der sunnitischen Koalition zu sein, vor allem aber aufgrund ihrer Mitgliedschaft in der Atlantischen Allianz. Diese macht einen möglichen, selbst angedrohten, Angriff Israels auf die Türkei praktisch unmöglich. Zudem sind die Beziehungen zwischen Trump und Erdoğan derzeit ausgezeichnet, was Israels Ambitionen erheblich erschwert. Ein Angriff auf Ankara würde die Stärke der Atlantischen Allianz, die durch den amerikanischen Präsidenten bereits geschwächt ist, zweifellos auf die Probe stellen. Eine direkte Konfrontation mit Europa sollte jedoch auch ein wirksames Mittel sein, um Tel Avivs verächtliche Haltung einzudämmen. Diese Option darf nicht unterschätzt und muss von einem Staat, der sich im Bereich des Völkerrechts und des willkürlichen Waffeneinsatzes faktisch zum Protagonisten selbstbezogener Politik entwickelt hat, sorgfältig geprüft werden. Mit der möglichen Bildung dieses sunnitischen Bündnisses würde die Palästinafrage wieder in den Vordergrund rücken, da die sunnitischen Länder zumindest ihre Unterstützung für eine Resolution zugunsten eines palästinensischen Staates erklärt haben. Hinzu kommen die beträchtlichen wirtschaftlichen Ressourcen der Ölförderländer, die sie für den Wiederaufbau des Gazastreifens und die Befreiung der Siedlungen im Westjordanland einsetzen könnten. Dies würde ihr Ansehen unter allen sunnitischen Ländern und, allgemeiner, in der Weltöffentlichkeit stärken, die Israel leider nur moralisch isoliert hat. Auch den Einfluss der internationalen Bedeutung der Türkei auf die innenpolitische Lage sollten wir nicht außer Acht lassen. Erdoğan sieht sich zunehmenden Schwierigkeiten gegenüber, die er stets durch internationale Politik statt durch innenpolitische Maßnahmen, basierend auf Repression und Unterdrückung abweichender Meinungen, zu lösen suchte. Neben den innenpolitischen Auswirkungen, die ohnehin genau beobachtet werden, ist es notwendig, die Entwicklungen in der israelischen Innenpolitik zu verfolgen, um deren mögliche Richtung zu bestimmen, insbesondere im Falle einer Niederlage der aktuellen Regierung. Die Drohungen des US-Vizepräsidenten gegen Tel Aviv waren ein Novum für die Regierung in Washington und blieben bisher wirkungslos, stellten aber einen wichtigen Präzedenzfall dar. Sollten sich weitere Entwicklungen ergeben, insbesondere im Zusammenhang mit dem Aufstieg des sunnitischen Blocks, stellen diese eine gefährliche Warnung für Israel dar: Wie es reagieren wird, bleibt abzuwarten.
Le danger sunnite pour Israël
Le prochain objectif de la stratégie politique et militaire d'Israël se déplace de l'horizon chiite vers l'horizon sunnite. Tel-Aviv, par le biais de déclarations de divers hommes politiques, y compris des personnalités de premier plan, a explicitement menacé la Turquie, la qualifiant de nouvel Iran et la soumettant au Qatar, tous deux accusés de chercher à étendre leur influence de la Syrie à l'ensemble du Moyen-Orient. La présence de plus de vingt mille soldats turcs en Syrie constitue un obstacle à la poursuite de l'objectif expansionniste que Tel-Aviv s'est fixé après le Liban. L'impossibilité d'un conflit militaire se transforme ainsi en une impasse diplomatique, et ne concerne pas seulement la Turquie et le Qatar ; l'objectif plus large est d'empêcher la formation d'une coalition plus compacte et cohérente de pays sunnites, notamment l'Égypte et l'Arabie saoudite, cette dernière semblant avoir échappé à la tentation des accords d'Abraham précisément en raison des opérations militaires israéliennes sans scrupules. Les effets de l'affaiblissement de l'Iran et de ses alliés ont finalement favorisé une résurgence des idées politiques sunnites. Malgré certaines divergences d'opinions, ils partagent un intérêt stratégique et géopolitique à limiter le rôle d'Israël dans la région au profit d'une nouvelle influence au Moyen-Orient. Ceci a entraîné une restriction de la liberté militaire qu'Israël s'est octroyée avec sa doctrine d'occupation au Liban, suite au carnage en cours à Gaza. Parmi les alliés sunnites figure notamment le Pakistan, un autre acteur qui aspire à une influence internationale toujours plus grande. Cependant, la principale préoccupation de Tel-Aviv est la Turquie, tant pour la capacité de son armée que pour son ambition d'être le moteur de la coalition sunnite, mais surtout pour son appartenance à l'Alliance atlantique, qui rend pratiquement impossible une attaque, même potentielle, d'Israël contre la Turquie. De plus, les relations entre Trump et Erdogan sont actuellement excellentes, ce qui complique considérablement les ambitions d'Israël. Certes, une attaque contre Ankara mettrait à l'épreuve la solidité de l'Alliance atlantique, déjà fragilisée par le président américain. Cependant, une confrontation directe avec l'Europe devrait également dissuader Tel-Aviv de toute attitude méprisante. Il n'en demeure pas moins que cette option ne doit pas être sous-estimée et mérite un examen attentif de la part d'un État qui est devenu, de facto, le protagoniste, au détriment de la justice, de politiques autoréférentielles en matière de droit international et d'usage indiscriminé des armes. La création éventuelle de cette alliance sunnite ramènerait la question palestinienne au premier plan, compte tenu du soutien, au moins déclaré, des pays sunnites à une résolution favorable à un État palestinien. Il convient également de prendre en compte les importantes ressources économiques des pays producteurs de pétrole, qu'ils pourraient consacrer à la reconstruction de Gaza et à la libération des colonies de Cisjordanie, renforçant ainsi leur prestige auprès de l'ensemble des pays sunnites et, plus généralement, auprès de l'opinion publique internationale, qui a isolé Israël, malheureusement uniquement sur le plan moral. Il ne faut pas non plus négliger l'influence que le rayonnement international de la Turquie exercerait sur la scène intérieure, où Erdogan est confronté à des difficultés croissantes, qu'il a toujours cherché à résoudre par la voie de la politique internationale plutôt que par des mesures répressives et étouffant toute dissidence. Au-delà des implications intérieures, qui seront de toute façon suivies de près, il sera nécessaire de surveiller l'évolution de la politique intérieure israélienne afin d'en déterminer l'orientation possible, notamment en cas de défaite du gouvernement actuel. Les menaces du vice-président américain contre Tel-Aviv constituent une première pour le gouvernement de Washington et, jusqu'à présent, n'ont pas produit l'effet escompté. Elles ont néanmoins créé un précédent significatif. Si de nouveaux développements surviennent, conjugués à l'émergence du bloc sunnite, ils représentent un avertissement inquiétant pour Israël : sa réaction reste à déterminer.
Perigo sunita para Israel
O próximo objectivo da estratégia política e militar de Israel passa do horizonte xiita para o sunita. Telavive, através de declarações de vários políticos, incluindo figuras de alto nível, ameaçou explicitamente a Turquia, chamando-lhe o novo Irão e subjugando-a ao Qatar, ambos acusados de procurarem estender a sua influência da Síria a todo o Médio Oriente. A presença de mais de vinte mil soldados turcos na Síria representa um obstáculo ao objectivo expansionista que Telavive estabeleceu para si, depois do Líbano. A impossibilidade de um conflito militar transforma-se, portanto, numa questão diplomática, e diz respeito não só à Turquia e ao Qatar; o objectivo mais vasto é impedir uma coligação mais compacta e coesa de países sunitas, incluindo o Egipto e a Arábia Saudita, esta última que parece ter escapado à tentação dos Acordos de Abraão, precisamente por causa das operações militares sem escrúpulos de Israel. Os efeitos da redução do poder do Irão e dos seus aliados acabaram por fomentar um ressurgimento das visões políticas sunitas. Embora existam algumas divergências de opinião, ambos partilham um interesse estratégico e geopolítico em limitar o papel de Israel na região, em prol de uma nova proeminência no Médio Oriente. Daqui resultou uma consequente restrição da liberdade militar que Israel arrogou para si com a sua doutrina de ocupação no Líbano, após a carnificina em curso em Gaza. Entre os aliados sunitas, destaca-se o Paquistão, outro ator que procura assumir uma proeminência internacional cada vez maior. Contudo, a maior preocupação de Telavive é a Turquia, tanto pela capacidade das suas forças armadas como pela sua ambição de ser a força motriz da coligação sunita, mas sobretudo pela sua participação na Aliança Atlântica, o que torna um possível ataque, mesmo que apenas ameaçado, de Israel contra a Turquia praticamente impossível. Além disso, as relações entre Trump e Erdogan são excelentes neste momento, o que complica bastante as ambições de Israel. Certamente, um ataque a Ancara testaria a força da Aliança Atlântica, já comprometida pelo presidente americano. No entanto, um confronto directo com a Europa deveria também servir como um bom factor dissuasor contra as atitudes desdenhosas de Telavive. No entanto, esta opção não deve ser subestimada e necessita de ser cuidadosamente ponderada por um Estado que praticamente se tornou protagonista, de forma negativa, de políticas auto-referenciais no domínio do direito internacional e do uso indiscriminado de armas. Com a possível criação desta aliança sunita, a questão palestiniana regressaria praticamente ao centro do debate público, dado o apoio, pelo menos declarado, dos países sunitas a uma resolução favorável a um Estado palestiniano. Devem ainda ser considerados os significativos recursos económicos dos países produtores de petróleo, que poderiam ser alocados à reconstrução de Gaza e à libertação dos colonatos da Cisjordânia, aumentando assim o seu prestígio junto de todos os países sunitas e, de um modo mais geral, perante a opinião pública mundial, que isolou Israel, infelizmente apenas moralmente. Também não devemos ignorar a influência que a proeminência internacional da Turquia teria no panorama interno, onde Erdogan enfrenta crescentes dificuldades, que sempre procurou resolver através da política internacional, em vez de ações internas, baseadas na repressão e na supressão da dissidência. Para além das implicações internas, que em todo o caso serão monitorizadas de perto, será necessário acompanhar os desenvolvimentos na política interna israelita para determinar o rumo que poderá tomar, especialmente se o actual governo for derrotado. As ameaças do vice-presidente dos EUA contra Telavive foram inéditas para o governo de Washington e, até ao momento, não surtiram o efeito desejado, mas estabeleceram um precedente significativo. Se ocorrerem novos desenvolvimentos, aliados à ascensão do bloco sunita, representam um aviso perigoso para Israel: resta saber como reagirá.
Суннитская опасность для Израиля
Следующая цель политической и военной стратегии Израиля смещается с шиитского горизонта на суннитский. Тель-Авив, посредством заявлений различных политиков, в том числе высокопоставленных, открыто угрожал Турции, называя её новым Ираном и подчиняя Катару, обе страны обвиняются в стремлении распространить своё влияние из Сирии на весь Ближний Восток. Присутствие более двадцати тысяч турецких военнослужащих в Сирии представляет собой препятствие для дальнейших экспансионистских целей, которые Тель-Авив поставил перед собой после Ливана. Таким образом, невозможность военного конфликта смещается в сторону дипломатического, и это касается не только Турции и Катара; более широкая цель состоит в предотвращении более компактной и сплоченной коалиции суннитских стран, включая Египет и Саудовскую Аравию, последняя из которых, похоже, избежала искушения Авраамских соглашений именно из-за беспринципных военных операций Израиля. Последствия сокращения влияния Ирана и его союзников в конечном итоге способствовали возрождению суннитских политических взглядов. Несмотря на некоторые разногласия, их объединяет стратегический и геополитический интерес в ограничении роли Израиля в регионе в пользу усиления его позиций на Ближнем Востоке. Это привело к последующему ограничению военной свободы, которую Израиль присвоил себе своей оккупационной доктриной в Ливане после продолжающейся резни в Газе. Среди союзников-суннитов, помимо прочих, находится Пакистан, еще один игрок, стремящийся к еще большему международному влиянию. Однако наибольшую озабоченность Тель-Авива вызывает Турция, как из-за возможностей ее вооруженных сил и амбиций стать движущей силой суннитской коалиции, но прежде всего, из-за ее членства в Атлантическом альянсе, что делает возможное нападение, даже угрожаемое, со стороны Израиля на Турцию практически невозможным. Кроме того, отношения между Трампом и Эрдоганом в настоящее время превосходны, что значительно осложняет амбиции Израиля. Безусловно, нападение на Анкару стало бы проверкой прочности Атлантического альянса, уже скомпрометированного американским президентом. Однако прямое противостояние с Европой также должно стать хорошим сдерживающим фактором против презрительного отношения Тель-Авива. Тем не менее, это остается вариантом, который не следует недооценивать и который необходимо тщательно рассмотреть государству, которое фактически стало, в негативном смысле, главным действующим лицом самореферентной политики в области международного права и неизбирательного применения оружия. С возможным созданием этого суннитского альянса палестинский вопрос практически вернется на передний план, учитывая, по крайней мере, заявленную поддержку суннитскими странами резолюции в пользу палестинского государства. Также следует учитывать значительные экономические ресурсы нефтедобывающих стран, которые они могли бы направить на восстановление Газы и освобождение поселений на Западном берегу, тем самым повысив свой престиж среди всех суннитских стран и, в более общем смысле, среди мирового общественного мнения, которое, к сожалению, изолировало Израиль, к сожалению, только морально. Не следует также упускать из виду влияние международного влияния Турции на внутреннюю ситуацию в Израиле, где Эрдоган сталкивается с растущими трудностями, которые он всегда стремился решать посредством международной политики, а не внутренних мер, основанных на репрессиях и подавлении инакомыслия. Помимо внутренних последствий, которые в любом случае будут тщательно отслеживаться, необходимо будет следить за развитием событий во внутренней политике Израиля, чтобы определить, в каком направлении она может развиваться, особенно в случае поражения нынешнего правительства. Угрозы вице-президента США в адрес Тель-Авива стали первым подобным случаем для правительства Вашингтона, который пока не возымел желаемого эффекта, но они создали важный прецедент. Если произойдут дальнейшие события, в сочетании с появлением суннитского блока, это станет опасным предупреждением для Израиля: как он отреагирует, покажет время.