Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

venerdì 23 ottobre 2026

Israele vero le imminenti elezioni

 Benjamin Netanyahu, per le imminenti elezioni israeliane, ha espresso il suo programma di governo con lo slogan “Destra o Palestina”, con tutto quello che ne consegue, sia in prospettiva interna, che internazionale. Ridurre tutto a questa alternativa fa comprendere come l’orizzonte della politica di Israele, almeno dal punto di vista del governo e del suo capo, si sia fortemente ristretto e ripiegato sulla continuazione dei conflitti, sostenuti dagli USA, per appropriarsi della striscia di Gaza e della Cisgiordania: una sorta di missione messianica per avverare le ambizioni della destra estrema sionista, che nasconde anche la sopravvivenza politica di Netanyahu e che potrebbe metterlo al riparo delle inchieste interne, per non parlare di quelle internazionali. Il giorno martedì 27 novembre, saranno oltre 7,2 milioni gli elettori impegnati a determinare i nuovi assetti politici, con una legge elettorale, che ha un solo collegio elettorale, dove le previsioni dicono che sono almeno undici i partiti che potranno essere in grado di conquistare almeno un seggio al parlamento. Le previsioni parlano di tre possibili blocchi partitici, che dovrebbero essere i partiti di estrema destra ed ultraortodossi, più la formazione del premier, sostanzialmente la coalizione di governo uscente, l’opposizione dei sionisti moderati ed i partiti arabi.  Ad avere il diritto di voto sono sei milioni di persone di origine ebraica e 1,2 milioni di arabi israeliani, che sono i palestinesi che restarono entro i confini originari di Israele nel 1948 ed i loro attuali discendenti: il rapporto è di un arabo per sei ebrei. La corte Suprema ha ribaltato l’intenzione della Commissione elettorale centrale di impedire la partecipazione a due liste arabe, tuttavia questa a dimostrazione di diritto si contrappone l’esercizio del diritto di voto in oltre 200 insediamenti, illegali per il diritto internazionale, in Cisgiordania; in questi insediamenti il voto sarà a favore dei partiti di estrema destra sionista e religiosa, formazioni politiche, che hanno al centro del loro programma, coerente a quanto espresso dal premier, di annettere la Cisgiordania. Chi è sotto il mandato dell’Autorità palestinese, quasi tre milioni di persone, non hanno alcun diritto di voto, al contrario dei soldati israeliani che presidiano la Striscia di Gaza. Gli israeliani residenti all’estero, circa 630.000 persone, non potranno votare nei loro paesi di residenza, una misura che ha suscitato polemiche, perché questi cittadini sono generalmente considerati progressisti. Fare previsioni non è facile, ma la situazione che si profila è sostanzialmente di stallo, senza che nessun blocco partitico riesca a raggiungere i 61 seggi necessari per potere governare. In questo scenario le soluzioni possibili sono tre: un governo di unità nazionale, con le carica di premier a rotazione, per consentire una governabilità incerta del paese. Un coinvolgimento maggiore dei piccoli partiti o delle forze deluse dalle coalizioni in cui si trovavano, per raggiungere un difficile equilibrio di governo, ma comunque possibile; la terza possibilità è una evenienza non nuova nella storia del paese, che è la ripetizione delle elezioni per trovare una sempre difficile governabilità in un paese così frammentato e tenuto insieme solo dalla volontà di esistere.

Israel heads toward upcoming elections

 For the upcoming Israeli elections, Benjamin Netanyahu has framed his governing platform with the slogan “Right-wing or Palestine”—a choice that carries significant implications, both domestically and internationally. Reducing the political landscape to this single alternative reveals how narrow the horizon of Israeli policy has become—at least from the perspective of the government and its leader—shifting entirely toward the perpetuation of conflicts (backed by the U.S.) aimed at seizing the Gaza Strip and the West Bank. This functions as a kind of messianic mission to fulfill the ambitions of the extreme Zionist right, while simultaneously serving to ensure Netanyahu’s own political survival and potentially shielding him from domestic—and even international—legal investigations. On Tuesday, November 27, more than 7.2 million voters will head to the polls to determine the new political order. Under an electoral system that functions as a single, nationwide constituency, projections suggest that at least eleven parties could secure seats in parliament. Forecasts point to three potential political blocs: the far-right and ultra-Orthodox parties—along with the Prime Minister’s own faction, which essentially constitutes the outgoing governing coalition—the opposition of moderate Zionists, and the Arab parties. The electorate consists of six million people of Jewish origin and 1.2 million Arab Israelis—descendants of the Palestinians who remained within Israel’s original 1948 borders—resulting in a ratio of one Arab for every six Jews. The Supreme Court overturned the Central Elections Committee’s attempt to bar two Arab lists from participating; yet, this legal ruling stands in stark contrast to the exercise of voting rights in over 200 West Bank settlements—settlements considered illegal under international law. In these locations, votes will largely go to far-right Zionist and religious parties—political factions whose platforms, much like the Prime Minister’s own stated position, call for the annexation of the West Bank. Meanwhile, the nearly three million people living under the Palestinian Authority have no right to vote—unlike the Israeli soldiers stationed in the Gaza Strip. Furthermore, the approximately 630,000 Israelis living abroad will not be able to cast their ballots from their countries of residence—a controversial measure, given that these citizens are generally perceived as holding progressive views. Predicting the outcome is difficult, but the current situation points toward a stalemate, with no political bloc likely to secure the 61 seats required to govern. In this scenario, three possibilities emerge: a national unity government with a rotating premiership, which would offer a precarious path toward governance; a broader coalition involving smaller parties—or political factions disillusioned with their previous alliances—to achieve a difficult, yet potentially viable, governing balance; or, a third possibility—not unprecedented in the nation’s history—which is to hold fresh elections in an attempt to resolve the persistent challenge of governing a country so deeply fragmented, held together solely by the collective will to exist.

Israel se enfrenta a próximas elecciones.

 Para las próximas elecciones israelíes, Benjamin Netanyahu ha expresado su plataforma de gobierno con el lema "Derecha o Palestina", con todo lo que esto implica, tanto a nivel nacional como internacional. Reducirlo todo a esta disyuntiva ilustra cómo los horizontes políticos de Israel, al menos desde la perspectiva del gobierno y su líder, se han estrechado significativamente y se han inclinado hacia la continuación de los conflictos respaldados por Estados Unidos para tomar el control de la Franja de Gaza y Cisjordania: una especie de misión mesiánica para cumplir las ambiciones de la extrema derecha sionista, que además oculta la supervivencia política de Netanyahu y podría protegerlo de investigaciones internas, por no hablar de las internacionales. El martes 27 de noviembre, más de 7,2 millones de votantes acudirán a las urnas para determinar la nueva estructura política, con una ley electoral que contempla una circunscripción única, donde las previsiones sugieren que al menos once partidos podrían obtener al menos un escaño en el parlamento. Las predicciones apuntan a tres posibles bloques de partidos, que se espera que sean los partidos de extrema derecha y ultraortodoxos, más la coalición del primer ministro —esencialmente la coalición gobernante saliente, la oposición sionista moderada y los partidos árabes—. Seis millones de personas de origen judío y 1,2 millones de árabes israelíes, palestinos que permanecieron dentro de las fronteras originales de Israel en 1948 y sus descendientes actuales, tienen derecho a voto: la proporción es de un árabe por cada seis judíos. El Tribunal Supremo anuló la intención de la Comisión Electoral Central de impedir la participación de dos listas árabes. Sin embargo, esta demostración de elegibilidad se ve contrarrestada por el ejercicio del derecho al voto en más de 200 asentamientos en Cisjordania, ilegales según el derecho internacional. En estos asentamientos, la votación favorecerá a los partidos sionistas y religiosos de extrema derecha, formaciones políticas cuya agenda central, en consonancia con las declaraciones del primer ministro, es la anexión de Cisjordania. Quienes se encuentran bajo el mandato de la Autoridad Palestina, casi tres millones de personas, no tienen derecho a voto, a diferencia de los soldados israelíes que custodian la Franja de Gaza. Los israelíes que viven en el extranjero, aproximadamente 630.000, no podrán votar en sus países de residencia, una medida que ha generado controversia, ya que estos ciudadanos suelen ser considerados progresistas. Es difícil hacer predicciones, pero la situación actual es esencialmente un punto muerto, sin que ningún bloque político logre alcanzar los 61 escaños necesarios para gobernar. En este escenario, se plantean tres posibles soluciones: un gobierno de unidad nacional, con rotación de primeros ministros, para permitir una gobernabilidad incierta del país; una mayor participación de partidos pequeños o fuerzas desilusionadas con las coaliciones en las que participaban, para lograr un equilibrio de gobierno difícil, pero aún posible; y la tercera posibilidad, una situación no inédita en la historia del país, es la repetición de elecciones para abordar la siempre compleja gobernabilidad de un país tan fragmentado y unido únicamente por la voluntad de existir.

Israel vor den bevorstehenden Wahlen

 Für die bevorstehenden israelischen Wahlen hat Benjamin Netanjahu sein Regierungsprogramm unter das Motto „Rechts oder Palästina“ gestellt – mit allen Konsequenzen, die sich daraus sowohl innen- als auch außenpolitisch ergeben. Die Reduzierung der gesamten politischen Debatte auf diese Alternative verdeutlicht, wie stark sich der politische Horizont Israels – zumindest aus der Sicht der Regierung und ihres Chefs – verengt hat. Er konzentriert sich nun ganz auf die Fortsetzung der Konflikte – unterstützt durch die USA –, um sich den Gazastreifen und das Westjordanland anzueignen. Dies gleicht einer Art messianischer Mission zur Verwirklichung der Ambitionen der rechtsextremen zionistischen Rechten; zugleich dient es Netanjahus politischem Überleben und könnte ihn vor internen – ganz zu schweigen von internationalen – Ermittlungen schützen. Am Dienstag, dem 27. November, sind mehr als 7,2 Millionen Wähler dazu aufgerufen, die neue politische Landschaft zu bestimmen. Das Wahlsystem sieht einen einzigen landesweiten Wahlkreis vor, und Prognosen zufolge könnten mindestens elf Parteien den Einzug ins Parlament schaffen. Die Vorhersagen deuten auf drei mögliche politische Blöcke hin: zum einen die rechtsextremen und ultraorthodoxen Parteien zusammen mit der Partei des Premierministers – im Grunde die bisherige Regierungskoalition –, zum anderen die Opposition aus gemäßigten Zionisten sowie die arabischen Parteien. Wahlberechtigt sind sechs Millionen Menschen jüdischer Herkunft und 1,2 Millionen arabische Israelis – jene Palästinenser, die 1948 innerhalb der ursprünglichen Grenzen Israels verblieben sind, sowie deren Nachkommen. Das Verhältnis liegt somit bei einem Araber auf sechs Juden. Der Oberste Gerichtshof hat das Vorhaben der Zentralen Wahlkommission, die Teilnahme zweier arabischer Listen zu unterbinden, aufgehoben. Dem steht jedoch die Ausübung des Wahlrechts in über 200 Siedlungen im Westjordanland gegenüber – Siedlungen, die nach internationalem Recht illegal sind. In diesen Ortschaften wird die Stimme vor allem an rechtsextreme zionistische und religiöse Parteien gehen; politische Gruppierungen, in deren Programm – ganz im Einklang mit den Äußerungen des Premierministers – die Annexion des Westjordanlandes im Mittelpunkt steht. Die Menschen, die unter der Verwaltung der Palästinensischen Autonomiebehörde leben – fast drei Millionen an der Zahl –, besitzen hingegen kein Wahlrecht; im Gegensatz dazu dürfen israelische Soldaten, die im Gazastreifen stationiert sind, wählen. Israelis, die im Ausland leben – etwa 630.000 Personen –, können ihre Stimme nicht in ihren jeweiligen Wohnsitzländern abgeben; eine Maßnahme, die für Kontroversen sorgte, da diese Bürger gemeinhin als progressiv gelten. Prognosen sind schwierig, doch die absehbare Lage deutet auf eine politische Pattsituation hin: Kein Parteienblock dürfte die für eine Regierungsbildung erforderliche Schwelle von 61 Sitzen erreichen. In diesem Szenario bieten sich drei Möglichkeiten: eine Regierung der nationalen Einheit mit einem rotierenden Amt des Premierministers, um das Land trotz schwieriger Voraussetzungen regierbar zu halten; eine stärkere Einbindung kleinerer Parteien oder politischer Kräfte, die von ihren bisherigen Koalitionen enttäuscht sind, um ein – wenn auch fragiles – Regierungsgleichgewicht zu finden; und schließlich eine dritte Option, die in der Geschichte des Landes bereits vorgekommen ist: die Wiederholung der Wahlen, um in einem derart zersplitterten Land, das allein durch den Willen zur Existenz zusammengehalten wird, doch noch eine Regierungsfähigkeit zu ermöglichen.

Israël en vue des prochaines élections

 En vue des prochaines élections israéliennes, Benjamin Netanyahu a résumé son programme gouvernemental par le slogan « La droite ou la Palestine », avec toutes les implications que cela comporte, tant sur le plan intérieur qu'international. Réduire l'enjeu à cette seule alternative montre à quel point l'horizon politique d'Israël — du moins du point de vue du gouvernement et de son chef — s'est considérablement rétréci, se repliant sur la poursuite des conflits (soutenus par les États-Unis) visant à s'approprier la bande de Gaza et la Cisjordanie. Il s'agit d'une sorte de mission messianique destinée à concrétiser les ambitions de l'extrême droite sioniste ; une stratégie qui sert également à assurer la survie politique de Netanyahu, potentiellement en le protégeant des enquêtes internes, sans parler des procédures internationales. Le mardi 27 novembre, plus de 7,2 millions d'électeurs seront appelés aux urnes pour définir la nouvelle configuration politique. Le système électoral, qui ne comporte qu'une circonscription unique, devrait permettre à au moins onze partis d'obtenir un siège au Parlement. Les projections font état de trois blocs politiques potentiels : d'une part, les partis d'extrême droite et ultra-orthodoxes, alliés à la formation du Premier ministre — soit, pour l'essentiel, la coalition gouvernementale sortante ; d'autre part, l'opposition composée de sionistes modérés ; et enfin, les partis arabes. Le corps électoral se compose de six millions de personnes d'origine juive et de 1,2 million d'Arabes israéliens — ces derniers étant les Palestiniens restés à l'intérieur des frontières initiales d'Israël en 1948, ainsi que leurs descendants actuels. Le ratio est donc d'un Arabe pour six Juifs. La Cour suprême a annulé la décision de la Commission électorale centrale qui visait à empêcher la participation de deux listes arabes ; toutefois, sur le plan juridique, cela contraste avec l'exercice du droit de vote dans plus de 200 colonies de Cisjordanie — illégales au regard du droit international. Dans ces colonies, les suffrages iront aux partis d'extrême droite sioniste et religieuse, des formations politiques dont le programme — en phase avec les déclarations du Premier ministre — prévoit l'annexion de la Cisjordanie. À l'inverse, les quelque trois millions de personnes vivant sous l'administration de l'Autorité palestinienne ne disposent d'aucun droit de vote, contrairement aux soldats israéliens stationnés dans la bande de Gaza. Les Israéliens résidant à l'étranger, soit environ 630 000 personnes, ne pourront pas voter depuis leur pays de résidence ; une mesure qui a suscité la controverse, ces citoyens étant généralement perçus comme progressistes. Il est difficile de faire des pronostics, mais la situation qui se dessine s'apparente à une impasse : aucun bloc politique ne semble en mesure d'atteindre les 61 sièges nécessaires pour gouverner. Dans ce contexte, trois scénarios sont envisageables : un gouvernement d'union nationale, avec une alternance au poste de Premier ministre, pour tenter d'assurer une gouvernabilité incertaine ; une implication accrue des petits partis — ou de forces politiques déçues par leurs anciennes coalitions — afin de parvenir à un équilibre gouvernemental complexe, mais réalisable ; enfin, une troisième possibilité, déjà observée par le passé : la tenue de nouvelles élections, dans l'espoir de résoudre les difficultés de gouvernance inhérentes à un pays aussi fragmenté, dont la cohésion ne repose que sur la volonté d'exister.

Israel enfrenta eleições iminentes.

 Para as próximas eleições israelenses, Benjamin Netanyahu expressou sua plataforma de governo com o slogan "Direita ou Palestina", com tudo o que isso implica, tanto interna quanto internacionalmente. Reduzir tudo a essa alternativa ilustra como os horizontes políticos de Israel, pelo menos da perspectiva do governo e de seu líder, se estreitaram significativamente e se voltaram para a continuação de conflitos apoiados pelos EUA para tomar o controle da Faixa de Gaza e da Cisjordânia: uma espécie de missão messiânica para realizar as ambições da extrema direita sionista, que também mascara a sobrevivência política de Netanyahu e pode protegê-lo de investigações internas, para não mencionar as internacionais. Na terça-feira, 27 de novembro, mais de 7,2 milhões de eleitores votarão para determinar a nova estrutura política, com uma lei eleitoral de circunscrição única, onde as previsões sugerem que pelo menos onze partidos podem conquistar pelo menos uma cadeira no parlamento. As previsões sugerem três possíveis blocos partidários, que se espera serem os partidos de extrema-direita e ultraortodoxos, além da coligação do primeiro-ministro — essencialmente a coligação governamental anterior, a oposição sionista moderada e os partidos árabes. Seis milhões de pessoas de origem judaica e 1,2 milhão de árabes israelenses, palestinos que permaneceram dentro das fronteiras originais de Israel em 1948 e seus descendentes atuais, têm direito a voto: a proporção é de um árabe para cada seis judeus. O Supremo Tribunal Federal anulou a intenção da Comissão Eleitoral Central de impedir a participação de duas listas árabes. No entanto, essa demonstração de elegibilidade é contrabalançada pelo exercício do direito de voto em mais de 200 assentamentos na Cisjordânia, ilegais segundo o direito internacional. Nesses assentamentos, a votação favorecerá partidos sionistas e religiosos de extrema-direita, formações políticas cuja agenda central, em consonância com as declarações do primeiro-ministro, é a anexação da Cisjordânia. Aqueles que vivem sob o mandato da Autoridade Palestina, quase três milhões de pessoas, não têm direito a voto, ao contrário dos soldados israelenses que guardam a Faixa de Gaza. Os israelenses que vivem no exterior, aproximadamente 630 mil, não poderão votar em seus países de residência, uma medida que gerou controvérsia, pois esses cidadãos são geralmente considerados progressistas. Fazer previsões é difícil, mas a situação que se desenha é essencialmente um impasse, sem que nenhum bloco partidário consiga alcançar as 61 cadeiras necessárias para governar. Nesse cenário, três soluções são possíveis: um governo de unidade nacional, com alternância no cargo de primeiro-ministro, para permitir a governabilidade incerta do país; maior participação de pequenos partidos ou forças desiludidas com as coalizões das quais faziam parte, para alcançar um equilíbrio governamental difícil, mas ainda possível; e a terceira possibilidade, uma situação não inédita na história do país, é a repetição das eleições para lidar com a governança sempre desafiadora de um país tão fragmentado e unido apenas pela vontade de existir.

В Израиле предстоят выборы.

 В преддверии предстоящих выборов в Израиле Биньямин Нетаньяху представил свою правительственную программу под лозунгом «Право или Палестина», со всеми вытекающими отсюда последствиями как внутри страны, так и на международной арене. Сведение всего к этой альтернативе показывает, насколько значительно сузились политические горизонты Израиля, по крайней мере, с точки зрения правительства и его лидера, и как они сместились в сторону продолжения поддерживаемых США конфликтов с целью захвата контроля над сектором Газа и Западным берегом: своего рода мессианская миссия по осуществлению амбиций сионистских крайне правых, которая также скрывает политическое выживание Нетаньяху и может защитить его от внутренних расследований, не говоря уже о международных. Во вторник, 27 ноября, более 7,2 миллиона избирателей будут голосовать за определение новой политической структуры, используя избирательный закон с единым избирательным округом, где, по прогнозам, по меньшей мере одиннадцать партий могут получить хотя бы одно место в парламенте. Прогнозы указывают на три возможных партийных блока, которые, как ожидается, будут состоять из крайне правых и ультраортодоксальных партий, а также коалиции премьер-министра — по сути, уходящей правящей коалиции, умеренной сионистской оппозиции и арабских партий. Шесть миллионов человек еврейского происхождения и 1,2 миллиона израильских арабов, палестинцев, оставшихся в пределах первоначальных границ Израиля в 1948 году, и их нынешних потомков, имеют право голоса: соотношение составляет один араб на каждые шесть евреев. Верховный суд отменил решение Центральной избирательной комиссии о запрете участия двух арабских списков. Однако этому подтверждению права голоса противоречит фактическому осуществлению права голоса в более чем 200 поселениях на Западном берегу, что является незаконным согласно международному праву. В этих поселениях голосование будет благоприятствовать крайне правым сионистским и религиозным партиям, политическим формированиям, чья главная цель, в соответствии с заявлениями премьер-министра, заключается в аннексии Западного берега. Почти три миллиона человек, находящихся под мандатом Палестинской автономии, не имеют права голоса, в отличие от израильских солдат, охраняющих сектор Газа. Около 630 000 израильтян, проживающих за границей, не смогут голосовать в странах своего проживания, что вызвало споры, поскольку эти граждане, как правило, считаются прогрессивными. Делать прогнозы сложно, но сложившаяся ситуация по сути представляет собой тупик: ни один партийный блок не может набрать 61 место, необходимое для формирования правительства. В этом сценарии возможны три решения: правительство национального единства с ротацией премьер-министров, что позволит обеспечить неопределенность в управлении страной; более активное участие небольших партий или сил, разочарованных коалициями, в которых они состояли, для достижения сложного, но все же возможного баланса в правительстве; и третья возможность, не беспрецедентная в истории страны, – повторение выборов для решения постоянно возникающих проблем управления страной, настолько раздробленной и удерживаемой вместе лишь волей к существованию.