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mercoledì 18 febbraio 2026

Il partito democratico si presenta come unico valido interlocutore americano per l'Europa

 Che alla attività di Trump l’opposizione dei democratici pare essere silente è una opinione condivisa, non si sa se il partito è in piena crisi al suo interno, per avere provocato una sconfitta che ha generato conseguenze mondiali, per una pessima gestione della campagna elettorale o se il silenzio sia una strategia consapevole per fare emergere tutta l’incapacità e la grettezza dell’inquilino della casa Bianca e dei suoi ministri. Il silenzio dei democratici si è però arrestato in campo internazionale, nella sede della scorsa Conferenza della sicurezza di Monaco, con la chiara intenzione di rassicurare i leader europei. Una rassicurazione soltanto potenziale perché riferita ad una auspicabile, ma non certa, vittoria alle prossime elezioni presidenziali americane. L’intento principale sembra essere stato quello di denunciare il tradimento del Presidente americano verso i suoi alleati europei, si tratta di un chiaro intento di accreditare il partito democratico come l’unico serio interlocutore degli Stati Uniti verso i governi occidentali. In particolare il governatore della California, Newsom, si è presentato come leader dell’opposizione e come possibile candidato democratico alle prossime presidenziali del 2028, secondo la sua idea Trump è temporaneo ed andrà via tra tre anni. Con la legislazione vigente sarà così in ogni modo, sempre che Trump non riesca a cambiare le regole attuali, tuttavia, con una conferma repubblicana, ad insediarsi sarebbe l’attuale vice presidente, Vance, che potrebbe rivelarsi ancora peggio, se possibile, dell’attuale inquilino della Casa Bianca. Ora, anche con una vittoria democratica, l’Europa non deve crearsi un alibi per non percorrere la strada dell’autonomia: occorre ricordare che, sebbene con altre modalità, a partire da Obama ed anche con Biden, gli USA hanno spostato la propria attenzione principale sull’Oceano Pacifico, individuando la Cina come principale antagonista commerciale e geopolitico; con Trump sono cambiate le modalità dei rapporti con l’Europa, improntate ad una arroganza mai vista prima, ma gli obiettivi geostrategici sono identici a quelli dei democratici. L’Unione Europea deve in ogni maniera cautelarsi, non fidandosi più dell’alleato americano, soprattutto in materia di difesa, ed uno dei meriti di Trump è stato proprio quello di accelerare questo processo e della presa d’atto che i valori del “Make America Great Again” non collimano con gli ideali fondativi dell’Unione Europea. Ma il rapporto con l’Europa, condannato anche per la vicenda della Groenlandia e per i dazi, non è l’unico punto messo in risalto dai democratici: l’abbandono della lotta circa l’emergenza climatica, con il favorire il consumo delle energie provenienti da petrolio, gas e carbone, stanno portando gli USA indietro di due secoli, questo comportamento risulta particolarmente inviso all’Europa, sempre più sensibile al problema dell’inquinamento. Anche l’aumentata diseguaglianza economica sta portando il paese americano ad un autoritarismo dilagante, che non rassicura i partner europei. Presentare questi argomenti verso i paesi dell’Unione rappresenta un punto importante per riaccreditare i democratici presso i governi occidentali; non che sia troppo faticoso: gli effetti della politica di Trump hanno portato una grande instabilità nelle relazioni internazionali, che dovrà essere recuperata in caso di vittoria nelle presidenziali, una contro tendenza che si potrebbe verificare nelle elezioni di metà mandato, mettendo in crisi le sicurezze di Trump. In ogni caso la necessità dei democratici di presentarsi come interlocutori affidabili serve anche per rassicurare i mercati e porre basi profondamente differenti fin d’ora con gli alleati Europei: una occasione da sfruttare anche per tutti i membri dell’Unione.   

lunedì 16 febbraio 2026

Elezioni ungheresi: con una vittoria di Orban l'Unione Europea dovrebbe prendere decisioni drastiche sull'Ungheria

 A due mesi dalle elezioni in Ungheria, il primo ministro in carica, Viktor Orban, deve registrare che i sondaggi indipendenti lo darebbero sconfitto dal suo principale rivale, Peter Magyar. La distanza dell’ultima rilevazione parla di una distanza di ben dieci punti percentuali, che rovescerebbe gli attuali rapporti di forza presenti nel parlamento ungherese, che al momento vedono una maggioranza qualificata di due terzi a favore del partito del primo ministro in carica. Questo dato viene smentito dai sondaggi degli istituti vicino al governo, che, al contrario, danno il partito del primo ministro in vantaggio di sei punti. Il giorno delle votazioni è fissato per il prossimo 12 Aprile e per Orban è venuto il tempo di ribadire i propri punti fondamentali del programma elettorale, esaltando ed esasperando alcuni concetti, che ritiene fondamentali per il proprio successo. Mentre il suo avversario ha promesso una maggiore adesione all’Unione Europea ed una lotta serrata alla corruzione, Orban è arrivato a sostenere che la reale minaccia per il paese ungherese non è la Russia ma la stessa Unione Europea di cui si ostina a fare parte e di cui sfrutta abbondantemente i finanziamenti che sostengono l’economia del paese ed infatti il premier ungherese, malgrado i ripetuti attacchi contro Bruxelles, non ha mai manifestato in modo chiaro la volontà di uscire dall’Unione; tuttavia non ha mancato, anche nei recenti comizi di definire l’Unione Europea come una macchina oppressiva per il suo paese, che invece, ha troppo tollerato le leggi illiberali promulgate nei suoi cinque mandati al governo, di cui gli ultimi quattro consecutivi. In realtà le condanne di Bruxelles contro le leggi illiberali, soprattutto in materia di giustizia, diritti civili e di informazione, sono sempre state insufficienti e non hanno prodotto alcun cambio di direzione, contravvenendo così alla stessa legislazione europea. L’Ungheria si conferma lo stato dell’Unione più vicino alla Russia e contro l’Ucraina ed anche particolarmente vicino alle posizioni ideologiche del Presidente americano Trump, proprio quando il recente intervento del cancelliere tedesco ha definito l’Europa completamente in disaccordo con le idee del movimento “Make American Great Again”. Budapest in questo ruolo di oppositore interno contro gli ideali europei può contare sulla Slovacchia ed in generale nei partiti sovranisti presenti in tutta Europa, che al momento sono, però, in minoranza rispetto al favore dei sentimenti europeisti. L’impressione è che Bruxelles attenda l’esito delle elezioni ungheresi, senza troppo esporsi, augurandosi nella vittoria degli avversari di Orban, che promettono una maggiore integrazione europea. Si dovesse verificare la vittoria dell’attuale primo ministro, si renderà necessario sanzionare Budapest fino a prevedere anche una possibile espulsione dall’Unione, anche se fare ciò sarà necessario cambiare le leggi vigenti. Questa eventualità impone un processo lungo, nel frattempo la severità di Bruxelles potrebbe farsi sentire con la riduzione progressiva dei finanziamenti e la riduzione della rilevanza ungherese all’interno dell’Unione; d’altronde i programmi di trovare soluzioni per accelerare le decisioni, non possono che facilitare decisioni e sanzioni pesanti contro quei membri che si allontanano troppo dagli scopi dell’Unione, sfruttandone soltanto i finanziamenti senza contribuire allo sviluppo comune. Un’Europa che deve trovare la propria dimensione di autonomia, soprattutto dagli USA, ma anche dalla Cina e capace di controllare la Russia, non può tollerare la presenza di elementi di disturbo come l’attuale Ungheria, o la Slovacchia, ed una eventuale vittoria di Orban dovrà determinare l’allontanamento di Budapest e poco importa se potrà ritornare nell’orbita russa, per l’Europa sarà un peso di meno non indifferente.  

venerdì 6 febbraio 2026

L'Unione Europea ha necessità di dotarsi di un proprio arsenale nucleare

 La seconda presidenza di Trump ha evidenziato una impostazione della difesa che mette in secondo piano l’Europa, la stessa sopravvivenza dell’Alleanza Atlantica come è stata conosciuta fino ad ora è fortemente messa in dubbio, il tutto giunto con le minacce tariffarie e le mire sulla Groenlandia, completamente al di fuori da ogni canone dei rapporti tra Washington e gli stati alleati. Restava soltanto il trattato nucleare START ha mantenere un certo ordine sul tema del nucleare militare, finito questo si apre il tempo dell’incertezza e per l’Europa la necessità di dotarsi di una difesa atomica autonoma. La guerra fredda ha garantito la protezione di tutta l’Europa grazie agli USA, ma ora sono mutate le condizioni: non si è più in un contesto bipolare e, soprattutto, Trump non sembra deciso ad impiegare la forza nucleare americana per difendere il vecchio continente da un potenziale attacco russo. Il primo effetto tangibile per la politica internazionale è la caduta della storica contrarietà tedesca ad opporsi ad uno scudo nucleare, sebbene non di portata nazionale, ma che riguardi l’intera Unione Europea. Anche in altri paesi europei, come Svezia e Polonia e, sicuramente, gli stati baltici aprono alla possibilità immediata di utilizzare lo scudo nucleare francese. L’esempio ucraino è esemplare, Kiev alla dissoluzione dell’Unione Sovietica era la seconda potenza atomica del mondo, proprio in virtù della vicinanza all’Europa; ceduti tutti gli ordigni atomici alla Russia, in cambio di un trattato di non aggressione evidentemente non rispettato da Mosca, ha perso la propria capacità di deterrenza dagli attacchi del Cremlino. Per l’Europa la soluzione francese e, forse, inglese, rappresenta soltanto una misura temporanea, che deve essere superata per il necessario potenziamento della difesa continentale. Per fare ciò sono necessari investimenti massicci ed una adeguata volontà politica, sia centrale, che periferica, ed un diverso atteggiamento sociale dei popoli. Abituare le persone non ad un riarmo tradizionale, ma ad essere dotati dell’arma atomica non potrà che generare forti tensioni. Dotarsi dell’arma atomica non è una cosa istantanea, sono necessari anni e competenze tecniche che potrebbero essere non presenti nell’Unione. Nell’immediato, quindi è impossibile essere del tutto indipendenti dagli Stati Uniti, che sono comunque da convincere nel proseguimento della difesa europea, ma è indispensabile partire da subito ad organizzarsi per dotarsi di una deterrenza atomica, che sicuramente contribuirà a realizzare nuovi equilibri del terrore, ma non lascerà indifesa l’Europa da minacce geopolitiche, da qualsivoglia parte provengano.  Anche perché se ora lo scudo è assicurato dalla Francia, Parigi non intende offrire gratis questa protezione, richiede investimenti non soltanto a carico della repubblica francese, mantenendo l’esclusiva autorità per lanciare un attacco nucleare; tuttavia, oltre queste limitazioni, che possono apparire anche legittime, l’arsenale nucleare della Francia è di sole 290 testate atomiche, che garantiscono uno scudo limitato, se confrontate alle oltre 4.300 della Russia ed anche alle 3.700 degli USA. Ora, se si pensa agli stati potenzialmente ostili, escludendo gli USA, come Russia, Cina e Corea del Nord, senza dimenticare attori come Pakistan ed India, che potrebbero avere più di un interesse a minacciare l’Europa, la necessità di un arsenale comune dell’Unione Europea diventa, purtroppo, improrogabile e non rinviabile. L’Unione Europea, attualmente è con poca o nulla difesa contro minacce di ogni genere e non potendo contare più sulla copertura americana, è molto vulnerabile; occorre stabilire nuovi accordi con Washington che proteggano l’Europa per un tempo determinato, necessario a diventare una potenza nucleare atomica in tutto e per tutto.

mercoledì 4 febbraio 2026

Come la Cina prepara il fronte interno per affrontare le sfide internazionali

 Nell’attuale situazione di profonda incertezza dello scenario internazionale, che si è sviluppata grazie alle mutate condizioni delle intenzioni statunitensi riguardo la sfera geopolitica mondiale, giunte alla presenza della guerra nel continente europeo ed alla profonda instabilità nel medio Oriente, la Cina sta perseguendo una riorganizzazione interna tale da renderla sempre più fedele al suo Presidente Xi Jinping, per assicurare alla postura cinese una fermezza in grado di aumentare il proprio peso specifico nell’ambito della politica mondiale. La necessità di uniformare il punto di vista delle classi dirigenti viene perseguita con una serie di repressioni interne, che hanno visto protagonisti gli alti gradi militari, gli esponenti del partito dai livelli più alti fino a quelli più bassi. La storia delle indagini a carico dei militari cinesi è una costante nella Repubblica Popolare Cinese e si basa su imputazioni circa le violazioni disciplinari; in realtà si è sempre trattato di casi di insubordinazione alle direttive del partito ed i casi recenti, dell’estromissione di due Generali di grado molto elevato, non presentano novità: Xi Jinping ha bisogno di assoluta fedeltà per non compromettere l’adesione alle direttive del partito ed alle possibili conseguenze sull’eventuale modo di combattere. Queste disposizioni non devono, tuttavia, trarre in inganno su di un possibile effetto negativo sulle forze armate cinesi ed è certo che sul lungo periodo, quello che è funzionale ad una possibile invasione di Taiwan, i cambiamenti al vertice dell’esercito sono un investimento sull’ancora maggiore indottrinamento politico e quindi sulla fedeltà delle forze armate. Occorre tenere presente che gli investimenti sugli armamenti cinesi sono sempre più corposi: la marina militare ha sviluppato piani di espansione che dovrebbero portare a nove le portaerei di Pechino entro il 2035 e la crescita dell’arsenale atomico arriverà a contare almeno mille testate entro il 2030. Questi sviluppi potrebbero accentuare il disimpegno americano dal territorio europeo per concentrarsi militarmente sui mari cinesi in difesa delle rotte marittime, di Taiwan, della Corea del Sud e del Giappone.  Se sul versante militare l’atteggiamento è particolarmente severo, non è da meno quello verso la società politica e civile. Nel 2025 sono state indagate più di un milione di persone, formalmente per corruzione, un fenomeno che è ancora troppo presente nel tessuto politico cinese, ma che spesso ha nascosto la cattiva condotta politica, che deve essere interpretata soprattutto per forme di dissenso a vario livello. I numeri di indagati del 2025 sono i più alti da quando Xi Jinping è al potere, cioè dal 2012 ed è particolarmente rilevante l’incremento del sessanta per cento rispetto ad appena due anni prima. Una caratteristica particolarmente rilevante è che, attualmente, in Cina non vi è in corso una lotta di potere, ma che questi numeri di indagati riguardano l’applicazione sempre più ferrea applicata dal Partito Comunista per mantenere nel paese una rigida disciplina. Non si può non pensare che questa sia una tattica ferocemente ispirata dal Presidente e perseguita attraverso i suoi più fedeli collaboratori. L’impressione è Xi Jinping non voglia farsi trovare impreparato sul piano interno, per avere una situazione sempre più salda in patria in modo da affrontare le sfide internazionali senza altro pensiero. Si tratta non di una possibilità, ma di una certezza che l’occidente dovrà valutare attentamente prima di intraprendere qualsiasi rapporto con la Cina, che sarà sempre di più un monolite ben difficile da scalfire.

mercoledì 21 gennaio 2026

Per l'Unione Europea ultime occasioni per non subire gli scenari di Trump

 Lo scenario attuale obbliga l’Europa a profonde riflessioni sul suo ritardo all’interno del panorama globale, dove il gap tra gli obiettivi da raggiungere e quelli fino ad ora acquisiti si sta allargando profondamente. Se l’avanzata del commercio cinese è un fenomeno preoccupante, ma tutto sommato affrontato con strumenti a volte efficaci, il conflitto ucraino e soprattutto l’avvento di Trump hanno provocato una graduale riduzione del ruolo politico europeo, anche sul piano economico, che unito alla divisione politica interna ed alla irrilevanza militare, pone l’Unione Europea in una situazione di serio pericolo per il rischio di dissoluzione. Il fattore decisivo è il mutato atteggiamento degli USA, che si pone come avversario avente come principale obiettivo proprio la divisione dell’Unione, per evitare di avere a che fare con un soggetto coeso. Prima la minaccia dei dazi, poi l’atteggiamento ondivago sulla guerra ucraina ed infine la minaccia esplicita al territorio dell’Unione con il preciso intento di conquistare la Groenlandia, forse usando anche mezzi militari. Deve essere specificato, senza pericolo di smentita, che l’atteggiamento troppo diplomatico e conciliante dell’Unione verso Trump, non ha sortito alcuno degli effetti sperati, ma al contrario, ha favorito l’incremento delle ostilità da parte del presidente degli Stati Uniti, a causa della impressione o della certezza di avere a che fare con un interlocutore debole e diviso. Questo, in parte è vero, ed è a causa della stessa struttura poco flessibile dell’Unione, ancora troppo condizionata dal voto all’unanimità, dalla mancanza di decisioni e legislazione in grado di assicurare un governo capace di superare le singole ragioni statali, in favore di un benessere generale.  Per non urtare la Casa Bianca si è sacrificato anche il dialogo con la Cina ed anche il rapporto con Mosca, incapace di sanzionare seriamente il Cremlino, mediante l’impiego delle riserve russe presenti in Europa, ha messo l’Unione in uno stato di debolezza. Ma l’atteggiamento dello Casa Bianca, che è il fattore peggiore per l’Unione, poteva essere previsto, fin dalla presidenza Obama, l’interesse USA si è maggiormente focalizzato sull’oriente e la prima presidenza Trump e l’ultima campagna elettorale presidenziale, avevano presentato delle pericolose avvisaglie sul possibile nuovo atteggiamento americano. Non si è voluto mettere in atto una autonomia in grado di consentire una emancipazione, seppure in un quadro di alleanza, dall’alleanza con gli Stati Uniti. Il mancato sviluppo di una indipendenza militare, sostenuto da una adeguata presenza di una industria bellica europea, permette ancora l’attuale sudditanza a Washington, mentre sul piano internazionale l’Unione appare troppo titubante su potenziali e più strette alleanze con partner altrettanto interessanti a sottrarsi al giogo americano come Australia, Giappone, Corea del Sud. Altrettanto necessario è ristabilire gli stretti legami con il Regno Unito, per cercare il rientro di Londra all’interno dell’Unione, così come è necessario coinvolgere il Canada come membro di Bruxelles, per allargare i confini dell’Unione oltreoceano e sul confine americano. Simili alleanze potrebbero attrarre investimenti in grado di sviluppare industrie ad alto contenuto tecnologico tali da rendere l’indipendenza dagli USA una realtà in grado di contrastare le volontà di subire dazi sui propri prodotti, anche per l’ampio territorio dove creare aree di scambio quasi del tutto impermeabili agli influssi americani ed anche cinesi. Certo l’elemento necessario, nel territorio europeo in grado di assicurare una spinta verso questa situazione consiste nella progressiva cessione di sovranità, specialmente su alcune materie decisive, come la politica estera e quindi militare, ed anche su parti della politica industriale dei singoli stati. In cambio si potrà avere la capacità di giocare un ruolo da grande potenza su di ogni scenario internazionale e favorire gli ideali democratici trattando al pari delle grandi potenze, senza subire minacce e situazioni svantaggiose, come sembra che l’immediato assicuri di verificarsi.

mercoledì 17 dicembre 2025

Le variabili e le soluzioni per il rilancio europeo

 Quali scenari deve affrontare l’Unione Europea per mantenere il suo ruolo che dovrebbe ricoprire nel teatro internazionale? L’elezione di Trump, l’avanzata commerciale della Cina e la guerra in Ucraina, sui confini dell’Unione, ha accentuato quello che tutti sapevano: la progressiva diminuzione della propria grandezza economica, l’irrilevanza militare e la pochezza di una politica estera sempre troppo divisa. A questo si deve aggiungere la sottovalutazione della provenienza dei pericoli per l’Europa, che non hanno mai contemplato Washington come avversario politico, che punta alla dissoluzione dell’attuale assetto europeo. La mancanza di progressi nel rapporto con la Cina, l’immobilismo pratico nei confronti della Russia, con la vertenza sull’impiego delle riserve presenti in Europa della Banca russa ed infine una mancata risposta decisa a contrastare l’imposizione dei dazi americani, ha restituito una immagine di Bruxelles fortemente deteriorata. Non si tratta, però, di una situazione apparsa all’improvviso: la rendita di posizione garantita dai governi USA sulla difesa europea, con impegno diretto di investimenti e personale, non è stata fin qui superata, malgrado le avvisaglie già presenti fin dalle presidenze di Obama, che aveva spostato l’interesse estero americano dal vecchio continente al sud-est asiatico. Questa ragione è intimamente legata alla mancanza di una postura europea capace di rappresentare una reazione proattiva in grado di emanciparsi dall’alleato americano; da ciò deriva la necessità di una promozione di partenariati di protezione, che possa tradursi in scenari di prevenzione e deterrenza, dati anche da uno scambio più intenso di cooperazione internazionale, non solo tra soggetti statali o sovranazionali, ma anche tra soggetti privati, che ricoprono ruoli strategici in settori ben definiti. Devono essere pensate e create alleanze, sia economiche, che militari, con potenziali alleati quali Australia, Corea del Sud, Giappone e naturalmente Regno Unito. Il Canada merita un discorso a parte: grazie alla grande affinità politica e culturale, potrebbe essere protagonista di un maggiore coinvolgimento con l’Europa, fino a prevedere un ingresso di Ottawa come paese a tutti gli effetti dell’Unione Europea, con il fine di allargare la sfera di influenza d Bruxelles fino ai confini americani, proprio in ottica di contenimento degli USA, nel caso di altre presidenze con lo stile di questa ultima. In quest’ottica, con un G7, appiattito sull’unilateralismo della Casa Bianca, che ne ha fatto quasi un proprio strumento politico, trovare soluzioni alternative può rappresentare un interesse comune per tutti i paesi, che intendono combattere la sfida commerciale americana basata su dazi iniqui. La necessità di ridurre le dipendenze strategiche da beni e servizi si accoppia con la capacità di sapere attrarre investimenti tali da permettere alto sviluppo nei settori strategici attraverso la creazione e lo sviluppo di industrie locali di alto valore, come lo spazio, la difesa e l’industria medica, in grado di restituire adeguati ritorni finanziari agli investitori. Il primo passo è migliorar le procedure di governo, abbandonando il criterio dell’unanimità per decisioni a maggioranza qualificata, una maggiore selezione dei membri in entrata e di quelli già presenti, che non possono condizionare la politica comunitaria con valori palesemente contrari ai principi ispiratori ed alle nuove sfide che si stanno presentando. Il fine deve essere una organizzazione sovranazionale con progressiva cessione di sovranità, in grado di favorire una politica estera comune, una forza armata unica, con capacità di intervento rapido, per avvicinarsi progressivamente ad un soggetto sempre più univoco, capace di rappresentare le istanze di tutti i popoli europei ed anche oltre, per giocare un ruolo da grande potenza sullo scacchiere internazionale. 

venerdì 22 agosto 2025

Gaza: per le Nazioni Unite, Israele provoca la carestia a ed un rapporto dell'esercito israeliano parla dell'83% delle vittime civili sul totale

 Due fatti sono venuti alla ribalta nella vicenda, che vede Israele impegnato nella lotta contro la popolazione palestinese di Gaza; si tratta di due fatti rilevanti sui quali l’opinione pubblica mondiale dovrebbe fare le dovute considerazione e trovare adeguate risposte verso Tel Aviv. La prima è la dichiarazione ufficiale delle Nazioni Unite, che ha dichiarato la presenza della carestia nella Striscia di Gaza, carestia che è la prima in un medio oriente, pur gravemente martoriato da catastrofi militari. Secondo le Nazioni Unite ben 514.000 persone, pari ad un quarto della popolazione, sta affrontando la mancanza alimentare, con un dato proiettato alla fine del mese di settembre che potrà arrivare a riguardare ben 641.000 persone. La particolarità della carestia di Gaza è che non è dovuta a cause metereologiche o sanitarie, ma interamente provocata dall’Uomo, cioè dall’azione compiuta e che sta compiendo l’esercito di Israele. Questo disastro umanitario era evitabile se Tel Aviv non avesse praticato l’ostruzionismo sistematico nei confronti degli aiuti inviati ai confini di Gaza. L’intenzionalità dell’azione israeliana è ancora più grave perché rientra in un piano preciso di indebolire i civili in quanto popolazione palestinese da estirpare con qualunque mezzo dal territorio della Striscia. La volontà del governo ebreo ultra ortodosso è quella di annettersi il territorio di Gaza, ed è, purtroppo, condivisa da gran parte dell’opinione pubblica di Israele. Nonostante la presenza di massicci carichi di cibo al confine il comportamento di Israele non cambia. L’Altro Commissario per i diritti umani delle Nazioni Unite, ritiene direttamente responsabile il governo di Israele, tanto da configurare le morti causate dalla fame, come crimini di guerra per omicidio volontario. Questa considerazione introduce il secondo fatto rilevante, che riguarda la questione. Secondo un rapporto segreto delle forze armate israeliane il numero delle vittime civili della guerra di Gaza è apri all’83% delle vittime totali: come si evince da questo dato il basso numero di vittime combattenti, autorizza ad interpretare una pianificazione studiata del genocidio dei palestinesi, tanto da poter essere paragonata ai massacri del Ruanda ed all’eccidio di Mariupol. La combinazione tra fame imposta e morti per attività militare qualifica in maniera netta quale siano state le intenzioni di Netanyahu e del suo governo nei riguardi dei palestinesi: annientarne il più possibile in modo da creare le condizioni di una deportazione dalla Striscia; del resto una recente statistica ha reso pubblico il dato che ben il 79% della popolazione israeliana è d’accordo circa la repressione indiscriminata della popolazione palestinese, che è considerata come occupante abusivo e neppure degno della dignità umana. Naturalmente Netanyahu smentisce questi dati o tutt’al più li giustifica con l’azione di Hamas contro i suoi stessi cittadini, tuttavia lo schema mentale del capo del governo israeliano è sempre lo stesso; mentire spudoratamente e guadagnare tempo per raggiungere i suoi scopi, ricorrendo costantemente ad accusare di anti semitismo chi lo contraddice e rifiutando ogni lettura diversa dalla sua e da quella del proprio governo. Ora aldilà della rispettiva visione politica ed al di fuori delle ovvie ragioni israeliane, l’assenza di reazione a questi crimini perpetrati a civili innocenti e di tutte le età resterà una macchia indelebile su tutti i paesi mondiali, ma ancora di più sulle democrazie occidentali, che si sono rivelate come entità vuote ed assenti quando è necessario difendere il diritto internazionale e popolazioni inermi dalla violenza più bieca, da qualunque parte essa provenga. Solo ultimamente sono arrivate condanne fine a se stesse ed anche il riconoscimento dello stato palestinese che si annuncia numeroso alla prossima assemblea delle Nazioni Unite è un esercizio privo di conseguenze pratiche. Israele va isolato sempre più, la sua violenza deve essere contenuta con ogni mezzo e l’inizio sono sanzioni pesanti che devono condizionare una economia che non dispone di risorse proprie, l’Europa deve fare almeno questo, cercando di innescare una reazione anche in altri paesi, soprattutto quelli arabi; certo questo implicherà una reazione di Trump, ma un blocco consistente capace di isolare Tel Aviv potrà essere un deterrente tardivo ma efficace. 

Cina e India si riavvicinano, grazie alle politiche di Trump

 Uno degli effetti collaterali, in politica estera, dei dazi di Trump è quello di avere provocato l’avvicinamento di nazioni tradizionalmente lontane. Il caso più eclatante è quello dei nuovi rapporti che si stanno instaurando tra India e Cina, finora paesi tradizionalmente avversari. Le due grandi nazioni asiatiche condividono migliaia chilometri di frontiera, lungo la quale le tensioni sono state ripetute nel tempo; anche la questione tibetana ha contribuito a questi attriti e la vicinanza tra India ed USA ha contribuito alla diffidenza della Cina verso il paese indiano. In realtà la questione di contrasto maggiore è stata la lotta per il predominio del continente asiatico tra i due paesi, che il grande progresso cinese ha determinato a proprio favore. Questo finché la variabile Trump non è comparsa sulla scena. Anche se nel primo mandato dell’inquilino della Casa Bianca i rapporti con Nuova Delhi erano del tutto diversi, con il secondo mandato l’India ha rivendicato una maggiore neutralità sulle questioni internazionali, rispetto alla posizione USA, non ha gradito, che in occasione del conflitto tra India e Pakistan Trump si assegnasse il merito della fine dei contrasti ed infine il governo indiano non ha gradito che cittadini del proprio paese siano stati esposti in manette, come veri e propri trofei nella lotta contro gli immigrati irregolari, caposaldo del presidente americano. Se questi argomenti avevano già incrinato i rapporti tra i due paesi, la decisione di applicare dazi del 50% sui prodotti indiani verso gli USA, a causa dell’acquisto del petrolio russo da parte dell’India, ha congelato del tutto le relazioni. Ciò ha provocato un effetto certamente non desiderato, ma fortemente prevedibile, dalla politica estera americana: il riavvicinamento, impensabile fino a poco tempo fa, tra Nuova Delhi e Pechino. Ora fare tornare indietro questo processo risulterà oltremodo difficile per gli strateghi della Casa Bianca. Le relazioni riprese tra i rispettivi ministri degli esteri dei due paesi, si preannunciano soltanto come un punto di partenza dei nuovi rapporti. Il primo passo sarà quello di riaprire gli scambi commerciali su tre valichi himalayani e la ripresa dei voli diretti trai due paesi, non più praticati dal 2020 e, inoltre, il rilascio dei visti per turismo, affari ed informazione. Questi primi sviluppi sono soltanto una piccola parte del potenziale commerciale che i due paesi possono intraprendere, andando almeno in parte, a colmare gli effetti dei dazi americani. Anche all’interno dell’organizzazione dei BRICS, Pechino si è già sbilanciata per il sostegno dell’India ad ospitare il vertice del prossimo anno tra Brasile, Cina, India e Sud Africa, per aumentare le relazioni commerciali tra questi paesi. Una forma di collaborazione più stretta tra questi paesi, in materia di scambi commerciali e finanziari, fono ad arrivare ad una intesa su di una valuta comune alternativa al dollaro, può mettere in seria difficoltà l’economia americana, che sta alienandosi la collaborazione di paesi prima amici, soltanto per ragioni ideologiche o di opportunità relativa, con il risultato di rafforzare la Cina, come prima forza industriale del mondo. Occorre tenere conto che la vicinanza alla Russia, per l’India è quasi una consuetudine, ma l’azione americana la sta rafforzando, diverso è l’avvicinamento alla Cina, che rappresenta una vera e propria novità sullo scacchiere mondiale e che anche dal punto di vista strategico rischia di creare un blocco asiatico molto avverso agli USA. Washington fino dalla presidenza Obama ha messo al centro dei propri interessi politici ed economici il versante asiatico a discapito dell’Europa: lo scopo era quello di isolare la Cina, dottrina in cui si è riconosciuto anche Trump, tuttavia la sua azione sta favorendo un esito ben differente dalle intenzioni originarie. A questo punto la Cina ha dalla propria parte la Russia e l’avvicinamento dell’India, significa togliere un alleato, anche se non così stretto, agli Stati Uniti, che possono contare soltanto su Giappone e Corea del Sud in quell’area del mondo. L’imperizia di Trump e di chi si è circondato sta producendo danni notevoli alla politica estera americana, che non sono ancora del tutto compresi dentro ai centri di potere americani, ormai saldamente in mano ai Repubblicani amici del presidente. Con l’isolamento il programma di rifare grande l’America non può riuscire e si produrranno macerie che sarà difficile ricomporre, non solo sul piano politico ma anche su quello economico. 

venerdì 8 agosto 2025

Il multilateralismo tra Brasile e India come modello per opporsi a Trump

 Nel quadro delle reazioni seguite alle sciagurate politiche dei dazi imposti da Trump, c’è da registrare l’avvicinamento tra India e Brasile per incrementare lo scambio commerciale tra i due paesi, con l’intento di arrivare, entro il 2030, ad una espansione fino a superare i 17 miliardi di euro. Questi sviluppi sarebbero il risultato dei contatti telefonici tra il primo ministro indiano Narendra Modi e il presidente brasiliano Lula, quindi contatti avvenuti tra le maggiori cariche dei due paesi. Occorre ricordare che gli USA hanno intenzione di tassare le merci indiane in entrata del 50% a causa degli acquisti di petrolio russo, mentre il 30% che la Casa Bianca vuole imporre al Brasile è dovuto all’incriminazione dell’ex presidente Bolsonaro. Il mezzo concreto per raggiungere la somma di 17 miliardi di euro di scambi, consiste nell’avere concordato un ampliamento dei sistemi dell’intesa tra Mercosur ed India, dopo l’accordo tra i due paesi avvenuto alla fine del recente vertice tra i BRICS, conclusosi a Rio de Janeiro. La sfida di Brasile ed India è di superare l’attuale e le prossime fasi economiche, che si preannunciano difficili per tutte le economie mondiali, attraverso il rilancio del multilateralismo ed una maggiore integrazione, non solo tra i due paesi, ma proprio come modello da estendere il più possibile in contrapposizione all’isolazionismo di Trump. Questo tipo di approccio deve rappresentare l’alternativa da percorrere come esempio mondiale a chi si vuole opporre a quanto Trump vuole imporre: una egemonia populista, che governa su dati volutamente distorti e spesso falsi, per indottrinare una opinione pubblica sprovvista degli strumenti per il giusto discernimento delle notizie contraffatte. Per colpire il modello di Trump l’azione deve essere perseguita in due modi contemporaneamente: dalla base sociale, rendendo più consapevoli i cittadini, attraverso l’azione di corpi sociali e dall’alto con azioni concrete delle istituzioni dei governi e delle istituzioni.  In questo contesto il rafforzamento della democrazia è fondamentale, perché casi di accentramento del potere non favoriscono il ruolo delle opposizioni e del rispetto delle minoranze, purtroppo sta passando sempre più spesso il concetto che una maggioranza legittimata dal voto popolare possa imporre la propria visione in maniera assoluta, senza tenere conto di chi ha votato in modo diverso. Il passo successivo è la ricerca della riduzione della diseguaglianza, come mezzo per combattere l’ignoranza che favorisce la manovrabilità delle persone. Naturalmente senza una regolamentazione dei mezzi tecnologici e delle nuove tecnologie, raggiungere questi obiettivi appare molto difficile, perché la concentrazione di questi mezzi sono sempre più concentrati nelle mani di poche persone, spesso troppo vicine ai potenti di turno. La volontà distorta di Trump ha imposto i dazi in oltre novanta paesi, alterando il libero scambio e compromettendo lo sviluppo delle economie del mondo; creare una coalizione di tutti i paesi colpiti da Trump appare impossibile, perché esistono contrapposizioni profonde tra molti di loro, per altri il problema è il servilismo verso gli Stati Uniti, scambiato per occasione di rapporti privilegiati, tuttavia accordi ampi come quello tra Brasile ed India, capaci di creare mercati alternativi al dominio statunitense sembra possibile. Occorre anche considerare, che per adesso, gli effetti di questi dazi, negli USA, non si sono ancora sentiti, ma stime autorevoli prevedono un rincaro, a causa dei dazi, a carico dei cittadini USA, di una media di oltre il 18%, creando una situazione che non si verificava dal 1934. Questo aspetto minaccia di sorprese negative per il presidente americano, giacché ad essere colpita sarà proprio una parte del proprio elettorato, dove una parte sarà impossibile da ingannare con la falsa propaganda. Si tratterà di una prova che minaccia di essere molto severa in termini di gradimento e di apprezzamento delle politiche attuali della Casa Bianca e che potrà rappresentare un fattore di destabilizzazione da non sottovalutare. Ciò sarà un elemento di facilitazione per il successo di eventuali politiche di unione tra più paesi contro i dazi e tutto il modo di concepire il mondo da parte di Trump, viceversa senza unione di intenti a livello statale il percorso trumpiano sarà più difficile da affrontare.  

mercoledì 6 agosto 2025

Su Gaza L'Unione Europea conferma la propria irrilevanza

 Dopo una pessima figura per la trattiva con Trump sul tema dei dazi, peraltro non ancora formalmente chiusa ed anzi con nuove minacce da parte del presidente americano, l’Unione Europea colleziona una nuova performance negativa di fronte all’opinione pubblica internazionale. Nemmeno la più sfrenata arroganza da parte di Netanyahu, che ha affermato di volere occupare e quindi annettersi la striscia di Gaza, ha saputo produrre una reaziona, anche piccola, da parte di Bruxelles. Si è assistito alla debolezza contrapposte alla forza, la scelta di non reagire a tanta sfrontatezza. Eppure la pressione internazionale, con la volontà di riconoscere la Palestina come stato, poteva rappresentare una occasione per dimostrare una qualche vitalità, soprattutto perché, a questo livello, il riconoscimento palestinese è poco più di una manifestazione di volontà di fare pressione ad Israele, senza effetti pratici immediati, se non quelli mediatici; tuttavia nelle istituzioni comunitarie vige il silenzio ed anche l’Alto rappresentante per la politica estera dell’Unione, Kaja Kallas, non ha espresso alcun commento e l’ultimo messaggio apparso sul social network X è quello di condanna ad Hamas con la richiesta del rilascio degli ostaggi. Nel silenzio generale degli organi di governo dell’Unione Europea, quello che traspare è la volontà di non interferire con un governo israeliano, che rappresenta ciò che c’è di più lontano dai valori europei. La carneficina ed il genocidio perpetrato da Tel Aviv, attraverso le armi e la fame usata come arma, dovrebbero scandalizzare in automatico ogni democrazia e fare scattare isolamento e sanzioni economiche e politiche per Israele, almeno al pari di quanto, giustamente, applicato alla Russia: quale sono le differenze delle sofferenze imposte alla popolazione civile? Non basta che uno sia uno stato riconosciuto ed un altro un territorio sprovvisto di riconoscimento unanime; la sofferenza delle persone imposta da regimi invasori dovrebbe suscitare gli stessi sentimenti. Al contrario mentre in fasce sempre più numerose di popolazione questo accade, lo stesso non vale per i governi e le istituzioni, soprattutto quelle dell’Unione Europea, che con questo atteggiamento possono solo riscuotere una delegittimazione delle loro figure ed una percezione di inutilità delle figure collegiali e, in ultima analisi, della stessa Unione. Occorre capire quali sono i motivi che tengono in ostaggio Bruxelles anche di fronte all’evidenza di una mostruosità di tale genere. Se per stati come la Germania, che, peraltro, ha mostrato aperture al riconoscimento della Palestina ed ha condannato Israele (e per questo è stata accusata di nazismo), si può comprendere la naturale ritrosia a criticare lo stato ebraico, meno comprensibile è l’atteggiamento di una organizzazione sovranazionale come l’Unione; tanto più che la condanna all’attuale governo israeliano non avrebbe certo critiche antisemite, ma si richiamerebbe al diritto internazionale, che dovrebbe essere universalmente riconosciuto. Una motivazione potrebbe risiedere nell’atteggiamento di Bruxelles completamente subalterno a Washington, una sorta di preoccupazione a non contrastare Trump, che appoggia in pieno l’operato di Tel Aviv, per non suscitare contrasti con gli USA per preservare una sorta di canale preferenziale nelle relazioni con la Casa Bianca; tuttavia questa pare, come ormai appurato, soltanto una illusione, in cui crede solo l’Europa. Esiste il timore di compromettere le relazioni economiche, quelle che hanno imposto i dazi, o forse quelle militari, dove l’Alleanza Atlantica è sempre più contestata dal presidente USA. Queste ragioni appaiono già poco solide, se queste relazioni fossero effettivamente forti, ma nell’attuale stato di cose si rivelano soltanto scuse non credibili. Il problema è che dentro l’Unione non esistono regole certe di natura politica e neppure indirizzi univoci capaci di derivare dalle ragioni fondative dell’Europa unita, che, infatti, unita non è. La sovranità troppo limitata di Bruxelles, l’assenza di una politica estera unitaria, la mancanza di una forza armata comune, rappresentano ostacoli insormontabili per diventare un attore mondiale rilevante ed anche la mancata cancellazione del voto a maggioranza assoluta, anziché la presenza del principio di maggioranza relativa, consente a stati parassiti di condizionare troppo la vita dell’Unione, che si conferma soltanto una unione basata sull’economia ma incapace di produrre progressi al proprio interno nel campo della politica e per questo condannata ad essere irrilevante.

venerdì 1 agosto 2025

Il Canada deve entrare nell'Unione Europea

 Quello che sta accedendo con il ricatto politico di Trump, di applicare i dazi, non solo per ragioni economiche, ma anche per ritorsioni politiche dovrebbe fare riflettere il mondo internazionale e favorire quell’isolamento che gli USA, sembrano orgogliosamente ricercare. Dopo diverse scadenze rimandate, per uso personale e dei suoi familiari, per consentirgli le più spericolate operazioni finanziarie, il disegno di Trump appare sempre più delineato: imporre un nuovo ordine mondiale attraverso la forza finanziaria statunitense; questo progetto vale per gli alleati più tradizionali come per quegli stati ritenuti comunemente avversi a Washington. I recenti casi di minacce di dazi elevati a Brasile, per avere messo in stato di accusa l’ex presidente Bolsonaro, e gli analoghi ricatti al Canada, per avere manifestato la volontà di riconoscere la Palestina, rappresentano esempi abbastanza eloquenti dei fini di Trump, con evidente invasione della sovranità di altri stati. Del resto chi poteva produrre una opposizione forte, come l’Unione Europea, ha assunto fin da subito un atteggiamento troppo accondiscendente, che ha solo favorito la spavalderia del presidente americano. Tutto il contrario della Cina, che ha assunto un atteggiamento più duro verso le minacce americane, anche grazie ad uno stato storico di assenza di subalternità. Va anche detto, che la presidente Von Der Layen si è rivelata un attore poco incisivo e troppo prono alla prepotenza di Trump. La colpa dell’Europa è stata l’incapacità di attrarre nuovi membri forti e di trovare mercati alternativi, cercando di mantenere rendite di posizione nel mercato USA, che si sapeva che erano da tempo già compromesse.  La percezione è quella della mancanza di un progetto coraggioso sia economico, che politico. Il primo passo da fare per l’Europa è quello di abbassare le tariffe interne ed uniformare le rispettive tassazioni, per presentarsi sulla scena internazionale come un blocco coeso; poi occorre allargare i mercati dove vendere le proprie merci e le destinazioni più probabili sono quelle a cui gli USA intendono applicare i dazi più alti, infine aumentare i mercati interno con politiche di aumento dei redditi. Se questa sono le condizioni di partenza economiche, ancora più importante è sviluppare un progetto politico capace di permettere all’Europa di valicare i propri confini geografici. Esiste un potenziale alleato naturale, che si identifica benissimo nei valori europei, al contrario di paesi che sono membri soltanto per puro interesse economico, e che è geograficamente collocato al di fuori dei confini europei, che permetterebbe uno spazio comune ineguagliabile. Si tratta del Canada, minacciato più volte da Trump di essere annesso come cinquantunesimo stato degli Stati Uniti. Progettare un ingresso del Canada nell’Unione Europea significherebbe rompere l’egemonia americana sulle due sponde degli Oceani e creare il mercato più ricco del mondo. Certamente sarebbe un atto di guerra nei confronti di Washington, ma che permetterebbe di aggiungere un peso diplomatico enorme ed una maggiore rilevanza internazionale a Bruxelles. Per affinità culturali e condivisione dei valori democratici sui quali si fonda l’Unione Europea, il Canada sarebbe il partner ideale con il quale allacciare una più profonda alleanza. Un blocco configurato in modo tale sarebbe un avversario ideale per ridurre Trump a più miti consigli ed anche per acquisire una autonomia maggiore nel campo della diplomazia e della difesa, restando nell’ambito dell’Alleanza Atlantica, ma progressivamente più indipendente da Washington. Sicuramente questo sarebbe un processo lungo, che deve prevedere una maggiore indipendenza di giudizio, rispetto agli USA, da parte di alcuni degli stati più importanti dell’Unione, accompagnato da un processo condiviso di rinuncia a parti, anche consistenti di sovranità, ma una Europa capace di attirare e ricomprendere al proprio interno il paese canadese, sarebbe una Unione ancora più moderna ed attrattiva per gli investimenti ed il peso negoziale. L’idea di fare entrare il Canada nella zona di scambio più ricca del mondo, ne accrescerebbe il valore proprio a scapito degli Stati Uniti, accontentandoli nelle loro volontà isolazionista. 

giovedì 24 luglio 2025

L'arma della fame usata da Israele

 La carestia di Gaza si rivela sempre più quello che è: una variante delle armi di sterminio operate da Israele, con l’appoggio evidente degli USA, ai danni dei palestinesi di Gaza. Non è stato ritenuto sufficiente bombardare dal cielo e dalla terra la popolazione, distruggergli le abitazioni, sottoporli a carenze igieniche notevoli: l’arma della fame serve a completare l’obiettivo del genocidio, che ha come unico obiettivo rubare il territorio dei palestinesi, una variante ancora più violenta di quanto già accade nelle colonie. I palestinesi superstiti sono vittima di una tortura brutale: costretti dalla carenza alimentare sono costretti a recarsi in zone anche lontane, dove la Gaza Humanitarian Foundation, organizzazione statunitense, dovrebbe distribuire gli aiuti. I palestinesi in file obbligate, spesso con percorsi obbligati all’interno di vere e proprie gabbie, devono subire le fucilate dei soldati israeliani. Secondo alcuni degli stessi soldati, il tiro a segno sarebbe conseguenza di ordini diretti degli ufficiali israeliani, mentre altre versioni parlano di plotoni formati da soldati provenienti dalle colonie, o che comunque ne condividono le finalità, che arriverebbero a disobbedire alle direttive ufficiali per colpire i palestinesi. Queste formazioni militari, peraltro, sono ritenute responsabili di atti contro i civili come il recente fatto che ha riguardato il bombardamento della chiesa cattolica di Gaza. In ogni caso proprio per la frequenza di episodi, purtroppo sempre più ricorrente, contro la popolazione in cerca di cibo, si può ragionevolmente ipotizzare, che entrambi le possibilità siano veritiere e che ciò corrisponde ad una strategia del governo israeliano, nemmeno più troppo nascosta, di sfrattare la popolazione palestinese da Gaza per fare rientrare la striscia sotto il diretto controllo amministrativo di Tel Aviv, come già ipotizzato da Trump e da un recente filmato creato con l’intelligenza artificiale da una ministra in carica. A Gaza, quindi, i civili continuano a morire, uccisi sia dall’esercito di Israele, che dalla tattica di affamare le persone. Se sull’aspetto militare le reazioni continuano ad essere troppo tiepide, non si va aldilà di dichiarazioni scontate e senza alcun effetto, la questione della provocata carestia alimentare ha provocato una dura presa di posizione firmata da 109 organizzazioni non governative, che hanno formalmente richiesto l’invio di aiuti umanitari. Quella provocata da Israele è una vera e propria carestia di massa, che ha generato grave denutrizione in tutte le fasce di età, ma con ricadute particolarmente gravi su bambini e vecchi, spesso vittime mortali di questa orribile privazione. La richiesta è quella di aprire tutti i valichi di frontiera per permettere ai rifornimenti di cibo, acqua potabile e medicinali di raggiungere le persone, ma con modalità regolate dalle Nazioni Unite e non dai contractor americani. I rifornimenti sono già presenti al di fuori della Striscia di Gaza, ma Israele continua a bloccarli con le scuse più diverse. La colpa viene addossata ad Hamas, ma non si capisce come l’organizzazione terroristica, fortemente decimata, abbia ancora un potere così vasto e tale da potere influenzare una grande massa di rifornimenti, è chiaro che ci troviamo di fronte ad una scusa per perpetrare la carestia a danno dei civili. La denuncia delle organizzazioni non governative è successiva alla dichiarazione congiunta di 25 paesi, che hanno chiesto la fine della guerra e hanno condannato i metodi della distribuzione alimentare. A queste dichiarazioni, però, non seguono ritorsioni, come le sanzioni, in grado di colpire l’economia israeliana, come avviene per la Russia. Senza prese di posizioni con effetto pratico ogni dichiarazione non ha alcun effetto su Tel Aviv, che può continuare ad aumentare il numero del massacro fin qui portato avanti, che, secondo i numeri forniti dal Ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas, ammonta a circa 60.000 morti; mentre per i vivi si calcola che l’87,8% degli abitanti di Gaza sia stata o è sottoposta ad ordini di sgombero sotto il controllo militare israeliano, una situazione che espone una occupazione militare a carico dei civili non giustificata, se non con la ragione di provocare sofferenze in maniera deliberata e con lo scopo di annettere il territorio palestinese della striscia allo stato ebraico.

martedì 18 febbraio 2025

Ora più che mai l'Europa deve essere autonoma

 Aldilà degli inqualificabili comportamenti del nuovo Presidente degli USA e del suo vice, la sorpresa dell’Europa, per la nuova situazione, non può essere affatto giustificata. La sensazione si spaesamento e di urgenza, per essere esclusa dalle trattative tra Casa Bianca e Cremlino, proprio per il volere di Trump, per la questione ucraina è un colpo notevole all’autorevolezza di Bruxelles ed a poco sembrano valere le ragioni e le richieste di sedere al tavolo delle trattative, nonostante possa esistere la possibilità di alzare le spese per la difesa ed in misura minore l’invio di un contingente di pace formato da militari europei. L’Unione Europea aveva l’esperienza della prima presidenza di Trump, dove era già stata enunciata l’inutilità dell’Alleanza Atlantica e con essa la fine del sistema occidentale, come era da sempre conosciuto, ed del periodo successivo: i quattro anni della presidenza Biden, dove si poteva arrivare ad un punto avanzato, se non definitivo, di una forza militare comune europea, in grado di garantire la difesa autonome dell’Europa; al contrario si è preferito rinviare il problema, sperando nell’elezione di un esponente democratico, che potesse portare avanti la politica occidentale, come è stata fin dopo la seconda guerra mondiale. Una difesa dell’Europa fondamentalmente delegata alla presenza statunitense, capace di supplire alle mancanze europee. Ora non è più così e la politica di difesa militare è soltanto il problema più immediato, che è legato intimamente alla mancanza di una politica estera comune ed a intenti unitari anche in tema di economia, che rende l’Unione debole di fronte alle minacce dei dazi americani. Una serie di problemi capaci di accomunare l’intera Unione Europea alla Gran Bretagna, che si è risvegliata più lontana della tradizionale alleanza con Washington e ben più vicina ai timori di Bruxelles. L’Europa tenta di ripartire con la proposta della Presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, di non conteggiare nelle restrizioni di bilancio la quota di denaro destinata alle spese militari. Pur trattandosi di materia molto delicata, per le varie sensibilità delle nazioni componenti l’Unione, questa soluzione appare un punto di partenza, ancorché tardiva, per una politica di difesa potenziata, alla quale dovranno seguire politiche di integrazione efficaci delle singole forze armate verso un esercito comune, capace di difendere il territorio dell’Unione anche senza l’appoggio degli USA. Si tratta di un obiettivo ambizioso ma quanto mai necessario: Washington, fin dai tempi di Obama, ha diretto il proprio sguardo verso le sue esigenze di presidio dell’Oceano Pacifico, nell’ottica della competizione con la Cina ed ora Trump ha deciso di accelerare in questa direzione e ciò spiega il suo impegno nell’immediato coinvolgimento della Russia per la definizione della questione ucraina; tuttavia una trattativa dove una parte in guerra è esclusa è una trattativa che parte male e bene ha fatto l’Europa a rivendicare la presenza di Kiev al tavolo di qualunque negoziato ed anche della propria presenza, proprio come garanzia dell’Ucraina e di se stessa. Una Ucraina sconfitta precederebbe soltanto una possibile avanzata russa sicuramente verso i paesi baltici, la Polonia e la Romania, che è poi il vero progetto di Putin per ridare lo status di grande potenza alla Russia. Trump ha una visione contraria alle democrazie occidentali, ritenendo i loro valori superati, ma si tratta di una visione di brevissimo periodo nei confronti di quello che è ancora il mercato più ricco. Bruxelles deve sapersi muovere con questa consapevolezza, arrivando anche a ristabilire legami, che potrebbero andare oltre quelli commerciali, con altri soggetti molto importanti sullo scenario internazionale, certo la Cina, ma anche l’India ed il Brasile fino alle repubbliche centro asiatiche, spesso desiderose di allontanarsi proprio dalla Russia. Il primo passo, però, deve essere un coinvolgimento totale dei membri dell’Unione, senza effettuare riunioni ristrette che lascino fuori paesi direttamente coinvolti nelle situazioni contingenti, come i paesi baltici nella riunione convocata da Macron. Per fare ciò, oltre a quello già detto in precedenza, l’Unione si deve dotare di regolamenti più veloci capaci di superare l’assurdo criterio della totalità dei voti per l’approvazione di leggi e decisioni comunitarie e della capacità di espulsione dei paesi contrari alla direzione unitaria della politica europea, come l’Ungheria. L’adesione dell’Ucraina all’Unione è un fatto dovuto ed una assicurazione contro le politiche di Putin, ma deve essere sostenuta da una forza armata capace di sganciarsi dagli USA, una Alleanza Atlantica meno dipendente da Washington, anche nella capacità di produrre gli armamenti che potrebbe usare.

martedì 11 febbraio 2025

I dazi di Trump come minaccia politica ed economica

 La politica protezionista di Trump, cardine del suo programma elettorale, sta prendendo forma, per ora soltanto con annunci e proclami. Dopo i dazi contro la Cina della scorsa settimana, la nuova minaccia, peraltro annunciata, è quella di imporre tariffe di 25% alle merci in entrata costituite da acciaio ed alluminio, senza alcuna eccezione o esenzione. Per l’Europa si tratta di vedere se i dazi già presenti, proprio del 25%, saranno soltanto confermati o arriveranno, addirittura, al 50%. Lo scopo dichiarato è quello di aumentare la ricchezza americana. Oltre all’Europa, gli obiettivi principali sono Canada e Messico: i dazi verso questi due paesi sono in palese violazione dell’accordo di libero scambio tra i tre stati. Questa violazione rappresenta un pessimo segnale della direzione della politica della nuova amministrazione statunitense, in relazione all’approccio con i trattati internazionali esistenti. Per il Canada i dazi peseranno molto su di un comparto che ricava dalla fornitura dell’acciaio verso gli USA ben 11,2 miliardi di dollari; tuttavia la previsione è che questa misura si ritorcerà contro i produttori USA, dall’industria automobilistica fino ai produttori di contenitori per bevande gassate. Al contrario la Casa Bianca, prevede un saldo favorevole alla bilancia commerciale, grazie ai maggiori benefici che i dazi porteranno alle industrie locali di acciaio ed alluminio, rispetto alle perdite di altri settori industriali. Nella visione di Washington l’industria pesante è ritenuta strategica per stimolare anche altri settori, fungendo da volano per l’economia statunitense. Trump ha dichiarato che i dazi riguarderanno una gamma piuttosto vasta di prodotti, un fattore tale da scatenare una guerra commerciale, con conseguenza imprevedibili a livello planetario. Nei confronti del Messico, però la misura tariffaria è stata sospesa di un mese, in cambio di maggiori controlli alla frontiera per impedire l’accesso ai migranti verso gli USA. Questa sospensione potrebbe significare che le misure dei dazi, potrebbero essere una minaccia per ottenere altro, per esempio per l’Europa una maggiore spesa militare ed un maggiore impegno e coinvolgimento in operazioni, tale da permettere una diversa dislocazione delle truppe USA sullo scacchiere mondiale. Anche per il Canada la minaccia è stata sospesa con l’impegno di trattenere il traffico dei migranti e l’esportazione della droga a base di fentanyl verso gli USA. L’impegno richiesta al Canada appare blando, forse perché Ottawa aveva elaborato una lista di prodotti da colpire con dazi doganali, provenienti soprattutto dagli stati repubblicani, che più hanno sostenuto Trump. In ogni caso colpire in maniera pesante il Messico, che ha sostituito la Cina, come principale fornite degli USA, con merci per 505,851 miliardi di dollari e con uno squilibrio commerciale, in favore di Città del Messico, di 171,189 miliardi di dollari, rappresenterà un problema intrinseco per l’industria manifatturiera americana, verosimilmente alle prese con gli aumenti dei costi delle forniture. Con Pechino la guerra commerciale è già partita ed entrambi i paesi si sono già applicati dazi rispettivamente. Ancora più interessante sarà l’evoluzione dei rapporti con l’Europa, pubblicamente richiamata del vicepresidente per i troppi vincoli commerciali presenti sul suo territorio, che non facilitano rapporti reciproci facili. Effettuare una politica commerciale troppo rigida sull’area più ricca del mondo può avere effetti pesantemente deleteri per l’industria statunitense, tanto più che a Bruxelles si stanno cercando concreti sbocchi alternativi per i propri prodotti, pensando a nuovi accordi commerciali con la Cina; se si andasse in questa direzione, dopo che la politica di Biden era riuscita ad invertire la tendenza, gli effetti dei dazi avrebbero la doppia conseguenza negativa di perdere quote di mercato dei prodotti americani in Europa e che queste quote potrebbero essere rimpiazzate da prodotti cinesi; e le dichiarazioni estemporanee del nuovo presidente americano, circa la creazione di una riviera a Gaza, ma senza palestinesi, ed di una Ucraina in futuro di nuovo russa, non aiutano il dialogo con gli europei, allergici a certi atteggiamenti, nonostante la crescente presenza di fiancheggiatori di Trump, anche al governo di alcuni paesi. Se la questione militare può essere una leva che Trump non esiterà ad usare, la Casa Bianca deve tenere conto che queste provocazioni potrebbero spingere Bruxelles a staccarsi in maniera lenta ma progressiva dall’alleato americano. 

martedì 14 gennaio 2025

L'Alleanza Atlantica ha necessità di maggiori investimenti

 Quello che il Segretario Generale dell’Alleanza Atlantica, ha fatto, durante il suo discorso al Parlamento europeo, è sembrato un vero proprio appello alla collaborazione dei paesi dell’Unione. Quasi una richiesta di aiuto, che più esplicita non poteva essere. L’imminente avvento di Trump, rappresenta una aggravante decisiva di uno stato delle cose già difficile e complicato. La situazione attuale non è quella di una pace vera e propria, anche se non è neppure presente uno stato di guerra; tuttavia il conflitto ucraino è alle porte dell’Europa e la situazione dell’impegno economico dei membri UE è ancora lontano da quel due per cento del prodotto interno lordo, che ormai è ritenuto insufficiente per mantenere l’Alleanza Atlantica ad un livello adeguato per rispondere alle criticità potenziali presenti sulla scena internazionale. Se la richiesta di Trump, di portare al 5% del prodotto interno lordo di ogni singolo membro dell’Alleanza, appare come un dato arrotondato molto per eccesso, una valore ragionevole potrebbe essere quello del tre per cento, cioè un punto percentuale in più rispetto all’attuale, peraltro raggiunto soltanto da pochi membri. Se oggi la situazione è ritenuta più o meno sicura, dopo la presidenza Trump, potrebbe non essere più tale. Anche se la minaccia del presidente eletto è stata quella di abbandonare l’Alleanza Atlantica, questa evenienza, soprattutto per ragioni economiche, è ritenuta remota, ma più probabile è ritenuto possibile che gli USA possano attuare un disimpegno, in modo da concentrarsi sui temi del presidio dell’area pacifica, zona essenziale per combattere la Cina. L’Europa, pur in un quadro generale di presenza dell’Alleanza Atlantica, deve portare un maggiore contributo e rispondere agli accordi sottoscritti per portare al 2% del PIL la spesa militare; ma troppi stati sono ancora lontani da questo obiettivo. Oltre alla necessità di raggiungere la quota stabilita, occorre una maggiore razionalizzazione nel modo di spendere per gli acquisti militari, facendo acquisiti congiunti, in grado di garantire maggiori economie di scala e una integrazione sempre più efficiente tra le varie forze armate, in assenza di una componente militare sovranazionale, che appare sempre più necessaria, per avere un maggiore raggio di manovra e di autonomia, seppure sempre all’interno dell’Alleanza Atlantica. Parallelamente è necessario sviluppare quegli strumenti atti a contrastare la guerra ibrida necessari per contrastare l’azioni di soggetti quali Russia, ma anche Cina, che tendono a condizionare la vita politica e sociale degli stati europei. La disinformazione costituisce una debolezza dell’Europa, così come l’arma dell’immigrazione irregolare funziona come fattore di destabilizzazione interna ed esterna, arrivando a mettere in difficoltà le istituzioni europee nei loro centri di comando. Le vicende ucraine hanno interrotto una situazione di stallo, dove la ragione dell’esistenza delle forze armate, nei paesi europei, era cambiata verso un utilizzo di forze di pace e di interposizione in zone critiche, ma comunque lontane dal territorio europeo. Con l’invasione russa in Ucraina, i ministeri della difesa si sono resi conto dell’inadeguatezza dell’impostazione delle loro forze armate, che avevano superato i concetti di guerra sul campo, con la conseguenza del cambiamento anche dei rispettivi arsenali. I cicli dell’economia che si sono ripetuti negli ultimi periodi non sono stati mai positivi e contraddistinti da assi livelli di crescita, una situazione che ha favorito la contrazione delle spese militari, lasciando potenziali di difesa molto bassi. Se, da un lato si  possono comprendere le remore a spendere nel settore militare, anche considerando le tesi dei pacifisti ad oltranza, resta un fatto che la minaccia russa rappresenta un dato concreto, con il quale è impossibile non tenere conto, anche per le pericolose alleanze di Mosca con la Corea del Nord e l’Iran e quindi con aree contigue al terrore internazionale. Quello che si deve affrontare non è soltanto una minaccia chiara, ma un universo opaco di nemici indistinti, contro i quali devono essere elaborate strategie efficaci. La proposta francese, di effettuare le spese militari verso aziende europee, ha una valenza diretta a privilegiare una maggiore coesione dei paesi europei, ma potrebbe incontrare le resistenze di Trump, quindi occorrerà trovare un equilibrio in grado di soddisfare le richieste politiche, ma anche le legittime aspirazioni europee, perché sul lungo periodo, anche per gli USA un’Europa militarmente più autonoma, sarà un vantaggio anche per Washington e non solo per Bruxelles.

mercoledì 28 agosto 2024

Il bombardamento russo svela la debolezza di Mosca

 La ritorsione di Mosca, all’invasione ucraina all’invasione del territorio russo, si è concretizzata con attacchi aerei su ben quindici provincie di Kiev. Sono stati almeno 17 i bombardieri strategici russi impegnati nell’offensiva aerea, che ha avuto come obiettivo principale quello di colpire l’infrastruttura energetica ucraina. La stima dei missili russi utilizzati oltrepassa due centinaia, che hanno avuto come bersagli le città ed i territori circostanti di Leopoli, Dnipro, Cherkassy e Kiev. I nuovi danni provocati alle infrastrutture energetiche si devono sommare ad una situazione già difficile in questo settore, preso di mira come bersaglio strategico in vista della stagione invernale. Secondo alcuni analisti, l’incremento su larga scala dei bombardamenti, sarebbe una risposta all’invasione del territorio russo, ed in parte l’azione di Mosca può essere letta anche in questo modo, ma risulta indubbio che la strategia rientri nella volontà di colpire il sistema energetico ucraino, per rendere più difficile la situazione della popolazione; in ogni caso, come rilevato dal presidente ucraino, la necessità di eliminare le restrizioni alle armi occidentali risulta ormai improcrastinabile. Non si può organizzare una difesa adeguata senza colpire i depositi di approvvigionamento che l’armata russa utilizza sul proprio territorio, interrompere le linee di rifornimento appare come la migliore difesa preventiva. La richiesta ucraina, rivolta soprattutto a Francia, Regno Unito e Stati Uniti, appare giustificata dalla preponderanza della forza aerea russa, che, al momento, è l’unico fattore capace di fare la differenza. Fermare le incursioni di Mosca sui cieli ucraini e la protezione fornita dall’alto alle forze russe che occupano i territori ucraini, rappresenterebbe la soluzione capace di rovesciare le forze del conflitto ed arrivare ad eventuali trattative in maniera molto diversa per Kiev. Se si analizza quella che è stata definita la risposta russa all’invasione del suo territorio, la prima domanda legittima da farsi è come mai Mosca non abbia scelto di operare una azione equivalente nella provincia di Kursk contro le forze occupanti ucraine e riprendere il proprio territorio. Sul terreno l’avanzata di soldati ucraini più esperti, contro le truppe di leva russe, è stata abbastanza agevole ed a portato alla conquista di circa mille chilometri quadrati, con ventotto centri abitati, che ha costretto le autorità russe ha sfollare circa 121.000 civili. Una situazione che non si verificava dalla seconda guerra mondiale, tuttavia, la scelta del Cremlino è stata quella di mantenere le posizioni nel Donbass, senza spostare militari più qualificati per la riconquista del terreno perduto, ed anche la scelta di impiegare i bombardamenti direttamente in Ucraina solleva qualche dubbio. Gli interrogativi riguardano la capacità di mobilitazione delle truppe russe, intendendo militari scelti ed addestrati, che sembra essere arrivata alla fine delle proprie disponibilità, così come gli arsenali di missile ed ordigni per i bombardamenti, sui quali si è dovuto operare una scelta che ha tralasciato i territori occupati della provincia di Kursk. L’occasione per l’occidente, se si vuole avere qualche probabilità che si arrivi a delle trattative, sembra che debba essere sfruttata e ciò si può fare soltanto con un incremento  delle forniture militari, soprattutto nel settore antiaereo, e nella fine della restrizione dell’uso delle armi occidentali contro il territorio di Mosca. Quello che deve passare, sia tra i governi, che tra i parlamenti occidentali, è l’idea che l’utilizzo delle armi occidentali usate solo sul territorio ucraino ne dimezza l’efficacia, diventando anche un inutile dispendio economico. Il concetto di guerra di difesa non implica l’utilizzo di armamenti soltanto sul territorio da difendere, ma anche sui territori da cui provengono gli attacchi, anche se questi sono sotto altra sovranità. Al momento le regole occidentali favoriscono Mosca, che, occorre, ricordarlo è quel soggetto che ha infranto ogni regola del diritto internazionale, e proprio per questo va fermata il prima possibile rendendola la più inoffensiva possibile. Le forze del Cremlino appaiono stanche e vulnerabili, come ha dimostrato la manovra ucraina nella provincia di Kursk e si basano principalmente sul predominio aereo; infrangendo questo predominio la Russia dovrà arretrare e sedersi al tavolo della trattativa non certo da un punto di forza. L’occidente ha il dovere di aiutare l’Ucraina perché quello è il migliore aiuto verso se stesso.   

mercoledì 7 agosto 2024

La nomina del nuovo capo di Hamas preclude la pace

 La decisione, probabilmente israeliana, di eliminare il capo politico e negoziatore di Hamas, Ismail Haniye, ha provocato la sua sostituzione con Yahya Sinuar, capo militare dell’organizzazione e considerato come colui che ideato l’attacco del 7 ottobre e, per questo, maggiore ricercato dalle forze di difesa di Israele. Questo avvicendamento forzato al vertice di Hamas rappresenta una risposta verso Israele, che appare una sorta di ritorsione contro Tel Aviv e che vuole significare un netto allontanamento dalle trattative di pace ed una virata verso un atteggiamento ancora più violento nella guerra di Gaza in particolare, e comunque contro ogni possibile intesa con gli israeliani. Si allontana anche la soluzione dei due stati, perché entrambi i capi delle due parti, Sinuar e Netanyahu, ora sono concordi proprio sulla contrarietà a questa soluzione. La scelta di Hamas, può essere compresa ma non condivisa, perché significherà una pressione ancora maggiore sulla popolazione civile di Gaza, con maggiori vittime e situazioni igienico sanitarie, se possibile, ancora peggiori di quelle attuali. L’impressione è che Hamas sia caduta nella trappola israeliana, il cui intento dell’eliminazione di Haniye era proprio quello di sostituirlo con Sinuar. La svolta, con la nomina del capo militare di Hamas incrementerà ancora di più l’attività repressiva di Israele, sia a Gaza, che in Cisgiordania, dando una sorta di giustificazione ad azioni preventive militari, che potrebbero permettere la conquista si altre zone; appare chiaro, infatti, come la strage del 7 ottobre, sia ormai un pretesto per cancellare la popolazione palestinese dai territori ancora abitati dall’etnia araba, che il governo israeliano, composto in maniera consistente dai nazionalisti religiosi, considera di propria pertinenza. Netanyahu, del resto, ha sempre condotto una tattica attendista, fin dal suo insediamento del primo governo, avvenuto nel 1996. Il premier israeliano ha più volte illuso la politica internazionale, circa la possibilità della creazione di uno stato palestinese; in realtà non ha mai previsto realmente una tale soluzione ed ora approfitta di una errata, dal punto di vista politico, e soprattutto scellerata azione da parte di Hamas, per mettere la parola fine al progetto dei due stati, malgrado sia la soluzione più caldeggiata dalla maggior parte dei paesi del mondo. Questo può succedere perché gli USA continuano ad appoggiare Tel Aviv, anche malgrado i massacri insensati di civili a Gaza e l’attività portata avanti sul territorio di altri stati in dispregio di ogni norma del diritto internazionale e l’Europa, aldilà delle dichiarazioni di facciata, non ha mai intrapreso una politica concreta di sanzioni, per fermare la violenza. I palestinesi non possono certo contare sull’appoggio, portato in maniera inutile di Iran, Hezbollah ed Houti, che, anzi, rischiano con il loro atteggiamento, di provocare vittime collaterali delle loro iniziative. Gli stati arabi sunniti mantengono un atteggiamento distaccato, a causa del loro interesse di nuove relazioni con Tel Aviv e non si spingono aldilà di mere dichiarazioni di prammatica. La vicenda della nomina del capo militare di Hamas a capo politico della stessa organizzazione, peraltro, non è il risultato di una consultazione elettorale, ma di una manovra autoreferenziale della quale i palestinesi sono vittime e che, per loro e forse per il mondo, non appare una scelta conveniente. Deve essere anche valutata la possibilità di una influenza, su questa decisione, da parte degli attori più avversi ad Israele e ritenuti da Hamas, ormai gli unici alleati affidabili: Iran ed Hezbollah; nel quadro di una ritorsione, orami ritenuta sempre più probabile per l’assassinio del capo politico di Hamas, avvenuta a Teheran, la nomina del capo militare a capo politico di Hamas, potrebbe significare un maggiore impegno per Israele a Gaza, coincidente proprio con l’avvio della ritorsione iraniana. Gli israeliani potrebbero essere impegnati in modo più consistente a Gaza, attaccati a Nord da Hezbollah e colpiti dagli iraniani e dall’azioni dei droni degli Houti. Il risultato sarebbe una pressione militare, forse mai vista, a cui Israele sarebbe sottoposto. Nel mentre i mezzi navali americani sono già schierati ed il pericolo di un allargamento del conflitto è sempre più probabile e la nomina di Hamas non fa che aumentare ancora di più questa possibilità.

mercoledì 31 luglio 2024

L'uccisione del leader si Hamas rischia di vanificare il processo di pace

 All’eliminazione fisica del numero due di Hezbollah, avvenuta in Libano, è seguita quella del leader di Hamas, Hanieyh, a Teheran. La caratteristica comune è che questi omicidi siano avvenuti in territorio straniero, appartenente alla sovranità dei rispettivi stati; il rilievo è importante perché la responsabilità degli assassini, nel primo caso è stata rivendicata dagli israeliani, mentre nel secondo caso Tel Aviv per ora tace; tuttavia, diversi attori internazionali sono concordi nell’attribuirne la responsabilità alle forze armate di Israele. Rivendicare un attentato in terra iraniana significa ammettere una pericolosa violazione della sovranità di Teheran, che giustificherebbe una risposta del paese sciita. In realtà sul mandante, del razzo che ha colpito la casa della vittima, restano, oggettivamente pochi dubbi. Il razzo non proveniva dall’interno del paese iraniano, ma è giunto su di esso dall’estero, un indizio che non depone a favore di Tel Aviv. Se così fosse le conseguenze della strategia israeliana, rischierebbero concretamente di allargare paurosamente un conflitto, che ha già rischiato troppe volte di diventare letale per il mondo intero. Tel Aviv si pone davanti al mondo con una condotta sprezzante del diritto internazionale e senza alcuna volontà di ricercare una pace vera e non funzionale ai propri scopi di espansione, sia a Gaza, che in Cisgiordania. Un aspetto che gioca in maniera determinante nella condotta di Israele sono le inutili minacce dell’Europa, che non fa nulla per mettere fine ai massacri israeliani, ed all’appoggio sostanziale, seppure con critiche, degli Stati Uniti. Se la condanna e le conseguenti minacce, da parte iraniana appaiono come scontate (tra l’altro l’uccisione dell’esponente di Hamas è avvenuta in occasione dell’investitura del nuovo presidente dell’Iran), anche le reazioni di altre nazioni ed organizzazioni sono state particolarmente violente. La Turchia ha definito come ignobile l’assassinio, Erdogan aveva già condannato in maniera pesante Tel Aviv per l’uccisione del leader di Hezbollah ed in questo frangente ha rincarato la dose, l’atteggiamento del presidente turco è funzionale a riguadagnare consensi in vista delle elezioni presidenziali, ergendosi a difensore del popolo palestinese. La questione turca è particolarmente importante, perché Ankara fa parte dell’Alleanza Atlantica e la sua linea politica si discosta in maniera netta, soprattutto da quella di Washington. Naturalmente Hamas ha minacciato Israele, ma le attuali condizioni militari destano per Israele minori preoccupazioni rispetto ad attacchi kamikaze di membri isolati, così come rischia di aggravarsi pericolosamente la situazione in Cisgiordania, dove la agitazioni popolari partiranno con scioperi e manifestazioni contro il governo israeliano; più problematiche, dal punto di vista militare, le azioni di ritorsione promesse dagli Houti, che hanno già dimostrato di potere colpire Israele con i suoi droni. Anche l’Iraq ha condannato Israele, mentre gli USA hanno assicurato a Tel Aviv protezione in caso di attacco, parole che non contribuiscono a raffreddare la situazione. Teheran, da parte sua, ha affermato, che il fatto avvicinerà ulteriormente il paese sciita ai palestinesi, come sarà questo avvicinamento è questione centrale, perché se si concretizzerà con aiuti militari o interventi in appoggio ai belligeranti di Gaza, la tensione tra i due stati salirà a livelli probabilmente mai visti. In ogni caso è impensabile che Teheran non risponda con una azione almeno pari a quella israeliana, se ciò riuscirà si riaprirà la corsa alle ritorsioni, con ricadute evidenti sui colloqui e sul processo di pace per la situazione di Gaza. Nel contesto generale particolarmente efficace è la reazione del Qatar, impegnato in prima persona nei colloqui di pace, che ha sottolineato che in un negoziato dove una parte uccide un rappresentante dell’altra non ha alcuna possibilità di arrivare al successo; probabilmente è proprio quello che vuole Israele ed il suo governo composto da irresponsabili.

venerdì 26 luglio 2024

Il Partito Democratico USA punta tutto sulla candidatura della Harris

 La necessità di recuperare il tempo, già irrimediabilmente, perduto durante la campagna elettorale, impone al Partito Democratico di accelerare i tempi per la candidatura di Kamala Harris e, nello stesso tempo, di rendere inefficace qualsiasi tentativo interno, che possa scalzarla dal ruolo di candidato alla presidenza degli Stati Uniti. In pratica, si tratta di elaborare e stabilire procedure che possano garantire il ruolo della Harris come candidata alla Casa Bianca, in maniera di garantirne l’efficacia in modo sicuro e, soprattutto il prima possibile; questo perché il fattore tempo è ormai diventato determinante. Il comitato che sovrintende alle regole all’interno del Partito Democratico ha stabilito una tempistica per arrivare alla nomina della Harris a candidato alle presidenziali. Insieme alla calendarizzazione sono state stabilite tre regole, che dovranno favorire il processo della candidatura ufficiale. La prima regola rende praticamente impossibile contestare la posizione della Harris, la seconda determina l’anticipazione della nomina, in modo che la Convention diventi una investitura ufficiale, celebrata insieme ad una cerimonia in cui Biden sarà omaggiato da tutto il partito per il lavoro fatto, la terza dovrà consegnare libertà assoluta alla Harris circa la nomina del proprio candidato alla vicepresidenza. Per blindare la candidatura della Harris, sono stati anticipati i tempi per presentare la candidatura alla presidenza di tre giorni, cioè dal 30 al 27 luglio, in modo che alle 18, orario della capitale statunitense, ogni sfidante dovrà avere la propria candidatura formalizzata, a questo deve aggiungersi l’anticipo al 30 luglio per avere la firma di 300 delegati, con adesioni massime per ogni singolo stato di 50 delegati, necessari per la ratifica per proporre la propria candidatura. Dopo queste fasi sarà necessario il voto dei delegati sulla candidatura, che con la sola Harris come candidata sarà previsto per il primo agosto, viceversa in presenza di più candidati, il voto avverrà il 7 Agosto. Un tempo veramente ristretto che rende praticamente impossibile effettuare una campagna elettorale a qualsiasi candidato alternativo alla Harris. Queste modalità di candidatura dimostrano come il Partito Democratico intenda mostrarsi al corpo elettorale come unito e determinato a sostenere la Vicepresidente, ormai individuata come simbolo concreto della forza politica democratica ed alternativa a Trump. Anche la famiglia Obama, che non sembrava convinta di questa ipotesi, ha dimostrato il proprio sostegno alla Harris, arrivando così a suggellare la nomination per la candidatura. Questo risultato sembra più una necessità di cui fare virtù, dettata dai tempi stringenti, che una scelta ponderata e maturata in maniera consapevole dentro tempi giusti ed adeguati. Una impressione è che la Harris, nel caso di vittoria, potrebbe diventare presidente in maniera casuale, grazie ad una serie di circostanze particolarmente favorevoli e fortunate. Esistono dubbi consistenti, che un processo della candidatura fatto nei tempi adeguati e, soprattutto, con un dibattito interno al partito capace di rappresentare i diversi punti di vista, potesse determinare la candidatura della Harris, che non godeva di una popolarità adeguata a questo compito, anche per la scarsa rilevanza di come ha interpretato il ruolo di vicepresidente. In ogni caso per il Partito Democratico, proprio la posizione di vicepresidente in carica ha determinato la successione a Biden, almeno come candidata alla presidenza; questa scelta, che appare forzata, ora deve essere sostenuta in ogni caso, soprattutto come valore simbolico di alternativa alla minacciata autocrazia di Trump. Anche la Harris è meglio del candidato repubblicano, speriamo se ne convincano anche gli elettori. 

giovedì 25 luglio 2024

Biden si dimette ma ne esce come un gigante politico

 Il discorso di Biden, circa la decisione di non candidarsi è stato contrassegnato dalla rinuncia come atto di generosità e di salvaguardia della democrazia statunitense, in sostanza un sacrificio personale per non lasciare il paese nelle mani di Trump. Biden ha rivendicato, giustamente, i risultati, soprattutto economici della sua presidenza, promettendo di non lasciare anticipatamente la carica più importante degli USA, come più volte hanno richiesto i suoi rivali politici. In realtà le giustificazioni per il suo ritiro, pur comprendendo la giusta difesa della democrazia americana, devono, per forza di cose, vertere sullo scarso apprezzamento da parte della dirigenza dei democratici, sul basso valore dei sondaggi, su di uno stato di salute, che non sembra permettere l’adeguata conduzione di un eventuale nuovo mandato e sulla fuga degli investitori. La verità è che Biden, senza impedimenti fisici, è che avrebbe meritato una ricandidatura proprio per i risultati del suo mandato, soprattutto ottenuti nel campo interno, sempre più difficile da gestire rispetto alla politica estera; il presidente uscente, invece, è apparso più debole in politica estera, con la contestata decisione di abbandonare l’Afghanistan, non avere ottenuto sostanziali progressi sul fianco del Pacifico, non avere contrastato in maniera sufficiente la Cina dal punto di vista commerciale e non avere ottenuto una soluzione della questione ucraina ed avere mantenuto un atteggiamento insicuro nei confronti di Israele. Questi temi, sfavorevoli a Biden, hanno ottenuto per Trump, ragioni per colpire il suo ex avversario, oscurandone i meriti dei risultati ottenuti con la crescita economica e la riduzione della disoccupazione. I repubblicani si sono concentrati contro l’età anagrafica di Biden a cui si sono aggiunte le evidenti difficoltà dopo il confronto elettorale, ma occorre specificare, che, se umanamente era legittimo per Biden avere la ricandidatura, nel partito è mancato un serio esame della situazione del candidato e sulla reale capacità di sostenere lo sforzo della campagna elettorale. I segnali, abbastanza evidenti, erano presenti già da tempo ed è mancata una azione, anche coraggiosa, di mettere in discussione l’opportunità di ripresentare agli elettori il presidente uscente. Ciò anche considerando il fatto di come Trump avrebbe condotto la campagna elettorale, con toni particolarmente violenti e mistificatori. Certo non è facile non rinnovare la candidatura ad un presidente uscente, tuttavia, la pessima gestione della situazione del partito ha generato profonda incertezza in un elettorato comunque incalzato da una azione repubblicana che è stata un crescendo di consensi. Il partito democratico è risultato diviso in clan ed è stato caratterizzato da una immobilità, che se protratta, avrebbe garantito a Trump un vero e proprio plebiscito. Soltanto il timore di una deriva autoritaria, causata dallo strapotere del candidato repubblicano ha smosso i dirigenti del partito, verso una soluzione alternativa. Pur non essendo stata una decisione tempestiva e, soprattutto, irrituale, la scelta della sostituzione del candidato appare l’unica via per contrastare Trump in maniera efficace, tuttavia, non si doveva giungere a questo punto ed agire molto prima per evitare a Biden l’umiliazione del ritiro; insomma se il partito repubblicano ha perso ogni sua caratteristica originale, diventando ostaggio di Trump, anche il partito democratico non sta tanto meglio. Si comprende come la situazione politica americana sia ad una sorta di punto morto, perché in ostaggio di persone incompetenti e vogliose soltanto di assicurarsi più potere possibile per se stessi, ingannando un elettorato sempre più individualista e disinteressato. In questo quadro il passo indietro di Biden deve essere molto apprezzato, il presidente uscente ne esce come una sorta di gigante politico, capace di sacrificare le proprie ambizioni per potere evitare la consegna del paese ad una nuova presidenza Trump. Ora il partito democratico deve sapere darsi una organizzazione capace di portare alla vittoria che sarà il suo candidato o candidata. L’atto di Biden deve fornire l’abbrivio per una ricostruzione della macchina elettorale capace di superare le divisioni interne per provare a vincere e ad evitare agli USA ed al mondo la ripetizione della sciagura di una nuova presidenza Trump.