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giovedì 18 aprile 2013
Gli USA appoggeranno un eventuale attacco preventivo di Israele contro l'Iran
La Risoluzione 65, così definita perchè approvata nel giorno che Israele ha festeggiato i suoi 65 anni di indipendenza, è il risultato del voto, deciso all'unanimità, dalla Commissione Affari Esteri del Senato degli USA, che riconosce il diritto di Tel Aviv ha condurre un attacco preventivo contro l'Iran e che indica alla Casa Bianca il dovere di fornire tutto l'aiuto possibile all'alleato, non solo diplomatico ma anche militare. Si tratta di un primo passo che dovrà essere definito con il voto di tutto il Senato americano, ma tale approvazione viene data per scontata, grazie al forte sostegno di esponenti di entrambi gli schieramenti. Il senso di questa risoluzione è che se Israele sarà costretto a scegliere l'opzione militare per motivi di legittima difesa, gli USA dovranno fornire tutto il loro appoggio sotto forma di aiuto politico, economico e militare per assicurare l'esistenza dello stato ebraico. Quanto affermato dalla risoluzione approvata dalla Commissione del senato americano contiene elementi scontati, che vengono ribaditi in modo ufficiale, ma contiene anche un pericoloso viatico alla autonoma valutazione israeliana del pericolo iraniano. Ben diversa è ora la valutazione del comportamento che dovrà seguire ad un eventuale attacco israeliano ai siti nucleari iraniani. Fatta salva l'ipotesi di appoggio militare incondizionato, che è sempre comunque stata contemplata come scelta obbligata, una cosa è essere costretti ad intervenire, anche controvoglia, per sostenere lo stato di Israele che sceglie in modo autonomo un attacco preventivo, mentre cosa ben diversa è avere sancito in modo politico questo indirizzo, che lascia a Tel Aviv una evidente autonomia di scelta, cui gli USA devono adeguarsi. Analizzando il comportamento tenuto da Obama, circa la questione, che ha privilegiato un approccio preminentemente diplomatico, facendo leva sullo strumento delle sanzioni, che via via sono state inasprite e non ha mai assecondato il premier israeliano, visto come troppo avventato, la risoluzione approvata potrebbe aprire una spaccatura con l'organo legislativo e con parte dello stesso partito Democratico, che ha contribuito in modo sostanziale, tramite il voto favorevole, all'approvazione del provvedimento. Ma questa è soltanto una ipotesi, il recente viaggio di Obama in Israele è stato improntato tutto a favore dello stato di Israele, anche nel rapporto con i palestinesi, cui sono state riservate soltanto frasi di circostanza, nonostante le palesi violazioni nella materia degli insediamenti nei territori della Cisgiordania. Quello che sembra è che Obama si debba rassegnare ad una soluzione che non lo ha mai convinto. Ciò potrebbe essere una scelta obbligata data dagli scarsi risultati ottenuti dalle sanzioni che non hanno bloccato il progressi tecnologici di avanzamento verso l'ordigno nucleari dei tecnici iraniani.
L'avere ribadito una ovvietà risaputa a livello mondiale, cioè che gli USA forniranno il loro sostegno incondizionato ad Israele, in modo così ufficiale, spalanca le porte verso una scelta di enorme responsabilità. Fino ad ora Israele, dove, oltre il governo anche la maggioranza dell'opinione pubblica è favorevole ad un attacco preventivo, è stato contenuto dalla sola azione del presidente americano, che in alcuni momenti sembrava addirittura non assicurare un appoggio, fatto che sembrava più che altro una vana minaccia, nel caso di scelta dell'opzione militare. Vi era, cioè, una libertà di azione della massima carica americana, che non era limitata da alcun pronunciamento ufficiale da parte di organi legislativi dello stato. Ora, al contrario cambia tutto, ad Israele viene data una autonomia di decisione senza precedenti. Difficile, però, che questa autonomia sia da intendere come una subordinazione di Washington a Tel Aviv, sembra, invece, che questa decisione sia maturata in presenza di fatti nuovi, tali da portare ad esprimere politicamente una asserzione così decisiva. A pesare potrebbe essere stata l'evoluzione della guerra civile siriana dove stanno prendendo sempre più potere le milizie filo islamiche ed anche gli sviluppi in senso teocratico delle primavere arabe, oltre che i già citati progressi dei tecnici di Teheran.
A questo punto c'è da attendersi l'apertura di un conflitto nella regione del medio oriente? Certamente le possibilità che ciò avvenga aumentano notevolmente ed anche gli investimenti militari americani, dove sono stati stanziati investimenti considerevoli per il sistema antimissile Iron Dome, indicano ulteriormente che le probabilità sono in forte aumento. Occorre però analizzare, quali potranno essere per gli USA le conseguenze dell'ingresso in una simile impresa. Una guerra tra Israele ed Iran, se nelle intenzioni di Tel Aviv è da combattere essenzialmente tramite la forza aereonautica, non esclude una scelta iraniana di portarla, invece, ad essere combattuta a terra. Un impiego diretto di soldati americani in medio oriente avrebbe un impatto enorme sulla società americana, appena liberatasi dai fronti iraqeno ed afghano. Malgrado ciò le alte sfere della politica USA sono ormai orientate ad affrontare un conflitto, che tra le altre intenzioni, potrebbe cancellare il regime teocratico di Teheran, ritenuto responsabile di essere dietro alla recrudescenza dell'azione dell'estremismo islamico in diverse zone del mondo. Ridurre ai minimi termini la capacità nucleare iraniana potrebbe riaprire la crisi interna, precedentemente soffocata nel sangue, e riportare l'Iran in una sfera più vicina all'occidente.
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