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mercoledì 17 aprile 2013
Gli USA ritornano nell'incubo terrorismo in un momento inaspettato
L'undici settembre è passato da dodici anni, ed il tempo aveva attenuato il sentimento di paura e lo sgomento di un atto così enorme perpetrato all'interno del territorio della maggiore superpotenza del pianeta. Sono seguiti anni di ritorsioni, guerre e comportamenti certamente non consoni ad una democrazia, che servivano, tra le altre cose a fare riacquistare al paese la fiducia in se stesso, la consapevolezza di non essere diventati come Gerusalemme o Bagdad. I successi militari ed investigativi hanno attenuato la paura nella popolazione, che lentamente ha metabolizzato un evento di portata storica perpetrato a suo danno. L'attentato di Boston, che pur nella sua gravità, non è paragonabile a quello delle torri gemelle, ha riaperto antiche ferite che sembravano cicatrizzate. Il clima di insicurezza che si sta allargando nel paese è, senza dubbio, uno degli obiettivi, senz'altro centrati, da chi ha compiuto questo crimine, che poteva avere una portata ancora maggiore. La stessa ritardata risposta ufficiale di Obama, dimostra che gli stessi vertici degli Stati Uniti erano impreparati ad un evento di questo genere. Come per l'attentato alle torri gemelle, la prima domanda da farsi è come mai in questo momento e la seconda è come mai a Boston. La situazione attuale degli Stati Uniti non è più così negativa come qualche tempo addietro, la conferma di Obama al vertice della nazione, ha dato stabilità al sistema politico, grazie alla continuazione del programma presidenziale, inoltre il paese è in una fase di ripresa economica, che ha portato un moderato ottimismo, senz'altro benvenuto dopo il lungo periodo di depressione. Quindi sul piano interno la condizione generale del paese appare in ripresa, sebbene siano sempre presenti questioni che preoccupano la Casa Bianca; tuttavia il clima generale è da ritenere migliore rispetto anche a periodi recenti. Sul piano internazionale la politica impostata da Obama, già verso la fine del precedente mandato, ha messo gli Stati Uniti in posizioni apparentemente di minor rilievo, lasciando i ruoli di primo piano ad altri paesi o soggetti come le Nazioni Unite. Si è trattato di una scelta che puntava a migliorare l'immagine degli USA, sopratutto in quei paesi tradizionalmente antagonisti in ragione del ruolo precedentemente giocato da Washington, troppo invasivo nelle questioni interne di altri stati e spesso identificato come un fenomeno di neocolonialismo. In parte ciò è stato anche dovuto a ragioni economiche che hanno dettato la volontà di contenere le spese militari ed in parte è stato causato dalla grande spinta dell'opinione pubblica, sempre più contraria a vedere le proprie forze armate coinvolte in guerre non del tutto comprese. Certo Washington non ha abbandonato il suo ruolo di superpotenza mondiale e risulta impegnata in prima persona in vertenze internazionali determinanti per gli equilibri mondiali, ma il suo atteggiamento non è più muscolare ed improntato ad imporre in modo univoco le proprie convinzioni. La questione iraniana lo dimostra: il ruolo giocato dagli USA è stato quello di contenere le intenzioni israeliane e di puntare su iniziative diplomatiche concertate, spesso in sede ONU o, almeno, con la condivisione dei provvedimenti adottati insieme ad altri paesi. Pure nella crisi nordcoreana, tuttora in corso, l'atteggiamento americano è stato di grande prudenza ed improntato al dialogo, concordando le iniziative intraprese con Pechino, che non si può certo definire un alleato di Washington. D'altra parte Al Qaeda, lo storico nemico, maggiore rappresentante del terrorismo islamico, è stata sostanzialmente sconfitta nelle sue parti più importanti e la difficoltà a riorganizzarsi l'ha costretta ad operare in zone remote, pur rappresentando sempre un pericolo più che latente. A questo riguardo si è parlato di cellule in sonno, presenti sul territorio americano, pronte ad entrare in azione in qualsiasi momento; ma, malgrado l'attenzione delle istituzioni possa essersi allentata, riesce difficile da credere, anche se non da scartare a priori, la riuscita di un attentato di matrice islamica. Del resto le stesse autorità, per ora non hanno iniziato formalmente un'indagine di tipo terroristico e sono ancora ferme ad una inchiesta penale. La scelta del luogo, pare, però, rivestire attinenze strette con la storia statunitense, grazie al ruolo rivestito dalla città di Boston nella rivoluzione americana, l'evento scelto è la maratona più importante e più antica, dato che si svolge dal 1897 e che si celebra nel giorno patriottico che commemora l'inizio della Guerra di indipendenza americana. Quindi anche la scelta della data ha un significato molto rilevante. Pur non scartando a priori l'ipotesi di matrice islamica e proveniente da mandanti esterni, i segnali presenti non fanno che accentuare le impressioni di un atto endogeno agli Stati Uniti. A meno che la simbolicità di luogo e data non sia stata usata in modo volutamente fuorviante, resta l'assenza di una rivendicazione dell'attentato, che, se eseguito da terroristi islamici, rappresenta una costante operativa di questo genere di organizzazioni. Il richiamo a gruppi dell'estrema destra americana, della ripetizione di un atto sul modello di quello di Oklahoma City, potrebbe costituire un precedente da non sottovalutare. Ma per ora non vi sono neppure sospetti concreti, che possano permettere una direzione certa dell'attività investigativa. Nel frattempo nelle maggiori città americane è stata ristabilita l'allerta, con le conseguenze psicologiche del caso in tutta la popolazione.
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