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giovedì 12 settembre 2013
La questione delle armi chimiche deve andare oltre la Siria
La questione delle armi chimiche siriane, ormai al centro delle discussioni internazionali, deve essere allargata anche agli altri paesi, che, al pari di Damasco, non hanno firmato la convenzione internazionale del 1993 ed anche a quelli che, pur avendo firmato tale accordo, non hanno poi fatto seguire la necessaria ratifica all’interno del loro ordinamento nazionale. Quindi oltre alla Siria, che è ormai noto, non hanno firmato la Convenzione sulla proibizione dello sviluppo , produzione , stoccaggio ed uso di armi chimiche e sulla loro distruzione, anche la Corea del Nord , Egitto, Angola, Sud Sudan e Libano, mentre tale accordo non è stato ratificato da Birmania ed Israele. Inoltre lo smaltimento degli arsenali in possesso degli stati che hanno firmato e ratificato l’accordo, non è stato ancora del tutto completato. Due esempi per tutti, che riguardano due paesi al centro delle discussioni di questi giorni: Russia ed USA, che pur avendo iniziato la distruzione degli armamenti chimici in loro possesso, sono ben lontani da averla terminata, rimanendo, di fatto, in possesso di arsenali chimici al pari delle nazioni non firmatarie e quindi anche della Siria. La questione è di difficile soluzione, anche in ragione della dislocazione geopolitica dei paesi possessori di armamenti chimici e della loro stabilità interna, elementi che costituiscono elevate percentuali di pericolosità potenziale per gli equilibri mondiali. L’Egitto, dove gli arsenali chimici, fino a pochi mesi fa, erano in mano ai Fratelli Musulmani, il Libano dove al governo vi sono gli Hezbollah e la stessa Siria, che sono paesi limitrofi e confinanti con Israele, costituiscono un polo regionale di arsenali chimici in una delle zone più instabili del pianeta. Si è parlato di necessità di questi paesi, forse Egitto a parte, di avere un elemento bellico in grado di contrastare la potenza militare, che è anche nucleare, di Tel Aviv, fattore che pare incontestabile in una sorta di equilibrio del terrore in versione mediorientale. Se la Siria, per ragioni non certo spontanee, aderirà completamente alla proposta russa e diventerà di fatto firmataria della convenzione del 1993, gli altri paesi non manifestano alcuna intenzione di distruggere la propria potenza chimica. Questo fatto mette Israele al centro della discussione, in quanto Tel Aviv ha confermato che non intende ratificare ancora il trattato entro il proprio ordinamento, per la ragione che, oltre a quelli degli stati, esistono arsenali non censiti e quindi non ufficiali in mano a gruppi terroristici, che si professano nemici di Israele. Il riferimento appare diretto proprio ad Hezbollah, che avrebbe attinto dagli arsenali dello stato libanese e, forse, anche da quello siriano. L’intenzione di Israele è quella di bilanciare la capacità chimico bellica dei suoi avversari con altrettanta forza dello stesso tipo. Si capisce bene come l’equilibrio su cui poggia la regione mediorientale sia precario e soggetto a grave rischio di esplosione, soprattutto se messo in relazione con la guerra siriana e la minaccia pronunciata più volte da Assad, di allargare il conflitto. Non che una guerra convenzionale sia meno pericolosa, ma la disponibilità di questi armamenti , in mano a forze sotto pressione, che abbiano intenzione di cambiare le sorti di una battaglia, non possono che mettere una grande apprensione, soprattutto per le popolazioni civili, che sarebbero le più colpite. Il possesso di armi chimiche, anche se per ragioni diverse, per Corea del Nord, che Sud Sudan ed Angola, costituisce situazioni altamente pericolose che devono essere sanate. L’occasione della questione siriana, mette così sullo scenario internazionale una opportunità per allargare il dibattito della distruzione totale degli arsenali chimici e con essa il corollario di situazioni pericolose, che non pare essere stata del tutto pienamente colta. Certo l’urgenza di impedire un intervento armato americano ha, per il momento il sopravvento, tuttavia, la necessità di un completo coinvolgimento delle nazioni non firmatarie della convenzione sulle armi chimiche, rappresenta una necessità ugualmente importante. In mancanza di una azione diplomatica efficace da parte delle Nazioni Unite, che paiono essere spettatori passivi, resta da augurarsi che vi sia una spinta in tal senso, da parte di altri soggetti internazionali, capaci di farsi carico della riapertura di un negoziato essenziale per la pace nel mondo.
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