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giovedì 21 novembre 2013
La UE ammette la necessità di allentare il rigore
Il vice presidente della Commissione Economia e Lavoro del Parlamento Europeo, Olli Rehn, ha dichiarato che l’Europa, pur dovendo continuare il consolidamento delle finanze pubbliche, deve entrare in una nuova fase economica, più espansiva, che sappia liberare credito per le imprese e per le famiglie. Si assiste così, finalmente, ad una presa d’atto istituzionale, di quanto richiesto a gran voce da più parti e da più tempo: la necessità di ridurre l’eccessivo rigore che ha compresso la qualità della vita di milioni di cittadini europei. Ma questa dichiarazione, se pur importante, non è sufficiente a fare ripartire il credito, strumento essenziale, per creare investimenti e lavoro. Gli ostacoli sono essenzialmente due: una riforma del sistema bancario, che non si pare vedere ancora all’orizzonte ed il continuo atteggiamento tedesco, che non pare desistere a dirottare i propri investimenti, derivanti dai guadagni del surplus di esportazione, verso l’estero. La stretta creditizia a cui è stata sottoposta l’Europa non è dovuta soltanto a manovre di riduzione del debito, ma anche alla cronica mancanza di liquidità degli istituti bancari, dovuta, in parte, ad errati investimenti speculativi; mantenere il canale delle banche come unico mezzo per gli investimenti delle aziende è ormai un ostacolo troppo grosso allo sviluppo ed alla diffusione del lavoro. Rehm parla esplicitamente della necessità di trovare forme alternative per il credito alle imprese, ma non ne indica la via; al contrario questa materia, niente affatto esplorata dal Parlamento Europeo, deve diventare un argomento centrale come sistema per il perseguimento della risoluzione della e delle crisi. Una riforma del sistema creditizio, che non investa solo le banche, in quanto soggetti principalmente interessati, ma sappia trovare delle forme alternative di credito, essenziali nei momenti di difficoltà di liquidità è diventata una esigenza preminente in un’ottica di rilancio dell’Europa. Questa possibile riforma deve tenere in giusta considerazione la responsabilità degli istituti di credito nei confronti di investimenti speculativi errati, ma nello stesso tempo non inventare strumenti finanziari creativi per l’accesso al credito, ma basati sull’economia reale, cui dare sempre maggiore importanza alla volatilità degli strumenti di ingegneria finanziaria. Se su questo aspetto ci sono le potenzialità per arrivare a soluzioni condivise, più difficile il rapporto con la Germania. La cancelliera Merkel, mostra di non volere comprendere le proposte di Rehn ed afferma che ridurre la produzione e la qualità dei prodotti tedeschi sarebbe assurdo per il solo fatto di accontentare Bruxelles. Ma questi argomenti paiono pretestuosi ad arte, infatti la critica non è nel senso messo in risalto dalla Merkel, bensì sulla natura degli investimenti derivanti dai guadagni delle esportazioni tedesche. Questi investimenti vengono fatti all’estero, fuori dalla UE, e non servono quindi a stimolare la domanda interna, sia tedesca che europea. La Germania dimentica che ottiene questi profitti anche grazie all’esercizio di una leadership esagerata in Europa, che costringe la maggioranza degli altri membri a politiche economiche asfittiche, che frenano la competitività a favore dei prodotti tedeschi. Se è pur vero che i dati dei fondamentali danno ragione alla Germania, Berlino usa questi dati in maniera di portare vantaggi esclusivamente alla propria economia, senza dare segno di volere allentare i rigidi vincoli di bilancio. Forse la grande alleanza con i socialdemocratici potrà ammorbidire le posizioni del nuovo governo di Berlino e ridare ossigeno alle economie degli altri paesi della UE, finora considerati come soci di secondo piano all’interno dell’Unione Europea.
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