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martedì 19 novembre 2013
L'invito di Netanyahu al capo dell'ANP
L’iniziativa del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di invitare alla Knesset, il parlamento di Israele, il leader dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen, appare un gesto più simbolico, che animato dalla reale intenzione di fare ripartire i negoziati, una sorta di contentino in risposta alle pressioni statunitensi. L’invito, lanciato mentre era in corso la visita ufficiale del Presidente francese Hollande, sembra anche un tentativo di rilanciare l’immagine internazionale, alquanto appannata, dei due statisti. Ma nella condizione imposta al capo dell’ANP, quella di riconoscere lo stato di Israele, senza una adeguata reciprocità: Benjamin Netanyahu non ha detto di volere riconoscere la Palestina come entità statale autonoma, risiede tutta la debolezza della proposta. La quale risulta ancora più insincera, se si considera che il processo di colonizzazione della Cisgiordania, in aperta violazione di ogni buon senso, oltre che degli accordi esistenti, non è stato affatto fermato. Appare molto strano come Hollande si sia prestato ad una tale figura, se il suo intento era quello di risollevare la sua immagine, soprattutto in patria, dove è il presidente con il più basso indice di gradimento rilevato da diversi anni. Se per Hollande questa mossa ha il sapore della disperazione, la strategia di Benjamin Netanyahu, appare in sintonia con il comportamento che ha sempre adottato nei confronti dei palestinesi: quello di guadagnare tempo e permettere la colonizzazioni della maggior parte possibile dei territori, per arrivare al momento in cui sarà obbligato da Washington a trattare veramente presentando una situazione da fatto compiuto, in cui sarà impossibile tornare indietro senza l’abbattimento delle colonie, fattore di sicura destabilizzazione di qualsiasi trattativa. A Netanyahu non pare interessare arrivare ad un accordo, perlomeno in tempi brevi con i palestinesi, quanto di sottrargli più territorio possibile. A questo punto, però gli Stati Uniti devono dimostrare di fare sul serio: se la pacificazione del medio oriente deve passare obbligatoriamente per la realizzazione dei due stati, è tempo che Washington agisca con un cambio di atteggiamento nei confronti di Tel Aviv. Peraltro la proposta fatta ad Abu Mazen pare irricevibile per i palestinesi: la volontaria rinuncia a Gerusalemme est ed ai diritti sulle case ed i terreni confiscati agli arabi nel 1948, sono condizioni che non potranno mai avere il benestare, sia degli abitanti della Cisgiordania e della striscia di Gaza, ma neppure di quel milione e mezzo di cittadini israeliani di origine araba. La stessa leadership di Abu Mazen finirebbe all’istante nel solo momento in cui decidesse di discutere di questi argomenti, che sono intoccabili in modo trasversale per tutte le fazioni che compongono il popolo palestinese. Come si vede la proposta di Benjamin Netanyahu è stata fatta per essere rifiutata, perché non è supportata dalla reale intenzione di fare ripartire effettivamente il negoziato. Per Kerry, che tornerà in Israele nei prossimi giorni, la missione della ripresa dei negoziati appare sempre più difficile.
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