Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

venerdì 10 gennaio 2014

Israele vara un nuovo piano per le colonie che ostacola il processo di pace

Come si temeva il rilascio dai prigionieri palestinesi, da parte del governo di Netanyahu, non era un atto di buona volontà esercitato in concomitanza con la ripresa dei negoziati, ma soltanto un diversivo creato per il Segretario di stato americano Kerry, in particolare, ed in generale per tutti quelli, anche all’interno dello stato di Israele, che credevano fosse possibile intraprendere la via della conclusione della questione palestinese. Infatti l’annuncio delle gare d’appalto per la costruzione di nuovi insediamenti, formati da ben 1.400 case, nella West Bank e nella zona di Gerusalemme settentrionale, quindi in territori occupati da Tel Aviv abusivamente e contro il diritto internazionale, vanifica, da parte israeliana, ogni sforzo per raggiungere un risultato concreto nel negoziato con i palestinesi, condotto da Washington. L’impressione concreta è che l’attuale governo di Israele non abbia la minima intenzione di affrontare il processo di pace, giacché il suo comportamento mira a vanificare, attraverso, sia le condizioni poste, che gli atti promulgati, ogni possibile forma di dialogo, non solo con la controparte palestinese, ma anche con gli americani. Anche la tempistica dell’annuncio delle gare d’appalto, fatto dopo la partenza di Kerry dovrebbe fare riflettere seriamente gli Stati Uniti sulla loro stessa condotta, troppo accondiscendente con il governo di Tel Aviv. In questo momento la conclusione dei negoziati è più lontana che mai, soltanto un atto violento renderebbe peggiore l’attuale situazione. La scadenza che l’amministrazione Obama si era prefissata dovrà, giocoforza slittare, sempre che all’interno della parte palestinese si riesca a trovare un motivo valido per continuare a sedersi al tavolo delle trattative e non intraprendere la strada della protesta presso le Nazioni Unite. La decisione del governo di Israele è maturata in una dialettica tutta interna all’esecutivo, dove da parte dell’estrema destra vi sono state forti pressioni sul leader del governo per prendere questa decisione. D’altra parte proprio nelle colonie è in atto una campagna contro il piano di Kerry, che viene temuto come la possibile causa di una evacuazione generale. L’espansionismo di Israele in Cisgiordania è dovuto, sia a ragioni nazionalistiche che si basano su motivazioni anche religiose, sia alla costante crisi degli alloggi, che non è mai stata affrontata dai governi del paese in maniera concreta, se non, proprio con la politica espansionista sul territorio palestinese. Tuttavia non tutti gli esponenti del governo sono favorevoli a questi nuovi insediamenti, infatti Lapid, leader del secondo partito di governo ha giudicato negativamente questa misura, promettendo di intraprendere delle azioni, proprio in sede governativa, per non fare approvare il nuovo piano di espansione. Verosimilmente, se non si arriverà ad un accordo, il governo di Netanyahu potrebbe affrontare anche una crisi interna, in una coalizione già per niente coesa. Anche le opposizioni hanno condannato il provvedimento dicendo esplicitamente che pregiudica il cammino della pace. Ci troviamo quindi ad all’ennesimo intoppo dell’annoso cammino dei negoziati ed anche questa volta le prospettive non sono incoraggianti.

Nessun commento:

Posta un commento