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giovedì 23 gennaio 2014

L'offensiva del governo iracheno contro i ribelli

L’aviazione irakena avrebbe effettuato diversi bombardamenti nella provincia di Anbar, dove sarebbero stati uccisi circa 50 terroristi legati ad Al Qaeda. L’azione del governo di Bagdad si è resa necessaria per ristabilirla sovranità del paese su di una intera zona caduta sotto l’effettivo controllo dell’organizzazione sunnita denominata Stato islamico dell’Iraq e del Levante, legato, appunto ad Al Qaeda, che ha come obiettivo la creazione di uno stato confessionale nella parte orientale del paese irakeno e nei territori siriani che confinano con esso. Si tratterebbe di un pericolo potenzialmente molto grande per gli equilibri della zona, con riflessi sul mondo intero,perché darebbe modo ad Al Qaeda di avere una base da cui condurre le sue battaglie, sia militari, che politiche attraverso l’instaurazione della legge islamica. Sicuramente l’Iraq, in queste azioni militari, ha goduto dell’appoggio e dei rifornimenti americani, che sono il primo soggetto internazionale ad essere interessato al fatto che i ribelli sunniti siano sconfitti. Il governo irakeno ha fatto anche appello alla popolazione della provincia di non garantire il proprio appoggio ai terroristi, in modo da isolarli politicamente e permetterne una più veloce sconfitta. Tuttavia il verificarsi di questo aspetto è contradditorio, in quanto la zona è a maggioranza sunnita ed il governo in carica è composta dalla minoranza scita e per questo è inviso alla gran parte della popolazione. Resta così anche possibile l’ipotesi di un intervento militare da parte dell’esercito dell’Iraq nella zona di Falluja, per debellare definitivamente la presenza dei terroristi; questa possibilità, pur essendo nel novero di quelle percorribili, viene tenuta come scelta di emergenza per evitare di coinvolgere i civili nei combattimenti che potrebbero scatenarsi. Per le forze speciali irakene si sono limitate ad avere creato una sorta di cordone di sicurezza intorno alla zona, che ha provocato sporadici scontri con i ribelli, senza creare combattimenti su scala più ampia. Il governo di Bagdad dovrà comunque affrontare il problema in modo radicale del rapporto tra sciti e sunniti, che è alla base della presa di potere del movimento legato ad Al Qaeda. Avvisaglie di questi problemi erano già cominciate con manifestazioni pacifiche sa parte dei sunniti in occasione dell’avvio della primavera araba, ed il torto della loro sottovalutazione ha permesso la crescita di una ostilità sempre crescente verso il governo centrale. Se il primo ministro Nuri al-Maliki riuscirà a sconfiggere i terroristi e riconquistare il territorio occupato alla sovranità dello stato, dovrà agire sugli equilibri di potere presenti negli organismi statali, riequilibrando le percentuali a favore dei sunniti in modo da smorzarne le contestazioni, che, come si è constatato, possono avere implicazioni piuttosto gravi. In questa opera di cambiamento è impossibile non auspicare l’impegno di Washington, che è in gran parte responsabile della situazione attuale, avendo puntato per il dopo Saddam sugli sciti, che erano stati discriminati dal dittatore. Questa scelta, tuttavia, si è rivelata sbagliata senza i necessari contrappesi che potessero garantire una spartizione del potere più equilibrata e che permettesse il mantenimento unitario dello stato, senza una frammentazione ritenuta potenzialmente pericolosa. In effetti, per gli interessi americani, è maglio uno stato unito, anche se con lotte al suo interno, piuttosto che più entità statali, che sono meno facilmente controllabili e possono creare alleanze non gradite. Ma questo disegno andava supportato in maniera differente e con maggiore presenza soprattutto a livello politico: in questo caso l’abbandono di Obama è un errore non da poco per la politica estera statunitense.

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