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mercoledì 15 gennaio 2014

Tra USA ed Israele problemi diplomatici

Le pesanti dichiarazioni del ministro della difesa israeliano sull’impegno e sul ruolo del Segretario di stato statunitense, Kerry, aprono una nuova occasione di tensione tra Washington e Tel Aviv, ma, soprattutto, evidenziano che il processo di pace non sarà così facile, come lo stesso Kerry ha più volte dichiarato ed auspicato. Non solo, quello che ha detto il ministro Yaalon, dimostra che dentro al governo israeliano vi è una parte consistente, che, non solo non crede alla pace, ma neppure sembra volerla. D’altra parte questa posizione rispecchia il pensiero di gran parte della società israeliana, che risulta profondamente divisa sull’argomento: con un buon numero di seguaci delle espansione delle colonie, coincidente con le parti politiche più a destra, nazionaliste e religiose, separate da chi è favorevole a chiudere la questione con i palestinesi in maniera pacifica, riconoscendogli il diritto ad un proprio stato, come unico elemento fondamentale che può garantire la pacificazione e la stabilità di Israele. Se è vero che le dichiarazioni inopportune ma convinte del ministro Yaalon sono condivise da molti cittadini israeliani, il lavoro di Kerry sarà difficoltoso, perché dimostra come in Israele si sia radicata la volontà di rifiutare la soluzione dei due stati e non si temano le conseguenze di questa mancata evoluzione. Molto di questo stato di cose è dovuto all’atteggiamento assunto dal primo ministro Netanyahu, che si è contraddistinto per una condotta ambigua delle trattative, dove si poneva come fautore della pace, intesa , però soltanto in favore di Israele, infatti continuava, durante le trattative a sostenere la politica di espansione coloniale, ben sapendo che avrebbe provocato la chiusura di ogni possibilità di dialogo da parte dei palestinesi. Lo stesso Yaalon ha sostenuto che la Cisgiordania deve rientrare sotto la sovranità di Tel Aviv. Con questo quadro l’amministrazione Obama, che, oltre tutto è di segno opposto a quella di Netanyahu, fatica ad avere relazioni costruttive con Tel Aviv, malgrado gli USA siano il principale alleato di Israele e quello che, in definitiva, ne garantisce la sopravvivenza. Dire che Kerry è un uomo ossessionato dalla pace, rappresenta molto di più di una offesa alla persona, ma evidenzia la distanza praticamente incolmabile tra i due paesi sul problema centrale della regione. Le scuse male assemblate presentate dal governo israeliano rappresentano una situazione dove chi vuole fare ammenda dei propri sbagli ottiene soltanto l’effetto di confermare le dichiarazioni inopportune, ma condivise, motivo della diatriba. La reazione americana, di profondo sdegno, questa volta potrebbe andare aldilà delle semplici parole e richieste di scuse. Per Obama l’obiettivo della pace da ottenere entro aprile rappresenta un risultato da raggiungere in modo prioritario, ma se come sembra, ciò non sarà possibile, quali scenari si apriranno nel rapporto tra USA ed Israele? Si tratta di un interrogativo non da poco per entrambi gli stati, ma ancora di più per Tel Aviv, che ha sempre dato per scontato l’incondizionato appoggio americano allo stato israeliano. Un fallimento della costruzione dello stato palestinese potrebbe allentare il rapporto molto stretto tra Washington ed Israele? Obama ha condotto una politica di pazienza e sopportazione nelle fasi in cui Israele voleva attaccare l’Iran per il problema del nucleare e non ha certo gradito l’avversione di Netanyahu al piano riguardante le trattative che dovranno ridurre le sanzioni a Teheran in cambio della garanzia di un uso civile dell’energia atomica. Questa direzione che ha permesso la distensione tra USA ed Iran ha innervosito oltremodo gli israeliani che non riescono a celare il loro malessere per questa evoluzione. La stagione in cui gli USA, hanno sostanzialmente permesso ad Israele di guadagnare tempo potrebbe essere agli sgoccioli ed anche l’atteggiamento mantenuto da Washington, che ha votato sempre contro, in sede ONU, a qualsiasi provvedimento che poteva intaccare Israele, in qualsiasi modo, potrebbe cambiare. Israele potrebbe vedersi ancora più isolato di adesso nell’agone internazionale e la sua paura di essere circondato di stati arabi ed ostili potrebbe essere superata di gran lunga da una diminuzione del legame con gli Stati Uniti. Washington, fino ad ora, non ha osato usare questa minaccia, ma ha necessità di concentrare la sua attenzione in altre zone del mondo, considerate più strategiche per la sua economia ed intende perciò risolvere al più presto il problema mediorientale che passa soltanto attraverso la costruzione di uno stato Palestinese pienamente sovrano ed indipendente.

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