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giovedì 10 aprile 2014

L'azione diplomatica del Vaticano può ripartire dal Venezuela

Il Venezuela, per risolvere la sua crisi interna, ha invitato, in forma ufficiale, il Vaticano come mediatore tra le parti, per cercare di fermare la violenza, che, dall’inizio delle proteste ha già causato ben trentanove vittime. L’accordo è stato raggiunto tra il governo di Maduro ed il Tavolo di Unità, che comprende la maggior parte dell’opposizione del paese. A facilitare la scelta dello Stato pontificio come mediatore tra le parti, ha contribuito il fatto, che l’attuale Segretario di stato Vaticano, Pietro Parolin, ha ricoperto la carica di nunzio apostolico proprio nel paese venezuelano dal 2009 fino allo scorso mese di agosto, data in cui è stato nominato nell’attuale carica. Ma non sono solo i precedenti dell’attuale Segretario di stato a favorire l’intervento del Vaticano: la popolarità di Papa Francesco e la sua provenienza latinoamericana, hanno, senza alcun dubbio, influito positivamente, sia nella scelta, che nell’accettazione da entrambe le parti, della mediazione vaticana. Con questo intervento ufficiale lo stato pontificio irrompe sulla scena internazionale con una veste ufficiale, che promette di essere il primo di una lunga serie. Anche per il Vaticano, infatti, la visibilità internazionale da acquisire sul campo diplomatico appare diventata necessaria per assurgere a soggetto internazionale di primaria rilevanza. L’importanza dello stato pontificio non si discute e l’influenza che esercita direttamente ed indirettamente sugli altri stati, anche quelli che non sono di religione cattolica, è certamente rilevante; ma quello che è mancato, soprattutto con il dicastero precedente, è stata una azione visibile all’interno dei rapporti internazionali. La Chiesa cattolica e di conseguenza il suo stato hanno fornito una immagine ripiegata su stessa, anche condizionata dalle forti tensioni contrarie presenti all’interno della curia papale. Questo non ha significato una azione costante ma meno visibile, di seconda linea, affidata, cioè, non alle istituzioni ufficiali, ma, più spesso, alle singole congregazioni ed ai gruppi di volontari. Questo tipo di attività si è concretizzata, all’interno del magistero ecclesiale, in aiuti umanitari in zone altamente pericolose. Questo dato non deve essere inteso come una diminuzione di importanza, ma, se analizzato, all’interno dell’economia delle relazioni diplomatiche tra gli stati, costituiva una azione incompleta, perché spesso non supportata da una efficace attività in campo diplomatico. Nei piani di Papa Francesco è prioritario dare alla Chiesa cattolica una nuova immagine, che la possa affrancare dal ritorno negativo avuto dai casi di pedofilia e di scandali finanziari, non adeguatamente perseguiti dai suoi predecessori. Il problema dell’immagine è intimamente legato alla credibilità stessa dell’istituzione ecclesiastica nel suo complesso e le azioni intraprese dall’attuale pontefice vanno nella direzione di dare un assetto meno appariscente e più conforme ai valori del vangelo di tutti i gangli del Vaticano. Una azione diplomatica volta a dare un contributo sostanziale per la pace, come esigenza primaria e principale, assume quindi una rilevanza fondamentale nel disegno di Papa Francesco. L’impegno in prima persona del Vaticano in vertenze internazionali, che possono scongiurare tensioni interne, internazionali e, soprattutto, vittime dovrà diventare uno dei principali campi di azione della diplomazia pontificia, ancora di più se chiamata direttamente dalle parti in contrasto, in una posizione di mediazione. Il prestigio papale costituisce in questo ambito un sicuro valore aggiunto, che può favorire il Vaticano a diventare un interlocutore affidabile in negoziati complessi, dove i protagonisti in campo ed i loro alleati possono risultare troppo compromessi da interessi diretti ed indiretti, ed un soggetto imparziale può avere un maggiore spazio di manovra. Ma questo sarà possibile soltanto se la riforma della chiesa potrà procedere secondo gli intendimenti del Pontefice e raggiungerà, quindi, quegli standard di affidabilità morale, che troppo a lungo sono mancati.

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