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venerdì 11 luglio 2014

I curdi avanzano verso la creazione di un proprio stato

I curdi accelerano sul proprio processo di indipendenza assumendo il controllo di due impianti petroliferi della zona di Kirkuk; il fatto, che è favorito dalla dissoluzione dell’esercito irakeno nella zona, ha suscitato profonde critiche dal governo di Bagdad, che ha imputato ai rappresentanti della, per ora, regione autonoma del Kurdistan la violazione della Costituzione del paese. Le truppe curde avrebbero espulso dagli impianti i lavoratori arabi, per assumere il completo controllo delle operazioni di estrazione del greggio. Il provvedimento dei curdi è però comprensibile, in quanto mira a sottrarre ogni possibilità di controllo, non tanto allo stato irakeno, quanto alla possibile conquista da parte dei sunniti radicali dello Stato islamico dell’Iraq e del Levante. I curdi gestiscono già in maniera autonoma la quasi totalità dei proventi derivanti dalla vendita del greggio e vogliono evitare a tutti i costi che i preziosi pozzi di petrolio cadano in mano al nuovo califfato. D’altra parte l’esercito nazionale appare incapace di attuare una difesa efficace degli impianti petroliferi, ma è anche vero che per la nascente nazione curda, l’occasione che si presenta è impossibile da non sfruttare. Appare, infatti, altamente improbabile che le truppe del califfato vogliano sfidare i Peshmerga, i combattenti curdi, ben preparati militarmente e, soprattutto, determinati, a combattere per la loro vera patria. Gli appelli del sempre più debole governo dell’Iraq sono così destinati a cadere nel vuoto, nonostante gli ammonimenti ad evitare la creazione di enclavi che indeboliscono il paese, di fronte alla minaccia integralista. La tensione tra Bagdad ed i curdi, pur mantenendosi sul piano verbale, va avanti da tempo. Il presidente Al Maliki ha espressamente accusato i curdi di dividere il paese e diventare così un rifugio per i seguaci del califfato ed i componenti del partito di Saddam Hussein. Queste accuse, però, sono evidentemente prive di ogni fondamento e rivelano, qualora ve ne fosse bisogno, la totale inconsistenza politica del governo che siede nella capitale irakena, sia dal punto di vista militare, che politico. I curdi, infatti, potevano essere un alleato contro l’avanzata delle truppe del califfato, se Bagdad ne avesse favorito l’orami evidente crescente autonomia, destinata a trasformarsi in entità statale. La miopia dell’esecutivo di Al Maliki ha invece determinato il sempre maggiore distacco tra le due parti, con la differenza, che l’Iraq, in ottica anti integralista, ha bisogno dei curdi, mentre questi sono autonomi militarmente nel caso, peraltro poco probabile di un attacco delle milizie del califfato. Dal punto di vista politico le accuse di Bagdad hanno prodotto il boicottaggio dei curdi delle riunioni del Consiglio dei ministri, sancendo una lacerazione profonda nel paese, che lascia gli sciti da soli di fronte all’avanzata sunnita. A questo punto se il futuro del Kurdistan sembra essere quello di diventare una nazione, per la restante parte dell’Iraq lo scenario è quello di una divisione netta tra sunniti e sciti, che sembra insanabile, almeno con questo governo, anche nell’eventualità che gli aiuti esterni, statunitensi ed iraniani, riescano a debellare il neonato califfato. La prospettiva di un governo di unità nazionale non è considerabile senza un totale rinnovamento della classe politica, che sappia inglobare la proprio interno tutte le componenti del paese.

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