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lunedì 25 agosto 2014

La situazione libica preoccupa i paesi vicini

La Situazione libica preoccupa i paesi vicini. Il timore che l’ondata di combattimenti tra nazionalisti e milizie islamiche possa alterare i già fragili equilibri della sponda meridionale del Mediterraneo, è stato espresso dal ministro degli esteri egiziano in piena sintonia con i rappresentanti dei dicasteri degli esteri di Algeria, Ciad, Tunisia, Sudan, Niger e Lega Araba, oltre al ministro libico, in una riunione che si è svolta a Il Cairo. Dalla caduta di Gheddafi sono trascorsi quasi tre anni e la struttura del nuovo stato si è rivelata troppo fragile per riuscire a gestire i tanti contrasti, sia etnici, che politici, che religiosi, dai quali il paese risulta troppo condizionato. L’assenza di un esercito regolare e di una forza di polizia sufficientemente addestrata sono elementi che determinano una situazione di costante precarietà nel paese libico. La probabile partecipazione di gruppi terroristici provenienti dall’estero contribuisce ad aggravare una situazione di costante insicurezza e rappresenta una fonte di pericolosità ormai accentuata. Il problema principale rimane, tuttavia, la capacità militare delle tante milizie presenti nel paese, che non si sono integrate nel processo di sviluppo della nuova Libia. Gli arsenali di Gheddafi erano molto forniti e gli ex ribelli di tutte le tendenze, anche opposte, che formavano la ribellione contro il rais di Tripoli, hanno potuto saccheggiarli prima che le istituzioni statali potessero impedirlo. Finito lo scopo aggregante, che consisteva nella caduta di Gheddafi, contro cui si era coalizzato un insieme di forze eterogenee, il nuovo stato libico non ha saputo esprimere una sintesi che permettesse di ricomprendere entro la nuova entità statale, le profonde differenze, che Gheddafi controllava con la repressione e la forza. La forza economica di diversi di questi gruppi si basa sul traffico degli esseri umani o comunque su attività illegali che portano queste milizie a varcare i confini dei paesi vicini sempre più spesso, mettendo in pericolo la stessa integrità dei paesi coinvolti. Il timore di un contagio dell’integralismo islamico è alla base dei timori dei paesi circostanti, ben consci della presenza di formazioni estremiste nel Mali ed in diversi paesi africani. La possibile alleanza di questi gruppi per conquistare un paese strategico per il suo settore energetico, come la Libia e da li estendersi ai paesi vicini, impone agli stati confinanti una particolare attenzione nel seguire l’evoluzione della situazione. La possibilità di un intervento diretto sul suolo libico da parte di stati stranieri è una eventualità che per il momento non si è ancora verificata, nonostante che l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti siano stati accusati dai fondamentalisti islamici di avere bombardato le loro posizioni. La smentita egiziana, pur essendo stata decisa, non dovrebbe escludere possibili forme di intervento in accordo con il governo del paese. Il paese egiziano resta in prima fila per la risoluzione della crisi libica, cercando di coinvolgere le Nazioni Unite in progetti che consentissero di fare uscire Tripoli dall’attuale anarchia. La crisi libica è stata a lungo snobbata dall’attenzione internazionale, malgrado si svolga in un paese cruciale per il Mediterraneo, sia per l’entità dei suoi giacimenti petroliferi, che per la propria posizione, ormai diventata centrale nel traffico dei migranti; infatti le coste libiche sono diventate il punto di partenza per lasciare il continente africano verso l’Europa. Queste traversate, per lo più dirette verso l’Italia sono la via di fuga da guerre e carestie, ma rappresentano anche la possibilità per elementi terroristi di entrare nel vecchio continente. Per questo motivo l’Unione Europea dovrebbe essere più interessata affinché la Libia trovi un proprio assetto stabile e diventi sua partner affidabile. In realtà l’unica ambasciata occidentale presente ancora a Tripoli è soltanto quella italiana e Bruxelles ancora una volta si distingue per l’assenza nella partecipazione alla ricerca di una soluzione, ennesimo segnale di entità sovranazionale soltanto economica e ben lontana dalle ambizioni politiche che continua a volere rivestire.  

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