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lunedì 25 agosto 2014
La strategia di Assad
Nella panoramica dei fatti che coinvolgono la crescente potenza del califfato, non deve essere dimenticato il ruolo e la strategia di Assad. Dopo le prime proteste pacifiche in Siria, seguite alle primavere arabe, la risposta di Damasco fu una repressione inaudita capace di innescare una ribellione, che ha generato uno dei conflitti, ancora in corso, tra i più lunghi e sanguinosi del medio oriente. I paesi del Golfo hanno finanziato, in funzione anti Iran, i movimenti sunniti da cui è nato lo stato islamico dell’Iraq e del Levante. Gli occidentali, che non hanno compreso a fondo la situazione non hanno supportato in maniera decisiva i gruppi ribelli laici di chiara ispirazione democratica ed in questo modo hanno permesso, in modo indiretto, la crescita dei movimenti integralisti. Questa analisi, molto semplificata, ma essenziale, è quella che viene usata da molti analisti per spiegare i motivi che hanno permesso al califfato di riempire il vuoto di potere nel paese irakeno e diventare, attualmente, l’avversario più temuto dell’occidente. In realtà in questa disamina viene sottovalutato o addirittura non menzionato il ruolo decisivo di Assad, che ha manovrato gli integralisti sunniti per mantenere il controllo di Damasco, fino a risultare il male minore per gli USA nella lotta conto lo stato islamico. I terroristi che sono affluiti in Siria dai paesi stranieri sono transitati dalla capitale siriana costantemente controllati dalle forze di polizia di Assad, ma è stato loro permesso di raggiungere l’Iraq per combattere in quelle zone, nel mentre l’esercito regolare di Damasco, salvo alcune eccezioni si è concentrato sulla opposizione democratica. La crescita del califfato ha spostato l’attenzione internazionale dalla guerra siriana a quella irakena, grazie ad i maggiori risvolti mediatici ed alle implicazioni politiche, che dovevano giudicare l’operato americano della lunga occupazione dell’Iraq, del suo abbandono e delle relative conseguenze. A focalizzare l’attenzione sull’azione dell’esercito dello stato islamico sono state anche le brutali persecuzioni contro i seguaci di credi religiosi differenti dall’islamismo sunnita e la ferocia mostrata contro le popolazioni inermi. Tutto questo ha permesso ad Assad di assestare la propria posizione di potere e di risultare un potenziale alleato degli USA per la sconfitta del califfato. L’azione dell’aviazione siriana ha compiuto dei raid limitatamente contro gli integralisti che insidiavano le posizioni di Damasco, ma che hanno fatto intravvedere come l’arma aerea sia necessaria per fermare l’avanzata degli estremisti musulmani, anche per quanto riguarda il fronte siriano. Dal punto di vista militare per Washington avere un appoggio anche dalla parte occidentale della zona occupata dagli uomini del califfato significa stringerli da due lati ed aumentare le possibilità di vittoria; tuttavia il prezzo politico da pagare a Damasco potrebbe risultare enorme, senza contare quale sarebbe l’affidabilità di un potenziale alleato come Assad. D’altro canto la funzione del dittatore di Damasco appare essenziale anche in chiave di protezione di Israele, che, peraltro, non ha mai nascosto il suo sfavore per un cambio al vertice in Siria, grazie allo status quo stabilito con il presidente siriano. Per gli Stati Uniti, però, si tratta di affrontare le conseguenze dell’ennesimo errore di valutazione delle ricadute di una singola situazione, la Siria appunto, su di un panorama più ampio: il medio oriente, le monarchie del Golfo, l’Iran e la Turchia. Washington si trova davanti ad un dilemma che implica sbagli qualsiasi cosa venga decisa. L’impatto sul panorama internazionale di una eventuale sorta di riabilitazione di Assad, in ottica di contenimento del califfato, implica il divieto di qualsiasi soluzione futura ostile al regime siriano, lasciando al governo del paese una dittatura, anche alleata con la Russia di Putin. Non sfruttare la posizione militare di Assad significa non avere una arma tattico strategica fondamentale contro il califfato, che implica la possibilità di una caduta di Damasco a favore delle forze dello stato islamico dell’Iraq e del Levante. Tutti questi fattori sono ben noti ad Assad, che conta sul fatto di venire considerato il male minore; cosa che effettivamente, allo stato attuale delle cose, risulta essere. In questo risultato si condensa tutta la strategia di Damasco che da avversario rischia di diventare un alleato, cosa che avrà non pochi influssi sul dibattito interno degli USA, ma non solo, si pensi agli sviluppi che una tale decisione potrebbe avere coi i paesi del Golfo, con i quali i rapporti non sono dei migliori.
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