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lunedì 22 settembre 2014

La scarsa collaborazione della Turchia nella lotta la califfato

Tra gli sfollati, che dalla Siria si dirigono verso la Turchia, ve ne sono una gran parte di etnia curda; questo aspetto ha messo in allarme le autorità di Ankara, tanto da bloccare le frontiere per interrompere il flusso. I curdi stanno fuggendo dall’incalzante offensiva delle forze dello Stato islamico, che ha concentrato la sua azione in questa parte del territorio siriano, per rappresaglia contro l’attività militare che i combattenti del Kurdistan irakeno sta conducendo contro le forze del califfato in Iraq. La situazione umanitaria sta diventando insostenibile per la popolazione curda residente in Siria, schiacciata tra l’avanzata degli integralisti islamici ed il nuovo atteggiamento della Turchia. La ragione di questo ostracismo del governo turco sarebbe il timore di una riunificazione dei combattenti curdi, chiamati alle armi dalla parte irakena, che potrebbe generare nuove spinte separatiste del territorio a maggioranza curda in Turchia. L’adesione del Partito Curdo dei Lavoratori, organizzazione che ha più volte messo in atto attentati contro il governo e l’amministrazione della Turchia, per rivendicare l’indipendenza dei curdi in territorio curdo, alla lotta contro il califfato, preoccupa non poco Erdogan, ed è alla base della chiusura delle frontiere. La Turchia non vede favorevolmente l’impegno in prima linea dei combattenti curdi contro lo stato islamico, perché favorisce la creazione di uno stato curdo indipendente dall’Iraq e può diventare un esempio anche per gli altri territori curdi racchiusi al’interno degli altri stati, come, appunto la Turchia e l’Iran. La chiusura delle frontiere sarebbe, così, funzionale ad impedire che i curdi siriani, ma anche turchi, vadano ad ingrossare le fila dei combattenti curdi del Kurdistan irakeno. Se questo è vero si è autorizzati a nutrire dubbi consistenti sulla natura dell’appoggio della Turchia all’alleanza degli stati contro il califfato. Del resto fin dell’inizio l’atteggiamento piuttosto tiepido di Ankara ha contraddistinto la sua adesione all’alleanza proposta dagli Stati Uniti. La Turchia, infatti, ha due ragioni molto valide, dal suo punto di vista, per non affiancare in maniera completa l’alleanza contro lo stato islamico. La prima è proprio quella curda, tendente, cioè, a non favorire la nascita di una nazione curda, che possa minacciare l’integrità territoriale turca. La seconda è un sostanziale appoggio ad Assad, che Ankara mantiene, sia in funzione anti iraniana, sia in maniera da non favorire l’opposizione democratica, quella appoggiata da Washington, in netto contrasto con l’indirizzo confessionale preso dal governo turco. Alcuni analisti sono arrivati a sostenere che la Turchia ha finanziato il califfato proprio per favorire le divisioni interne dei movimenti contrari ad Assad, in modo da penalizzare la parte laica degli oppositori di Damasco. In ogni caso una entità come il califfato sul confine turco non dovrebbe costituire un elemento di stabilità neppure per un apparato statale che si dirige sempre di più verso un assetto confessionale, comunque inquadrato in uno schema costituzionale ben definito. Resta che il comportamento turco rappresenta un problema non da poco per la Casa Bianca. Tra i due governi non sono più in corso gli ottimi rapporti che hanno contraddistinto i tempi passati: il favore manifestato apertamente dal governo di Ankara verso i Fratelli musulmani e l’irrigidimento verso le voci contrarie al governo, che hanno determinato prese di posizione molto critiche da parte dell’opinione pubblica occidentale anche a causa di un uso troppo duro delle forze di polizia, ha allentato contatti che parevano molto saldi. A questo stato di cose concorre anche la questione curda: per gli USA è essenziale l’apporto come forze di terra dei combattenti del Kurdistan irakeno, che, per altro, sono ottimi alleati degli americani fin dai tempi della guerra a Saddam Hussein. La Casa Bianca si è più volte espressa per l’indissolubilità territoriale dell’Iraq, ma i fatti parlano già apertamente di una ripartizione in tre parti basata su elementi religiosi, sciti e sunniti, ed etniche, appunto i curdi. Le autorità del Kurdistan irakeno hanno già ottenuto una ampia autonomia, che gli ha consentito, fra l’altro, di gestire direttamente le risorse petrolifere del territorio; ma non si tratta di una autonomia formale di una vera e propria entità statale riconosciuta a livello internazionale. Questa aspirazione legittima dei curdi dovrà essere prima o poi, essere riconosciuta in modo ufficiale dagli Stati Uniti, per riconoscere ai più fedeli alleati e quindi determinanti sul terreno l’obiettivo tanto sospirato. La Turchia, ma anche l’Iran ed il governo di Bagdad sono contrari, in modi differenti a questa soluzione e ciò potrà costituire un ostacolo al funzionamento dell’alleanza, ma in questo momento la situazione più difficile è quella turca, perché l’Iraq deve pensare in nodo prioritario alla propria sopravvivenza e l’Iran mantiene un atteggiamento, almeno dal punto di vista diplomatico, molto cauto per non compromettere la nascente collaborazione con gli americani. Ankara rappresenta quindi un problema concreto, sia dal punto di vista logistico militare, anche se le basi aeree possono essere usate in altre zone, sia da quello politico, ed è questo il punto più difficile da gestire. La domanda principale è se gli USA, che non devono assolutamente fare passare la guerra al califfato come affare esclusivamente americano, può fidarsi di Ankara, soprattutto per il futuro o se deve preparare contromisure agli ostacoli frapposti dalla Turchia. Si tratta di una questione fondamentale per il peso politico detenuto dall'alleato turco, nel caso continuasse nel suo atteggiamento di poca collaborazione; lo scenario che potrebbe aprirsi non è da sottovalutare in quanto il paese turco è un membro NATO strategico ed un contrasto profondo potrebbe determinare equilibri variabili in un contesto dove la fermezza risulta essenziale. Per gli USA quindi un problema in più da risolvere nella difficile guerra al califfato.  

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