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martedì 21 ottobre 2014

Troppe discordie nella coalizione contro il califfato

L’avanzata del califfato, soprattutto favorita da una iniziale sottovalutazione del fenomeno, nei territori irakeni e siriani ha creato un nuovo schema delle alleanze regionali, dettata, non più da vincoli strategici, ma dalla necessità di debellare lo stato islamico. Questa condizione non è però sufficiente a superare le diffidenze di paesi che sono stati spesso su fronti opposti e non determina in maniera automatica l’adeguamento dei rispettivi obiettivi geopolitici, che, ovviamente, sono molto lontano dal coincidere. Tale situazione non risponde ai criteri di urgenza, che dovrebbe imporre la risposta militare. L’alleanza contro il califfato, sulla carta è molto estesa e conta circa 60 paesi, ma, fino ad ora, gli effetti pratici sono stati ben pochi, come il Pentagono ha fatto giustamente rilevare. Ma parte la grande estensione dei membri della coalizione contro lo stato islamico, i membri che possono essere maggiormente determinanti, oltre, naturalmente agli Usa ed al Regno Unito, sono quei paesi che fanno parte della regione e sono di religione sunnita; il loro ruolo ha una duplice valenza: dal punto di vista politico consentono di combattere un esercito che si dichiara braccio armato della corrente islamica sunnita, ed il fatto che sia combattuto da propri confratelli smentisce la possibile accusa di guerra di religione, mentre dal punto di vista militare la vicinanza geografica e la stessa natura religiosa consentirebbero un impiego a terra, ritenuto essenziale da tutti gli esperti di materia militare per vincere il conflitto. C’è poi anche la presenza silenziosa dell’Iran, formalmente nemico degli USA, delle monarchie del Golfo ed in generale di tutti i sunniti, in quanto nazione principale della corrente degli sciiti. Teheran, certamente in maniera ufficiosa, è l’unica forza armata ad avere combattuto sul terreno, sia a fianco dei curdi irakeni, e ciò è stato fondamentale per fermare l’avanzata del califfato e quindi gradito a Washington, sia in Siria, ma al fianco di Assad. Il dittatore di Damasco non rientra nei piani di una possibile alleanza con gli Stati Uniti, anche se può rappresentare un argine contro l’avanzata in Siria degli integralisti. Per ora la Casa Bianca lo considera un problema minore, ma la continuazione del suo regime è vista con sfavore dalla Turchia e dall’Arabia Saudita, ma non dall’Iran e dalla Russia, che, per ora, ha mantenuto una posizione marginale nella questione, pur essendo fortemente interessata, per non favorire gli americani. La partecipazione di Arabia Saudita e della Turchia all’alleanza contro lo stato islamico è cosa ufficiale, ma si vede bene come le rispettive posizioni siano antitetiche. Valga a titolo esemplificativo la dichiarazione del ministro degli esteri saudita, che ha detto esplicitamente, che se le cellule terroristiche, oltrepassano la loro azione, pur sempre pericolosa, ma limitata e si trasformano in presenza militare continuata in Libano, Libia, Iraq, Siria ed Yemen, la situazione rischia di diventare fortemente instabile. Questa dichiarazione, che può essere letta in diversi modi, anche come l’indiretta ammissione di una strategia sbagliata da parte dell’Arabia Saudita, che per i suoi obiettivi ha finanziato gruppi estremisti sunniti soprattutto in Siria, non viene condivisa dalla Turchia, che rimane legata alla sua visione che individua nei curdi il pericolo maggiore come fattore di destabilizzazione interna. Per il governo in carica ad Ankara il voto dei sunniti è fondamentale ed una guerra realmente combattuta, cioè ben oltre le dichiarazioni di principio, contro lo stato islamico, le cui forze sono collocate sulla frontiera turca, potrebbe portare il paese a problemi significativi di ordine interno. Dal punto di vista strettamente militare, quindi, si rimane con l’impegno sul terreno da parte dei curdi e con le operazioni dal cielo delle forze aeree statunitensi; questi soli strumenti possono soltanto limitare l’avanzata del califfato, che, anzi, come ha ammesso il Pentagono, non si è affatto fermata nei territori irakeni, dove l’azione dell’esercito nazionale non è sufficiente e nella Siria, dove le forze di Assad ed i ribelli democratici non riescono a mantenere il presidio del terreno. Quella che si sta profilando è una guerra di logoramento e, come a Kobani, anche di posizione, quindi con tempi lunghi, una tipologia di combattimento che si riteneva quasi superata, ma dove l’esclusivo intervento della forza aerea può rappresentare soltanto un supporto, importante ma non determinante. Del resto fin dall’inizio l’amministrazione statunitense aveva previsto questa eventualità, proprio perché conosceva bene l’entità delle forniture militari effettuate all’esercito irakeno e sottratte dagli uomini del califfato. La vicenda appare quindi ben lontana dal concludersi senza una intesa tra i paesi sunniti della coalizione a cui toccherà, inevitabilmente, l’impegno sul terreno con le proprie forze armate.   dell’instabilità anche alle zone limitrofe.  

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