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martedì 16 dicembre 2014

I partiti curdi iracheni, eliminati dalla lista USA dei movimenti terroristici

La decisione degli Stati Uniti di escludere dalla lista delle organizzazioni terroristiche il Partito Democratico del Kurdistan di Massud Barzani e l’Unione Patriottica del Kurdistan di Jalal Talabani è stata approvata dal Congresso con la motivazione che costituiva un ostacolo a coloro che desiderano visitare il paese americano. In realtà, a parte complicazioni burocratiche per gli esponenti maggiori delle due organizzazione, che hanno incontrato effettivamente dei problemi, il provvedimento costituisce un riconoscimento al ruolo svolto dai miliziani appartenenti ai due partiti sia nella guerra contro Saddam, che all’argine messo dai peshmerga all’avanzata dello Stato islamico. La collaborazione tra i curdi irakeni e gli statunitensi è ormai un fattore stabile nella geopolitica dell’area, tanto da essere configurato come vera e propria alleanza, sia militare, che politica. Con questi presupposti, la ragione che manteneva dentro le liste delle organizzazioni terroristiche i due partiti, era dovuto, più che altro a rassicurare Bagdad per evitare un appoggio completo alle istanze curde per raggiungere l’autonomia e la sovranità statale. Ma non è un mistero che gli USA sono sempre stati favorevoli alla concessione di sempre maggiore autonomia, seppure comunque all’interno dello stato irakeno, all’etnia curda, che ha raggiunto un livello di autodeterminazione impossibile negli altri stati che ospitano i curdi. La stessa disposizione che collocava i due partiti all’interno dei gruppi terroristici era ormai anacronistica, perché risaliva a quando le due formazioni combattevano il regime di Saddam Hussein, a quel tempo ritenuto legittimo.
Del resto entrambi i partiti sono filoamericani dichiarati, Barzani ha ricoperto la carica di Presidente del Kurdistan irakeno e Talabani, nel 2005, è stato addirittura Presidente dell’Iraq, cariche che senza l’avvallo di Washington non potrebbero essere state affidate a leader di possibili formazioni terroristiche. Questa mossa rappresenta anche una sorta di investimento da parte della Casa Bianca, che mira a rinforzare ulteriormente la collaborazione con i combattenti curdi contro il califfato. L’apporto sul terreno dei peshmerga è stato determinante, sia per contenere lo Stato islamico, sia per rimpiazzare l’azione insufficiente dell’esercito regolare irakeno e sia per evitare agli Stati Uniti di schierare i propri uomini su di un terreno di battaglia così insidioso. Ma questa decisione potrebbe complicare i rapporti tra Washington e Bagdad, perché nella capitale irakena potrebbe rappresentare una sorta di approvazione tacita, ma anche in qualche modo ufficiale, delle aspirazioni curde all’indipendenza. Per ora gli USA non si sono mai mostrati in maniera ufficiale favorevoli ad una divisione dell’Iraq, perché viene ritenuta un fattore di indebolimento del paese di fronte al califfato; ma non è da escludere che una volta risolto il problema Washington non saldi il suo debito di riconoscenza con il Kurdistan irakeno pronunciandosi a favore della costituzione di uno stato sovrano. Sarà interessante anche verificare quali saranno le reazioni turche alla decisione statunitense: Ankara ha fatto più volte intendere che il problema curdo rappresenta una maggiore gravità rispetto addirittura allo Stato islamico; è pur vero che il provvedimento di Washington riguarda formazioni che non operano sul suolo turco, ma Erdogan sicuramente non gradisce alcuna concessione all’etnia curda, anche se presente su altri paesi. La Turchia non vuole la creazione di uno stato curdo autonomo, sebbene fuori dai propri confini, perché teme l’effetto emulazione dei curdi presenti sul suo territorio. Questa decisione, quindi potrebbe costituire un ostacolo sui rapporti tra Ankara e Washington, che, al momento, non attraversano un buon periodo a causa della scarsa collaborazione turca nella lotta allo stato islamico ed ai recenti provvedimenti contro la libertà di stampa voluti da Erdogan, che hanno provocato pesanti critiche sia dagli USA, che dall’Europa.

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