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lunedì 16 febbraio 2015

I pericoli dello Stato islamico in Libia

L'avanzata dello Stato islamico in Libia, pone in pericolo l’Europa, che condivide le rive opposte del Mediterraneo, ma anche gli stati contigui come Marocco, Tunisia, Algeria ed Egitto. L’ascesa delle forze jihadiste, che si riconoscono nel califfato, non è una sorpresa: le bande che sono sfuggite al controllo di una autorità centrale inesistente, perché divisa, hanno potuto contare fin da subito, dopo la caduta di Gheddafi, sugli arsenali molto forniti del dittatore. Quello che è mancata è stata una coordinazione diplomatica, da parte dei paesi occidentali, per trovare un accordo tra le parti civili, divise da una rivalità politica, spesso su basi tribali, che ha lasciato spazi incontrollati facili da riempire per gli estremisti islamici. Questa mancanza si è solo tradotta in un progressivo abbandono degli avamposti diplomatici, che ha ulteriormente sguarnito il paese. Fin dalla ribellione contro Gheddafi, non si è pensato, soprattutto all’interno del paese, a possibili soluzioni che potessero facilitare il controllo del territorio di un paese sostanzialmente artificiale ed unificato soltanto dalla politica coloniale italiana. Piuttosto che arrivare allo scenario attuale era da favorire la costituzione di due stati indipendenti, basati sulle rispettive etnie tribali, che potessero offrire un controllo del rispettivo territorio, senza che si sviluppasse una lotta conveniente soltanto all’integralismo islamico. La vicinanza relativa con il territorio presidiato da Boko Haram costituisce, poi, un fattore di ulteriore pericolo per una eventuale saldatura tra i due movimenti, che costituirebbero un esercito difficilmente contrastabile. Certamente la presenza del Ciad, coadiuvato dai francesi rappresenta un ostacolo ostico per gli integralisti, ma il Niger potrebbe non essere altrettanto forte. Dal lato sud orientale la Libia confina con l’Algeria, in difficoltà con l’estremismo musulmano, dove agiscono bande integraliste che operano traffici illeciti con il Mali e che trovano rifugio in un territorio particolarmente favorevole per le basi terroriste. Questo quadro aumenta il pericolo contingente, che vede il califfato avanzare verso l’Europa, seppure a ranghi ancora ridotti. Gli effetti possono essere una intensificazione della tratta dei migranti, con un incremento dei viaggi verso l’Italia, capace di mettere a dura prova la capacità ricettiva e gestionale del fenomeno, già evidenziata dalla pessima gestione dell’operazione Triton. Inoltre la minaccia della conquista dei pozzi petroliferi e delle raffinerie, rischia di compromettere i rifornimenti per diversi paesi europei ed alimentare il mercato nero del greggio, con effetti positivi solo per le casse dello Stato islamico. Fin qui le ragioni pratiche più urgenti, ma vi è anche il concreto pericolo della conquista delle rive meridionali del Mediterraneo, da cui è possibile, con gli armamenti adatti colpire le coste della Sicilia ed anche oltre, precipitando l’Europa occidentale dentro ad uno stato di guerra. La particolare vicinanza fisica, potrebbe anche favorire ulteriormente l’ingresso di terroristi per attentati in quelli che sono definiti stati crociati. Il quadro complessivo presente e futuro, non permette quindi ulteriore attesa ad una azione, che pare necessaria e non più rimandabile. Certamente sarebbe auspicabile muoversi sotto l’egida delle Nazioni Unite, ma se ciò non sarà possibile in tempi brevi è preferibile che Italia, prima di tutto, ma anche Francia e Spagna, studino forme di collaborazione con i paesi arabi limitrofi, disposti a tutelare loro stessi dal pericoloso contagio dello Stato islamico. L’Italia non può esimersi dal coinvolgimento di quella che sarebbe una vera e propria azione militare, per i suoi rapporti con il paese libico, ma si dovrebbero trovare intese con l’Egitto, la Tunisia ed il Marocco; certo l’Egitto ha la particolarità di essere governato da una giunta militare che ha cancellato un colpo di stato elettorale con uno militare, tuttavia il momento impone una certa velocità di decisione, oltretutto Il Cairo ha già iniziato l’azione bellica in risposta all’esecuzione dei lavoratori copti, uccisi perché cristiani. Certamente un coinvolgimento in una azione repressiva contro lo Stato islamico non potrà che esporre le nazioni che vi prenderanno parte a ritorsioni pericolose, come i possibili attentati, tuttavia appaiono ancora peggiori le possibili conseguenze di una Libia in mano ai terroristi, soprattutto come centro di unione di estremismi diversi ma che possono coalizzarsi nel progetto comune della creazione di uno Stato islamico sempre più esteso.

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