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martedì 17 febbraio 2015
L'occasione per l'Egitto di diventare il guardiano contro l'integralismo
Dopo il bombardamento in Libia, l'Egitto si candida a diventare un punto di riferimento anche per i paesi occidentali che intendono combattere lo Stato islamico ormai giunto sulle rive del Mediterraneo. All’iniziativa militare, Il Cairo fa seguire una iniziativa politica, chiedendo al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite una risoluzione per fare rientrare sotto l’egida dell’ONU le incursioni dell’aviazione egiziana; inoltre il presidente Al Sisi ha chiesto alla comunità internazionale di appoggiare l’intervento contro il califfato e di prendere parte ad ulteriori iniziative volte a debellare la presenza degli integralisti dalla Libia. Per il presidente egiziano si tratta di una occasione impossibile da non cogliere, per legittimarsi di fronte al panorama internazionale e diventare un interlocutore forte contro la deriva religiosa integralista di diversi stati arabi. Occorre ricordare che l’attuale governo dell’Egitto è in carica in ragione di un colpo di stato, che ha dimesso l’esecutivo precedente, di matrice religiosa, regolarmente eletto, ma che, una volta insediato, ha cancellato i diritti delle minoranze esercitando un potere quasi assoluto e perseguendo l’applicazione della legge islamica al posto dei valori laici grazie anche ai quali si era affermata la primavera araba in Egitto. I modi con cui l’attuale governo è andato al potere sono stato duramente criticati dall’opinione pubblica occidentale, soprattutto per l’uso della violenza, ma è innegabile che in diverse cancellerie, pur non ammettendolo, si è preferito l’attuale esecutivo a quello precedente. Le intenzioni di Al Sisi sono anche quelle di accreditarsi di fronte all’occidente in una maniera contrapposta all’altro grande paese arabo particolarmente legato all’ovest del mondo: la Turchia. Da tempo i legami tra Washington e quindi tutti i suoi alleati ed Ankara si sono allentati per la nuova politica intrapresa da Erdogan, basata sull’applicazione di un islamismo moderato alle leggi ed alla vita civile del paese e per l’ambizione di esercitare la propria influenza su di un’area paragonabile a quella dell’antico impero ottomano. In virtù di questi nuovi indirizzi la Turchia non ha fornito risposte adeguate nella lotta contro il califfato sebbene presente alle proprie frontiere. La posizione strategica dell’Egitto potrebbe favorire nuovi rapporti, anche in virtù dei rapporti già intrapresi con Israele, che con la salita al potere del governo militare egiziano, ha ristabilito la propria sicurezza sulla frontiera meridionale con le stesse garanzie presenti al tempo di Mubarak. D’altro canto per l’occidente è fondamentale potere contare su di una alleanza con l’Egitto ben salda; il paese egiziano gode comunque di una influenza sugli altri paesi arabi che si è soltanto incrinata di poco con la messa la bando del movimento dei Fratelli musulmani e la sua posizione geografica costituisce un requisito essenziale per il controllo della sponda meridionale del Mediterraneo. Certo resta il fattore negativo della giunta militare al potere e del fatto che nel paese i diritti civili sono fortemente compressi, tuttavia la medesima situazione si presentava anche con la giunta religiosa e la popolazione risulta ormai divisa sul favore da concedere ad una parte piuttosto che all’altra. Questa condizioni, in un frangente molto delicato possono favorire le ambizioni de Il Cairo, se l’Egitto saprà impegnarsi in prima linea contro il califfato. La reazione seguita alla uccisione dei lavoratori copti di nazionalità egiziana, non spie o soldati, giustiziati soltanto per la loro religione, rappresenta diverse analogie con quella della Giordania, altro paese fedele alleato degli USA. Si è verificato, cioè, quello che Obama aveva sempre richiesto: un impegno in prima persona di stati arabi contro gli arabi dello Stato islamico, per non fare passare un impegno occidentale come l’ennesima campagna colonialista. Inoltre la matrice sunnita, sia di giordani che degli egiziani, indica come il califfato venga squalificato proprio da correligionari perché troppo estremista. Il caso egiziano ha una sua peculiarità evidente: rappresenta, cioè, il fallimento delle aspettative occidentali delle primavere arabe ed è un ritorno al passato, dove in uno stato arabo per contenere l’integralismo deve essere presente una dittatura. Questa situazione, però, potrebbe avere una evoluzione in senso regionale, dove una potenza con la forza adatta, in questo caso l’Egitto, potrebbe esercitare un controllo sui paesi limitrofi per impedire derive terroristiche e religiose pericolose per equilibri ben oltre quelli regionali. Il Cairo sostanzialmente si potrebbe guadagnare il ruolo di gendarme della fascia costiera meridionale del Mediterraneo proprio su mandato dell’occidente. Un tale sviluppo, confermato da esiti positivi, porrebbe l’Egitto sotto una luce totalmente nuova, in grado di superare le diffidenze per la natura autoritaria del suo regime e diventare un alleato preziosissimo contro la diffusione dell’integralismo islamico.
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