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mercoledì 15 aprile 2015
Il difficile compito di Obama per convincere il Congresso sull'accordo per il nucleare iraniano.
Dopo i tanti sforzi per raggiungere l'accordo sul nucleare iraniano resta ancora l’ostacolo dell’approvazione del Congresso statunitense. Quello raggiunto da Obama è soltanto una parte del risultato finale, destinato, comunque ad essere raggiunto entro il 30 giugno. L’accordo tra il Presidente degli Stati Uniti ed il parlamento comprende un diritto di verifica sui negoziati. Le difficoltà sono note: il Congresso è a maggioranza repubblicana, partito in cui è nota l’avversione a Teheran, ma anche dalla parte democratica i dubbi sono rilevanti. Il Segretario di Stato, John Kerry, uno degli artefici principali del successo del negoziato di Losanna, ha affermato di essere fiducioso sulle capacità di persuasione di Obama nei confronti del Congresso. In realtà il compito non pare agevole ed una eventuale sconfitta, oltre che privare Obama del raggiungimento di un obiettivo centrale nel suo programma di politica estera, rischierebbero di azzerare la validità degli accordi. Per altro anche in Iran non si è sicuri dell’approvazione interna a causa della presenza di ancora tanta avversione verso gli Stati Uniti. Questo clima di incertezza rende meno importante il successo diplomatico conseguito a Losanna e provoca nuova apprensione per la firma definitiva prevista entro il 30 giugno. L’atto finale, infatti, del negoziato dovrà avere come base gli accordi raggiunti a Losanna e dovrà essere praticamente soltanto una fase di perfezionamento e di ufficialità di quanto già concordato. Nonostante gli USA non siano l’unica controparte dell’Iran nel negoziato sul nucleare di Teheran, essendo seduti al tavolo delle trattative anche Cina, Francia, Regno Unito, Russia e Germania, appare chiaro che una mancata ratifica del parlamento statunitense renderebbe non valido l’accordo raggiunto. L’ostilità presente nel parlamento americano all’Iran ed ai risultati del negoziato è basata, oltre che sulla ostilità per il paese iraniano, sulla paura di consegnare in maniera legale a Teheran la possibilità di accrescere la sua competenza sull’energia atomica fino a consentirle di diventare una potenza nucleare militare e mettere in pericolo non solo l’ordine regionale ma anche quello mondiale. Le pressioni esercitate da Israele, molto in sintonia con il Partito Repubblicano hanno determinato una contrarietà ancora maggiore ai risultati dell’accordo, così come la situazione diplomatica che si è venuta a creare con il maggiore alleato arabo degli USA, l’Arabia Saudita, che è arrivata a minacciare di intraprendere la strada di diventare una potenza atomica per bilanciare la potenza iraniana. Se le rassicurazioni di Teheran, che ha assicurato sulla volontà di produrre energia atomica a scopi civili, non saranno state sufficienti è difficile prevedere il risultato di quanto vorrà decidere il Congresso. Se la prima impressione è di una contrarietà a prescindere, di tipo politico, una analisi più attenta non può non tenere conto di quanto sia diffuso il timore di un Iran con l’atomica nel tessuto sociale e politico degli Stati Uniti. Su questo piano la percezione è che non si è dato abbastanza valore ai sentimenti della popolazione americana, concentrandosi soltanto sul risultato dei negoziati. Quello che è mancato è una progressione parallela delle trattative con una operazione di convincimento sincero della società statunitense, da anni abituata ad identificare l’Iran, forse come il peggiore nemico della nazione. In sostanza Obama ha diviso in due l’approccio al nucleare iraniano, scegliendo di investire preventivamente maggiori risorse al tavolo delle trattative; ma ora uno sforzo analogo deve essere compiuto anche all’interno del proprio paese per confermare a livello statale quello raggiunto in sede negoziale. Un eventuale insuccesso potrebbe mettere in serio pericolo il faticoso avvicinamento raggiunto e riportare indietro la situazione ai periodi di reciproca avversione. Se questa eventualità dovesse verificarsi per Teheran sarebbe difficile ridare credito a Washington, soprattutto per il contraccolpo interno su di una società che vede la firma del trattato come mezzo per superare il regime delle sanzioni. A quel punto ogni possibilità di confronto, anche quella militare potrebbe diventare possibile.
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