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lunedì 20 luglio 2015
Le conseguenze del piano greco
La Grecia cerca di ripartire, seppure lentamente, dopo le settimane di chiusura delle banche, il referendum e la difficile adesione alle nuove condizioni imposte da Berlino. In cambio del finanziamento di 86 miliardi di euro, che avverrà in tre anni, sono previste dure misure di autorità e misure di ristrutturazione dell’economia ellenica, ritenute ben più pesanti di quelle studiate prima della consultazione referendaria. Tsipras emerge come un leader che ha rischiato tanto ed ha fondamentalmente perso la partita con Bruxelles, indebolendo, all’apparenza la sua posizione interna al paese greco. Ma questa è una impressione che è smentita dai sondaggi, che accreditano al partito del premier il 40% dei consensi, che significherebbe la maggioranza assoluta. Questa è la situazione delle previsioni al momento, ma in caso di elezioni, possibili in autunno, sarà fondamentale constatare se il governo sarà riuscito a compiere passi avanti apprezzabili nella condizione della popolazione. Per il momento Tsipras pare avere preso una strada di maggiore responsabilità, accettando il piano degli aiuti proposto dall’Europa. Si tratta certamente di un piano che non può creare un innalzamento del prodotto interno lordo, nella misura necessaria al paese per uscire dalla crisi, ma, piuttosto, dell’ennesimo tentativo di recuperare tempo. Le intenzioni del premier greco non sono mai state quelle di uscire dalla moneta unica europea, ma di impostare, su nuove basi, il rapporto con Bruxelles, aprendo una via che potesse consentire ampie deroghe alla rigidità di bilancio voluta dalla Germania. Tsipras ha creduto di potere praticare questa strada perché sperava in un appoggio convinto di diversi stati europei, ma è praticamente stato abbandonato dalla maggioranza dei membri dell’Unione, ad eccezione di Francia, Italia e Cipro: troppo poco per sperare di intaccare l’influenza tedesca. Il fallimento di questo progetto lascia strascichi che non paiono ancora del tutto indagati a fondo. Per prima cosa il sentimento anti tedesco di diverse parti dei paesi europei è un fattore in enorme crescita, anche in quelle nazione che hanno appoggiato la linea tedesca nei negoziati con Atene. Questo aspetto, che si riscontra in quantità simili tra gli antieuropeisti ed i favorevoli ad una Europa impostata in modo differente, rischia di saldare tendenze politiche differenti, ed anche contrarie, e sfociare in risultati elettorali completamente avversi all’euro ed all’Unione che funziona con regole pensate ed attuate soltanto da Berlino. Senza un cambiamento dell’atteggiamento tedesco, che non pare possibile al momento, la stessa Unione Europea sembra sempre più fragile e tenuta insieme in modo artificiale. Una diretta conseguenza dell’umiliazione della Grecia è stata, anche se solo sul piano diplomatico, l’avere imposto alla Francia una sconfitta praticamente totale, che incrina in modo netto il rapporto tra Parigi e Berlino. Si tratta di uno scenario ormai consolidato, malgrado le smentite ed i discorsi di circostanza, che rappresenta un elemento di ulteriore indebolimento dell’istituzione europea. Se i due maggiori paesi dell’area della moneta unica entrano in collisione, a risentirne saranno tutte le decisioni future, che potranno subire rallentamenti e discussioni deleterie per gli equilibri di Bruxelles. Vi è, poi, la questione dell’occasione perduta per potere rilanciare le economie continentali con l’introduzione di politiche capaci di interrompere i rigidi vincoli di bilancio ed investire nella crescita. L’accordo greco dice chiaramente che non vi è questa possibilità, ne potrà esservi, per lo meno sul medio periodo, condannando le asfittiche economie europee ad essere ancora private di un livello adeguato di investimenti, necessari a creare lavoro e benessere. Tutti questi fattori uniti alla mancanza cronica di solidarietà, dovranno poi essere considerati in modo adeguato al momento delle possibili vittorie dei gruppi politici contrari a questa impostazione, che non potranno che chiedere conto di questi sviluppi. Intanto la Grecia, nonostante abbia ottenuto gli aiuti, non ha scongiurato l’espulsione dall’euro, che potrà sempre verificarsi in qualsiasi momento. Senza una adeguata ristrutturazione del suo debito pubblico, Atene non può attuare le decisioni necessarie finanziariamente a crescere, perché impegnata spasmodicamente a rimborsi non adeguatamente dilatati nel tempo. Si tratta di una situazione che si era già verificata durante i precedenti piani di aiuto e che ogni volta ha aggravato la condizione debitoria della Grecia. Questo, che non è altro che un accanimento, segnala come le condizioni imposte potrebbero avere come scopo proprio quello di fare fallire il paese per imporre una sua uscita dall’euro. La cancelliera tedesca ha già affermato che il taglio del debito greco non può avvenire all’interno dell’unione monetaria, ma che può essere ricercata con misure alternative, come la dilazione dei rimborsi e condizioni dei tassi di interesse più favorevoli. Ancora una volta elementi che possono sostenere la tesi che la Commissione europea aveva già stilato un piano per l’uscita dall’eurozona, preludio all’espulsione dal trattato di libera circolazione e probabilmente dalla stessa Unione Europea, decisioni sventate dal discreto intervento americano, decisamente contrario a questa ipotesi, per le implicazioni politiche che poteva sviluppare.
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