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mercoledì 22 luglio 2015
L'Unione Europea non si accorda neppure sui migranti
La questione del fallimento della distribuzione dei migranti rappresenta un’ulteriore fallimento per l’Unione Europea. A dichiararsi delusi del risultato raggiunto sono il presidente Juncker ed il commissario all’immigrazione Avramopoulos; quest’ultimo ha avuto un giudizio negativo sulla conclusione della trattativa, soprattutto relativamente ai numeri concordati, ma ha riservato un giudizio positivo al fatto che un risultato è comunque stato raggiunto. Proprio questo atteggiamento rappresenta il chiaro segnale di una istituzione che non consente più neppure aspettative di basso livello, ci si accontenta del fatto di essere riusciti a trovare un misero accordo piuttosto che niente. Eppure l’obiettivo iniziale non era neppure troppo ambizioso: distribuire 40.000 migranti sul territorio di ben 28 paesi, non molto rispetto alla attuale situazione di guerra e carestia che tocca il vicino oriente e l’Africa. L’accordo è, invece, stato raggiunto sulla quota di 32.000 migranti, con la clausola che verrà fatto un bilancio entro sei mesi ed i restanti 8.000 che sono restati fuori dalla trattativa dovranno essere collocati entro la fine dell’anno. Il problema dei migranti riguarda principalmente la Grecia e l’Italia, vittime degli accordi di Dublino per i quali un immigrato proveniente al di fuori dell’Unione Europea deve restare nel primo paese europeo dove arriva. Questo accordo è stato firmato in tempi totalmente differenti rispetto agli attuali e dovrebbe essere rivisto adeguandolo alle esigenze del tragico momento storico. Del resto è la maggioranza degli stessi migranti che non vuole stare nei paesi dell’Europa mediterranea, che vengono considerati soltanto un punto di partenza per la permanenza nel vecchio continente. In sostanza sia l’Italia, che la Grecia sono diventati, di fatto, dei veri e propri corridoi umanitari: il punto di arrivo dalle coste africane o mediorientali per lasciarsi alle spalle le tragedie, da cui i migranti fuggono; quindi la loro funzione effettiva sta nel fornire spesso il salvataggio da una morte certa, che non sempre riesce, ed una prima accoglienza; dopo di che il migrante vuole raggiungere familiari o conoscenti, che, nella maggioranza dei casi vivono nell’Europa del nord. Ora, è certamente vero che non si può accontentare la volontà di tutti i migranti, ma non si può neppure non tenere conto del fatto che si obbliga alcuni paesi ad ospitare persone che non gradiscono restare su di quel territorio. La questione non è così scontata, perché offre una prospettiva rovesciata alla visuale di chi non vuole accogliere i migranti che non sono ancora arrivati sul loro territorio. In sostanza si obbligano i paesi di arrivo all’accoglienza e gli stessi migranti ad essere accolti dove non vogliono. Questo aspetto non sembra essere stato considerato adeguatamente, anche da un punto di vista giuridico e morale. Poco importa che il freddo calcolo dei burocrati di Bruxelles parli di una cifra intorno alle 60.000 persone che saranno interessate da nuove collocazioni e destinazioni, lasciando, come senso sottointeso, che il computo totale interesserà più volte anche la stessa persona, stravolgendo così la quantità effettiva dell'accoglienza toale. In tutta questa esibizione di mancanza di solidarietà hanno spiccato i comportamenti di Spagna ed Ungheria, che sono stati l’espressione massima dell’indifferenza dell’Unione. Questi due paesi hanno criticato più degli altri il piano di redistribuzione dei migranti: Madrid è giunta alla riunione senza avere comunicato quanti migranti era disposta ad accogliere, mentre Budapest ha espressamente affermato che il proprio apporto a quanto disposto dall’Unione sarebbe stato nullo: cioè l’Ungheria non avrebbe accolto alcun migrante. Simili comportamenti dovrebbero essere duramente puniti, ma non sull’onda dell’indignazione del momento, bensì con meccanismi ampiamente già previsti in grado di fare scattare immediatamente la sanzione. Ma un tale proposito può essere sostenuto soltanto da una forte unione politica a cui aderiscono soltanto nazioni convinte del processo di unificazione europea e non con il fine esclusivo di prendere i contributi che Bruxelles elargisce in maniera troppo generosa. Ma il discorso è molto più ampio dell’atteggiamento di Spagna ed Ungheria: siamo di fronte ad una Unione soltanto monetaria, che ha accantonato in modo, che sembra definitivo, la solidarietà tra gli stati e quindi i popoli, che la compongono. Dopo la conclusione della questione greca, questa dell’immigrazione, rappresenta l’ulteriore prova di una Europa che si è completamente allontanata dai suoi propositi iniziali, convertiti in un asservimento alle istituzioni finanziarie, che ha creato un consistente aumento della diseguaglianza sociale ed un senso di insoddisfazione largamente diffuso nei cittadini europei. La domanda fondamentale è se ha ancora senso una unione che ha assunto queste caratteristiche, che mette insieme popoli sempre meno vicini, governati da esecutivi sempre più succubi di un solo stato e di direttive inutili per il benessere generale? Ovviamente la risposta è no; ed questo che presto verrà fuori dalle prossime consultazioni elettorali, l’unico sentimento comune che resta ad unire l’Europa: la sua inutilità ed il suo sfacelo. Per correggere questa tendenza il tempo ormai scarseggia, ma non si vedono inversioni di rotta.
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