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martedì 4 aprile 2017

La situazione interna russa e l'attentato di San Pietroburgo

L’attentato alla stazione della metropolitana di San Pietroburgo arriva in un momento difficile per la politica interna russa. A circa un anno dalle elezioni recenti sondaggi rivelano un aumento dello scontento tra la popolazione, dovuto sia agli effetti delle sanzioni, che hanno peggiorato le condizioni generali dei cittadini, sia al crescente risentimento verso la corruzione del ceto politico ed anche per la presa di coscienza della democrazia incompleta che governa un paese dove vi sono troppo contraddizioni ed una diseguaglianza sempre più accentuata. Ne sono prova le dimostrazioni contro le autorità, che hanno portato ad una ondata di arresti. Certamente ciò non basta per avvallare     teorie del complotto, secondo le quali l’attentato sarebbe funzionale a riportare ordine nel paese, nel senso voluto dalle autorità di Mosca. Tuttavia appare innegabile, che per le autorità russe, abituate a fare seguire un periodo di repressione ad ogni attentato, l’occasione che si presenta per regolare diversi conti si sia presentata. Tuttavia la verità, in questo senso, è praticamente impossibile da accertare, anche perchè esistono motivi concreti, per gli estremisti, per colpire la Russia. L’azione del Cremlino in Siria, al netto delle valutazioni politiche in favore o contro il regime di Assad, ha colpito spesso civili inermi pur di annientare la resistenza contro Damasco, spesso neppure individuata come le milizie dello Stato islamico, ma come le truppe democratiche appoggiate dagli Stati Uniti. Una conseguenza quasi certa di questa condotta è stata l’uccisione dell’ambasciatore russo in Turchia. Secondo le fonti del governo russo un attentatore sarebbe del Kirghizistan, questo porterebbe ai combattenti di ritorno dalle battaglie condotte nelle fila delle forze armate del califfato, un fenomeno che era atteso da tempo e che con l’avanzata dell’esercito irakeno nelle zone di cui lo Stato islamico sta perdendo il controllo, minaccia di essere sempre più pericoloso. Non che la Russia non abbia tra i propri cittadini combattenti del califfato tornati in patria, ai quali devono aggiungersi i possibili terroristi provenienti dalla Cecenia. Occorre anche ricordare che la politica estera russa, nell’area geografica che Mosca ritiene essere di propria competenza esclusiva, ha praticato l’appoggio e d il sostegno di dittatori fedeli alla Russia, che hanno eliminato praticamente tutti i diritti civili, suscitando in tante popolazioni grande risentimento verso il Cremlino. La lista dei possibili attentatori è dunque lunga ed accertare la reale provenienza di chi ha compiuto l’attentato nella metropolitana di San Pietroburgo è tutt’altro che agevole. Inoltre una strategia del terrore potrebbe svilupparsi proprio nel paese russo, per portare incertezza in un momento difficile, come  quello attuale, dove il prestigio di Putin e del suo governo sembra in calo. Potenzialmente la Russia potrebbe essere sotto attacco per tutti i motivi elencati precedentemente per un tempo indefinito, ma ciò fornisce un vantaggio per un esecutivo non troppo rispettoso delle regole democratiche e del rispetto dei diritti. Accomunare nella repressione i possibili terroristi islamici ed i contestatori pacifici, ma fortemente critici verso il Cremlino, appare operazione semplice per un apparato che deriva da quello sovietico. Diciamo che l’attentato arriva in un momento nel quale serviva una azione repressiva dei contestatori attivi e che, nello stesso tempo, riducesse il malessere diffuso, in favore di un compattamento della popolazione verso le ragioni della sicurezza della nazione, che permettesse anche di accettarne di modo più favorevole e meno obiettivo l’azione in politica estera, in Siria, ma anche in Ucraina, tesa a riportare la Russia tra i grandi del mondo; del resto questo argomento è uno di quelli su cui Putin ha sempre puntato, riscuotendo successo, nelle sue campagne elettorali. Esiste quindi, per il governo di Mosca, la possibilità concreta di arrivare alle prossime elezioni facendo in modo di comprimere il dissenso e presentarsi di nuovo come i difensori della nazione, nono solo sul piano interno, ma anche, su quello internazionale. Del resto la presenza alla Casa Bianca di un presidente come Trump non può che favorire questi propositi.  

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