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venerdì 16 ottobre 2020

Nello Yemen uno scambio di prigionieri potrebbe aprire la strada a nuovi negoziati

Con lo scambio dei prigionieri tra i ribelli sciiti ed il governo dello Yemen, che riguarda circa 1000 combattenti per parte, le Nazioni Unite cercano di favorire la reciproca fiducia tra le due parti per promuovere dei negoziati che hanno come obiettivo di terminare una guerra sanguinosa, che va avanti da ben sei anni.  Lo scambio sta procedendo, come confermato dal Comitato internazionale della Croce Rossa, ma le operazioni non sono brevi, tuttavia permetteranno il ricongiungimento dei combattenti alle loro famiglie; questo aspetto è visto come essenziale per riportare il clima necessario per procedere, poi sulla strada della diplomazia al posto di quella delle armi.  Tra i militari che saranno interessati dalla liberazione ci sono soldati sauditi ed anche sudanesi, in quanto il paese africano appoggia la coalizione, con a capo l’Arabia Saudita, che fin dal 2015, sostiene il governo che i ribelli Huti, di religione sciita, hanno estromesso dalla conduzione del paese. L’attuale situazione contingente, con la pandemia che ha colpito a livello globale, ha portato come conseguenza diretta sul conflitto yemenita le ricadute della diminuzione degli aiuti umanitari in uno scenario già compromesso, oltre che dalla guerra, da una situazione sanitaria molto grave, cui si devono sommare le condizioni di carestia alimentare che sta patendo la popolazione. Queste condizioni generali, insieme al sostanziale stallo dei combattimenti, che non ha favorito nessuno dei due contendenti, ha favorito lo scambio dei prigionieri già concordato a Stoccolma. I numeri specifici di questo scambio riguardano il rilascio di 681 combattenti dei ribelli sciiti, contro 400 militari delle forze che appoggiano il governo, più i diciannove combattenti stranieri, di cui quindici sauditi e quattro sudanesi. L’attività della Croce rossa ha permesso materialmente lo scambio grazie a visite mediche, forniture sanitarie e di vestiario oltre a somme di denaro necessarie per il ritorno alle rispettive abitazioni. Nel frattempo gli Huti hanno rilasciato tre persone statunitensi che erano ostaggio delle milizie sciite. Il conflitto yemenita non gode dell’esposizione mediatica della guerra siriana o di quella condotta contro lo Stato islamico, tuttavia proprio secondo le Nazioni Unite risulta essere la peggiore crisi umanitaria del mondo. La povertà del paese, che attraversava una situazione complicata già in tempo di pace, ha favorito la rapida discesa della qualità della vita creata dal conflitto ed aggravata dalla situazione sanitaria ed alimentare conseguente, in questo scenario la particolare violenza esercitata dalla coalizione contro i ribelli, ha colpito spesso i civili provocando morti e feriti anche attraverso il bombardamento indiscriminato di scuole ed ospedali. Particolarmente violenta è stata l’azione delle forze armate saudite, che hanno dimostrato la loro totale mancanza di rispetto verso la popolazione; malgrado questo accanimento la coalizione guidata dall’Arabia Saudita non è riuscita ad avere ragione dei ribelli. L’azione delle Nazioni Unite si è concentrata su due strade: la prima quella diplomatica per fare cessare le ostilità, mentre nel contempo veniva praticata anche una seconda soluzione di ordine pratico, mediante la creazione di corridoi umanitari, che ha portato, anche se in modo parziale, sollievo alle sofferenze della popolazione. Anche attraverso la mediazione tra le due parti, le Nazioni Unite hanno fermato offensive militari, risultando decisive per la tutela dei civili. Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite con la risoluzione 2216 del 2015 hanno chiesto ai ribelli Huti il disarmo ed il ritiro dalle regioni conquistate, ma senza offrire nulla in cambio del territorio preso; per la visione dei ribelli è necessario mantenere il controllo su porzioni consistenti di territorio, anche per evitare l’accerchiamento e prevenire nuovi attacchi militari. Anche se la situazione resta grave episodi come quello dello scambio di prigionieri rappresentano importanti novità per l’apertura di negoziati in grado di portare ad una pace, che resterebbe, comunque, precaria per la presenza della radicalizzazione del conflitto su basi etniche, religiose e geopolitiche, tuttavia lo stato di prostrazione del paese da elemento negativo può diventare la causa determinante della necessità dello stop delle armi per permettere al paese, qualunque sarà la sua forma di stato e qualunque sarà la sua eventuale divisione, di tentare di risollevarsi tramite la via pacifica. Sarebbe necessario però, un maggiore coinvolgimento delle grandi potenze al fianco della Nazioni Unite per favorire questa soluzione.

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