Politica Internazionale

Politica Internazionale

Cerca nel blog

venerdì 11 dicembre 2020

L'accordo tra Marocco e Israele minaccia la stabilità del Sahara occidentale ed è una ulteriore trappola per Biden

 L’ennesimo accordo di una amministrazione scaduta, lascia pesanti questioni in eredità al nuovo inquilino della Casa Bianca e gli impone una serie di obblighi economici e politici, che potrebbero non essere condivisi. Il quarto stato arabo che accetta di stabilire rapporti con Israele, grazie alla mediazione americana, dopo Emirati Arabi Uniti, Bahrain e Sudan è il Marocco, che ottiene il riconoscimento della propria sovranità sul Sahara occidentale, l’ex colonia spagnola abbandonata da Madrid nel 1975. Per raggiungere il successo diplomatico con gli Emirati Arabi Uniti, gli USA si sono impegnati a finanziare l’esercito emiratino con un programma di riarmo del costo di 19.100 milioni di euro, per il Bahrain il costo è politico per favorire i rapporti con l’Arabia Saudita, mentre per il Sudan si tratta di un impegno che riguarda entrambi gli aspetti, trattandosi della promessa, non ancora concretizzata, di revocare le sanzioni di Washington verso il paese africano, che erano state inflitte per colpire il precedente regime dittatoriale. Per Rabat il vantaggio è quello di vedersi riconosciuta la sovranità sul Sahara occidentale, poco importa se, per ora, questo riconoscimento avviene solo dagli Stati Uniti, unico paese della comunità internazionale ad effettuarlo; Trump ha parlato espressamente come la soluzione del governo del Marocco sia l’unica proposta percorribile nell’ambito della ricerca di un processo di pace duraturo. Questo apprezzamento consente al Marocco di superare gli accordi del 1991, firmati con il Fronte Polisario presso le Nazioni Unite, che prevedevano un referendum per l’autodeterminazione delle popolazioni del Sahara occidentale. Ciò potrebbe aggravare una situazione di crisi ripresa dallo scorso 12 novembre, con un confronto tra l’esercito marocchino e gli attivisti per l’indipendenza, dopo ventinove anni di tregua. Occorre ricordare che il Sahara occidentale è il territorio non indipendente più grande del pianeta e la autoproclamata Repubblica araba Sahrawi ha il riconoscimento di 76 nazioni e dell’Unione Africana e detiene lo status di osservatore alle Nazioni Unite. Si comprende come la tattica di Trump miri a dividere l’Unione Africana e lasciare a Biden una grave responsabilità, anche perché la decisione a favore del Marocco interrompe una linea che gli USA mantenevano da tempo bei confronti della questione. Se Biden decidesse di avvallare la decisione di Trump andrebbe contro agli ambienti diplomatici americani al contrario una revoca del riconoscimento della sovranità marocchina sul Sahara occidentale, implicherebbe un raffreddamento nei rapporti tra Rabat e Tel Aviv. La prova che l’incertezza regni anche in Marocco, aldilà delle dichiarazioni di soddisfazione, è che per ora Rabat non intende aprire alcuna rappresentanza diplomatica in Israele, quasi ad attendere gli sviluppi della nuova politica estera americana. Una ragione ulteriore, poi, è l’atteggiamento da tenere con i palestinesi, apparsi da subito molto adirati. Il Marocco ha specificato da subito che non intende mutare il proprio atteggiamento favorevole sulla soluzione di un territorio e due stati, incompatibile con la visione di Netanyahu. Il premier israeliano al momento sembra essere il vero vincitore, portando un nuovo accordo con uno stato arabo come sua personale vittoria, in un momento molto difficile sul fronte interno, dove il paese rischia la quarta elezione politica in poco tempo. Trump continua a giocare per sé stesso, sacrificando per i propri scopi la politica estera statunitense in un momento di passaggio di consegne: quella che il presidente uscente ritiene vincente è la tattica di lasciare una situazione molto difficile da gestire per quella che dovrà essere la politica estera democratica, con l’atteggiamento di diversi stati alleati potenzialmente negativo con il nuovo presidente. Il disegno è ampio e mira, innanzitutto a creare una rete di stati legati al vecchio presidente in vista di una possibile ricandidatura tra quattro anni, lasciando situazioni di difficile soluzione per il nuovo inquilino della Casa Bianca, che presuppongono il fatto di lasciare inalterate le decisioni in essere, con la contrarietà del partito democratico, o viceversa di ribaltarle, ma dovendo affrontare l’avversione di chi dovrà subire queste decisioni contrarie. Un tranello che appare creato ad arte per delegittimare il nuovo presidente o di fronte agli alleati stranieri o di fronte al proprio elettorato. In conclusione bisogna ricordare che Trump non ha ancora formalmente riconosciuto la sconfitta e minaccia di portare il paese più importante del mondo verso un caos istituzionale, che potrebbe avere ripercussioni molto gravi per il mondo intero.

What do you want to do ?
New mail

Nessun commento:

Posta un commento