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venerdì 19 gennaio 2024

La pericolosa strategia di Netanyahu

 L’affermazione del premier israeliano Netanyahu, che si è detto contrario alla formazione di uno stato palestinese, dopo la fine della guerra, espressa in modo così esplicito, chiarisce ulteriormente la strategia del governo israeliano sulla reale intenzione dell’espansione sui territori rimasti ai palestinesi. Evidentemente le rassicurazioni sulla permanenza a Gaza dei suoi abitanti, anche se decimati, sono solo state solo formali; il rischio concreto è che, poi, queste intenzioni riguardino anche la Cisgiordania. Netanyahu continua da affermare che la guerra sarà ancora molto lunga, ma si tratta di una tattica evidentemente attendista, che aspetta l’esito delle prossime consultazioni americane: infatti una vittoria di Trump, favorirebbe l’esecutivo al potere a Tel Aviv ed allontanerebbe i guai giudiziari del premier israeliano. La prospettiva, però, include uno stato di guerra permanente, con il rischio di allargarsi in maniera più grave su più fronti e coinvolgere più attori, come già avviene, ma in maniera più massiccia. Questo atteggiamento ha suscitato profonde critiche dagli USA, secondo Biden la situazione israeliana può essere normalizzata soltanto con la creazione di uno stato palestinese, argomento sostenuto anche dagli stati arabi, con l’Arabia Saudita che ha posto questa condizione per il riconoscimento dello stato di Israele; ma anche soltanto la proposta di un cessate il fuoco è stata respinta dall’esecutivo di Tel Aviv, con la motivazione che rappresenterebbe una dimostrazione di debolezza nei confronti dei terroristi. All’interno del rifiuto della creazione di uno stato palestinese, vi è anche il rifiuto di conferire il controllo di Gaza all’Autorità nazionale palestinese. Con queste premesse sono, però, lecite alcune domande. La prima è che le elezioni presidenziali negli USA si terranno il prossimo novembre: fino ad allora con Biden in carica la distanza fra Tel Aviv e Washington rischia di accentuarsi sempre di più ed il rischi per Netanyahu è quello di vedere l’appoggio americano ridursi, una eventualità mai accaduta nella storia dei rapporti tra i due paesi, che potrebbe indebolire la leadership nel paese ed anche la capacità militare; certamente Biden deve calcolare bene fino a che punto può spingersi, per non prendere decisioni con ricadute sul suo consenso elettorale, ma la prospettiva di un indebolimento di Israel sul piano internazionale appare molto concreta. La guerra di Gaza ha provocato un allargamento del conflitto concreto, che ha saputo coinvolgere altri attori, tanto che la situazione di conflitto regionale è ormai un fatto acclarato. Il quesito riguarda la responsabilità di Israele per la reazione ai fatti del 7 ottobre, nei riguardi della sfera internazionale. La situazione che si è venuta a creare con gli attacchi degli Houti nel Mar Rosso, che ha provocato gravi danni economici al commercio internazionale, l’intervento palese dell’Iran, con reciproche minacce con Israele e la questione degli Hezbollah, che hanno provocato il coinvolgimento del Libano e della Siria, ha delineato in modo netto una situazione che era, grave, ma ancora a livello contenuto. Il peggioramento ha portato e porterà al coinvolgimento anche di attori non ancora direttamente presenti sullo scenario medio orientale, con un incremento della presenza degli armamenti e delle azioni militari, tale da rendere fortemente instabile la situazione. Un incidente oltre che possibile è altamente probabile e ciò potrebbe scatenare un conflitto, non più per interposta persona, ma con il coinvolgimento diretto, ad esempio di Israele contro l’Iran; questa eventualità appare più vicina di sempre e le esplicite minacce non aiutano a favorire una soluzione diplomatica. La questione centrale è se l’occidente ed anche il mondo intero può permettersi che esista una nazione con una persona del tipo di Netanyahu al potere, certamente Israele è sovrano al suo interno, ma non ha saputo dirimere la situazione giudiziaria di un uomo che resta al potere con tattiche spregiudicate, che usano indifferentemente l’estrema destra ultranazionalista, le tattiche attendiste, le false promesse e la condotta violenta, più vicina all’associazione terroristica che vuole combattere, piuttosto che ha quella di uno stato democratico. L’opinione pubblica israeliana sembra succube di questo personaggio e le poche voci di dissenso non bastano a fermare questa deriva. Pur essendo legittimo combattere Hamas i modi non sono quelli giusti, oltre ventimila vittime sono un bilancio troppo elevato, che nasconde l’intenzione di una annessione di Gaza, come nuova terra per i coloni; questo scenario avrebbe effetti catastrofici, che soltanto la pressione internazionale, anche con l’uso di sanzioni, e l’attività diplomatica può evitare. Anche perché una volta presa Gaza il passaggio alla Cisgiordania sarebbe soltanto una conseguenza, come una conseguenza logica sarebbe la guerra totale. 

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