Politica Internazionale

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venerdì 3 agosto 2012

La dura lezione di Alba Dorata

Quello accaduto mercoledi ad Atene in piazza Syntagma costituisce un preoccupante segnale d'allarme per tutta l'Europa: la distribuzione di generi alimentari di prima necessità da parte del gruppo neonazista Alba Dorata, attraverso volontari interamente vestiti di nero, soltanto a persone che mostravano il loro documento di identità comprovante la cittadinanza greca. L'Unione Europea farebbe bene a non sottovalutare certe manifestazioni che sono tese soltanto a radicalizzare lo scontro sociale in atto e dividere i popoli europei. L'ostinazione con cui i governi continuano a punire, per colpe non loro, la parte più debole della popolazione, che è però diventata maggioranza numerica, di diversi paesi, non può che produrre frutti avvelenati, di cui la strage della Norvegia del 2011, rischia di essere stata soltanto un preambolo. La mancanza di una visione più allargata, che sappia penalizzare i veri responsabili della crisi economico finanziaria, è la deficienza più grande, che si registra a livello comunitario. La percezione è che si proceda a compartimenti stagni, senza un filo comune, che sappia considerare i legami tra sfacelo economico e sociale e le possibili derive che ne conseguiranno. Le tanti professioni di ottimismo non sono suffragate da risultati apprezzabili ed una politica inetta, lascia orfani milioni di persone, pronte a gettarsi tra le braccia del primo populista di passaggio, con effetti ancora peggiori degli attuali. Ma tant'è, la preoccupazione maggiore resta il freddo dato numerico del differenziale dei titoli di stato o l'indice di borsa, non ammettendo, che l'affannarsi a conseguire esclusivamente dati positivi, senza che questi determino una ricaduta concreta e, sopratutto veloce, negli strati sociali in sofferenza, genera distorsioni che possono trasformare mostri. Se la situazione greca è la punta dell'iceberg, va vista, però anche in chiave di possibile futuro analogo per altri stati. Le difficoltà materiali di paesi considerati un tempo ricchi come la Spagna, l'Italia, ma anche Portogallo ed Irlanda, mentre la stessa Francia accusa motivi di sofferenza, rappresentano il terreno fertile per la corruzione ed anche il disfacimento di quelle forme di stato, tutte facenti capo alla democrazia, che parevano ormai un dato di fatto. Viceversa, senza benessere collettivo e diffuso, la stessa democrazia è in pericolo, perchè contiene in se stessa gli strumenti che ne possono determinare la morte. Le pulsioni populiste e totalitarie con cui si muovono determinati gruppi e partiti, nati al di fuori del normale circuito dei partiti, perchè questi considerati giustamente corrotti, fanno leva sulle paure del popolo, che è anche corpo elettorale. Una manovra come quella di Alba Dorata, aberrante nella sua espressione, rappresenta però un insegnamento fondamentale della pratica politica che questi gruppi intendono portare avanti. Costringere i greci più poveri ad accettare una elemosina così poco caritatevole ed impiegare questa pratica come mezzo di lotta politica, sovverte ogni tipo di dialettica politica che si è presentata fino ad ora nel corso della storia. Erigere l'elemosina selettiva a pratica politica raggiunge un livello talmente indegno di fare propaganda politica, che, tranne la violenza, ogni limite appare superato. Tuttavia ad essere dietro l'angolo è proprio la violenza, con le possibili conseguenze di tali sistemi che non possono essere che all'inizio. La caccia allo straniero, individuato, chiaramente a torto, come responsabile della crisi, è una facile soluzione che si percorre periodicamente, poi si può passare a sindacati e circoli politici giudicati collusi con il potere che opera i tagli indiscriminati. Sarebbe bene che Bruxelles mettesse da subito in campo iniziative volte a mitigare lo squilibrio sociale anzichè pensare a salvare banche che hanno creato, con le loro perdite, voragini. Questo perchè senza esempi concreti, la situazione è destinata a peggiorare costantemente; con l'euro in pericolo, rischia anche il pieno sviluppo dell'unione politica, l'unico baluardo che, se usato correttamente, può permettere ai popoli europei livelli di vita dignitosi, in mercati che richiedono sempre maggiore grandezza per competere con i giganti mondiali. Occorre però inserire degli anticorpi in un organismo vulnerabile e debole come la UE, leggi certe che impediscano la vita a movimenti che si richiamano al nazismo ed al fascismo, sono sempre più necessari, forse perchè la distanza temporale dalla fine della seconda guerra mondiale, ampliandosi attenua il livello di attenzione necessario affinchè certi episodi della storia non si ripetano.

Kofi Annan lascia il mandato sulla Siria

L'abbandono di Kofi Annan, del mandato, ottenuto su incarico dell'ONU e della Lega Araba, di mediatore ufficiale per la crisi siriana non costituisce una sorpresa. Malgrado tutti gli sforzi e l'impegno profuso, l'ex segretario delle Nazioni Unite, non ha ottenuto risultati tangibili per fermare i massacri sul territorio della Siria ed il suo piano di pace non è riuscito a bloccare i combattimenti ed ha fallito politicamente non ottenendo risultati apprezzabili sopratutto sul piano della transizione al potere. Ad Annan vengono però anche imputati errori di valutazione, come la ricerca del coinvolgimento dell'Iran, paese troppo interessato alle sorti di Assad, che avrebbero in qualche modo raffreddato il coinvolgimento nei negoziati dei paesi occidentali. Il futuro della missione per la Siria prevede un ridimensionamento drastico, con l'abbandono dei 300 osservatori presenti sul territorio siriano, a causa delle condizioni di sempre maggiore pericolo per l'intensificarsi dei combattimenti; da missione di pace si dovrebbe trasformare, quindi, in missione esclusivamente politica, con un contingente molto ridimensionato di circa 30 persone, a cui capo dovrebbe essere designato il vice di Annan, Nasser al-Qidwa. Il lavoro di questa missione politica dovrebbe essere incentrato ancora sulla transizione politica, ma, date le condizioni del conflitto, le possibilità di riuscita paiono molto aleatorie. L'impressione è che sia le Nazioni Unite, che la Lega Araba, vogliano mantenere una presenza di facciata per non avallare completamente il fallimento della missione di pace di Annan, fortemente voluta dalle due organizzazioni sovranazionali. Del resto il livello dello scontro armato ha alterato ogni possibile soluzione pacifica della crisi, ed anche una via di uscita per Assad, come si era ipotizzato qualche tempo addietro, con un esilio dorato, magari in Russia, sembra una ipotesi ormai molto remota. Ma le dimissioni di Assad sono destinate ad alimentare anche nuove polemiche tra i fronti diplomatici opposti: i paesi occidentali, favorevoli ad una risoluzione ONU contro il regime siriano ed il blocco di Cina e Russia, che con il loro veto nella sede del Consiglio di sicurezza, quali membri permanenti, hanno bloccato qualsiasi iniziativa delle Nazioni Unite. Se gli USA non hanno mai creduto fino in fondo alle possibilità di riuscita di Annan, non si lasciano comunque sfuggire il fallimento della missione, incolpando Mosca e Pechino, per le loro posizioni caratterizzate dall'immobilità, che non hanno fatto altro che favorire la guerra civile nel paese siriano. Sebbene le rispettive intenzioni dei singoli paesi siano state mosse da esigenze particolari differenti, la mancanza di un indirizzo comune che affermasse la volontà di imporre una pace, anche non definitiva, ma da cui fare partire effettivi negoziati, è la vera ragione di avere vanificato gli sforzi di Annan, che partiva da presupposti slegati dagli interessi dei diversi soggetti che stanno ruotando intorno alla questione. Per l'ONU è ancora una volta il fallimento del suo ruolo, per il superamento stesso della sua organizzazione pensata appena dopo la fine della seconda guerra mondiale: un'era geologica fa, rispetto all'evoluzione dello scenario internazionale. Per le grandi potenze, invece, la mancata soluzione della crisi siriana, destinata, purtroppo ad una soluzione ancora lontana, significa la mancanza della capacità di flessibilità, che si concreta in rapporti diplomatici troppo statici su posizioni di immobilismo deleterio, che vogliono dire l'assenza della conoscenza delle tecniche della trattativa e del compromesso. Ciò determina uno stato di forte instabilità, che rischia di ripercuotersi in scenari ben più ampi del teatro siriano.

giovedì 2 agosto 2012

La CIA affianca i ribelli siriani

La notizia che il Presidente USA, Barack Obama, avrebbe firmato già dall'inizio dell'anno un ordine, che autorizza la CIA ha compiere operazioni segrete, contro il regime siriano di Assad, non risulta essere sorprendente. L'azione è simile a quella condotta contro Gheddafi e prevede il sostegno militare mediante operazioni dietro le linee e la fornitura di armi ai ribelli impegnati nella lotta armata, ormai degenerata a guerra civile. La scelta della Casa Bianca è maturata da subito quando si è intravista la possibilità di determinare la caduta del regime per sottrarre all'Iran l'alleato più importante in chiave anti israeliana. La notizia non è stata chiaramente confermata dall'amministrazione americana, che continua a sostenere di fornire esclusivamente aiuti umanitari alla popolazione, contro un regime che continua a violare sistematicamente i diritti umani. L'opposizione è sostenuta materialmente, attraverso il Dipartimento di Stato, con un fondo di 25 milioni di dollari, destinati all'acquisto di materiale, tuttavia esiste anche uno stanziamento di 64 milioni di dollari per l'assistenza da erogare attraverso l'ONU ed altre organizzazioni umanitarie, mentre già prima gli USA avevano impegnato 15 milioni di dollari per materiale medico ed attrezzature per le comunicazioni. Ma il livello degli aiuti, ufficialmente è stato sempre circoscritto alla pura fornitura di attrezzatura per alleviare la popolazione civile. Ma i sospetti che ciò non fosse del tutto vero, sono scattati fin da quando è stata accertata la partecipazione di miliziani, più verosimilmente militari, iraniani, impegnati direttamente fin dalle prime fasi delle proteste, nella repressione diretta dei manifestanti. L'impegno diretto degli Stati Uniti potrebbe essere una causa che ha bloccato la volontà israeliana di attaccare Teheran. Washington, con l'impegno diretto sul campo, potrebbe avere dimostrato a Tel Aviv l'effettiva volontà di impedire all'Iran di avvicinarsi troppo, attraverso il territorio siriano a quello israeliano, peraltro uno dei motivi che preoccupano di più il governo di Netanyahu della possibile evoluzione della crisi siriana. Gli USA stanno probabilmente agendo con l'appoggio delle potenze arabe sunnite, Arabia Saudita e Qatar, prime fra tutte, tradizionali alleati degli americani, impegnato sin dall'inizio del conflitto, sicuramente nella fornitura di armi alle forze in lotta contro il regime. Anche per questi paesi la conquista della nazione siriana, attraverso un governo amico, è diventato un obbligo in chiave anti iraniana, ma anche in ottica anti scita. Le minacce di Teheran, più o meno velate, alle potenze di matrice sunnita, tra cui quella di chiudere lo stretto di Hormuz, strangolando l'economia petrolifera, di questi paesi, hanno determinato l'evoluzione di un sentimento anti iraniano, già abbondantemente presente. Anche perchè Teheran a cercato più volte di sobillare le varie minoranze sciite presenti. Per gli USA diventa quindi centrale la caduta del governo di Assad, che significa stringere l'Iran nell'angolo e rovesciare i rapporti di forza nel paese siriano, che poteva costituire la piattaforma per i missili degli ayatollah. A questo punto occorre valutare la reazione che la Russia vorrà opporre ad una situazione, che peraltro sarà stata ben conosciuta al Cremlino. Tuttavia la situazione pare ormai irreversibile, è opinione crescente che la caduta di Assad sia ormai un dato di fatto, il problema, semmai, è sulla tempistica di questa sconfitta, che se non avverrà a breve rischia di lasciare il paese nel disastro più assoluto. Sul futuro è poi difficile ipotizzare uno scenario certo, anche se l'impegno americano sul campo, presuppone l'instaurazione di un governo democraticamente eletto vicino, se non proprio a Washington, almeno ai suoi alleati sunniti. Si verrebbe così a concretizzarsi l'effettivo controllo di un territorio ritenuto strategico per evitare il conflitto tra Israele ed Iran, che preoccupa tutti i governi della regione, attraverso un costante controllo sullo stato iraniano, esplicato anche con una pressione militare direttamente alla frontiera con Teheran.

mercoledì 1 agosto 2012

Problemi di politica estera ed interna per Israele

Con il processo di pace con l'Autorità Palestinese praticamente fermo, Israele, oltre ai gravi problemi di politica estera, attraversa un pessimo periodo anche nella politica interna. Ma le due cose sono connesse, infatti mentre gran parte delle cancellerie mondiali condanna l'espansione degli insediamenti in Cisgiordania, il capitolo di spesa nel bilancio statale relativo a questa vera e propria annessione territoriale è salito del 38%, in palese violazione della condizione necessaria, posta dai palestinesi per sedersi al tavolo della pace. Alla fine la mossa araba non è stata producente, grazie all'immobilismo internazionale, che non è andato oltre le dichiarazioni di facciata e ciò ha permesso al governo di Netanyahu di agire nella totale impunità, portando avanti senza intoppi il suo programma di espansione territoriale. I dati dell'Ufficio Centrale di Statistica israeliano parlano chiaro, dal suo arrivo al governo, nel 2009, l'attuale primo ministro ha continuato ad incrementare la spesa pubblica per gli insediamenti, rivelando una vera e propria strategia pianificata a tavolino, per sottrarre il legittimo terreno dei palestinesi. L'impiego dei pesanti finanziamenti, 172 milioni di euro nel 2010 e 224 milioni nel 2011, è stato indirizzato nella costruzione di infrastrutture, spesso a danno dei palestinesi, ai quali viene sottratta anche l'acqua, trasporti ed istruzione e non comprende le spese militari coperte dal segreto di stato. Le tanto proclamate demolizioni, invece, hanno riguardato soltanto 8.000 coloni presenti nella striscia di Gaza, probabilmente perchè più difficili da proteggere. Le organizzazioni dei coloni, come Yesha, che rappresenta i coloni insediati nella West Bank, contestano i dati di spesa presentati in maniera complessiva, perchè, facendo un calcolo pro capite gli investimenti sarebbero addirittura diminuiti. Ma, oltre a non considerare l'evidente illegittimità dell'occupazione di territorio altrui, l'organizzazione esegue il calcolo su circa 350.000 coloni presenti in Cisgiordania, mentre non vengono conteggiati nel calcolo i 250.000 presenti a Gerusalemme Est, anch'essi presenti in maniera abusiva su porzioni di territorio non appartenenti allo stao israeliano. La cifra della popolazione degli insediamenti sta crescendo costantemente dal 1967, dato che evidenzia come Netanyahu non sia che solamente l'ultimo responsabile di una volontà nazionale preordinata ed in definitiva condivisa dalla gran parte dell'opinione pubblica del paese. Tuttavia la pubblicità ed il rilievo fornito a questi dati, dopo il programma di tagli e l'aumento dell'IVA elaborato dal governo, hanno scatenato un'ondata di proteste sociali paragonabile per intensità a quelle della scorsa estate. Il malcontento che sta montando nella società israeliana, che patisce la crisi economica come il resto del mondo, è rivolto sopratutto contro lo squilibrio di spesa che il governo destina alle spese militari e per i territori, che vengono percepiti come capitoli di bilancio che godono di una maggiore attenzione rispetto allo stato sociale ed al sostegno alle attività produttive. Il rischio per il paese è di andare incontro ad una spaccatura sempre più netta nella società israeliana,divisa tra laici e religiosi, fautori della pace con i palestinesi e teorici dell'espansionismo integrale; in un momento nel quale, invece, l'unità dello stato e del popolo è particolarmente necessaria per affrontare i difficili tempi futuri, sui quali incombe sempre la minaccia dell'evoluzione della questione iraniana.

martedì 31 luglio 2012

Il Venezuela entra nel Mercosur

L'ingresso del Venezuela nel Mercato comune del Sud America rappresenta una novità molto rilevante non solo dal punto di vista economico, ma sopratutto politico. L'attuale stato di salute dell'organizzazione latino americana, fondata per favorire il libero scambio e promuovere una politica tariffaria comune nei paesi aderenti, non sta attraversando un buon periodo a causa dei contrasti nati tra Argentina e Brasile, per le restrizioni protezionistiche inserite per salvaguardare il proprio mercato interno dalla presidente Kirchner, che danneggiano principalmente Brasilia. In effetti dalla sua fondazione, il Mercato comune del Sud America, avvenuta nel 1991, non ha compiuto sostanziali progressi, se non una timida apertura dei confini per le tariffe delle merci, ben lontano, quindi, dal principale scopo fondativo che era la creazione effettiva di un mercato comune tra i paesi aderenti. Una delle principali ragioni è stata individuata nella pesante differenza che contraddistingue la capacità produttiva dei paesi membri, fortemente squilibrata a favore del Brasile, capace di produrre il 77% del totale delle merci. Questa asimmetria ha favorito una cultura protezionistica delle nazioni aderenti, che non ha mai fatto decollare il progetto iniziale. Inoltre, la distanza politica tra i vari governi non ha mai permesso una comunione di intenti, anche solo di base, che potesse permettere all'organizzazione sovranazionale di spiccare il salto di qualità verso una unione più completa. L'arrivo del Venezuela guidato da Chavez, dovrebbe rappresentare una svolta, sopratutto politica per l'organizzazione, che probabilmente lavorerà per dare un maggior peso specifico nell'arena internazionale. Non è un mistero che proprio il Brasile, uno dei principali paesi emergenti, abbia più volte cercato di assumere una posizione più indipendente nel panorama internazionale, quasi di equidistanza dalle principali potenze USA e Cina. Pur avendo una capacità produttiva notevole e quindi una grande potenza economica, il Brasile non è mai riuscito a diventare il protagonista che intendeva essere, malgrado il brillante governo di Lula, capace di imprimere una svolta determinante al paese. Non appare quindi inverosimile che Dilma Rousseff, cerchi una via alternativa, che coinvolga e dia lustro all'Organizzazione che vuole rappresentare il Mercato comune del Sud America. Del resto accogliere il Venezuela, vuole dire sottoscrivere un programma già ampiamente delineato: Chavez ha espresso più volte la sua contrarietà alla politica statunitense ed è entrato in relazioni ufficiali con stati ritenuti molto pericolosi, come l'Iran. L'impressione è che, a rimorchio delle intenzioni brasiliane, un poco tutto il sud america, quindi anche la stessa Argentina, stia cercando una via autonoma, che permetta alla regione di assumere un ruolo indipendente e sopratutto sganciato dall'influenza di Washington. Ma questo significherà anche sapere limitare gli eccessi del presidente venezuelano, sempre a rischio di incidente diplomatico. La focalizzazione del punto di vista politico, rischia di sminuire quello economico, che, viceversa ha delle implicazioni altrettanto notevoli. Quello che si apre può essere un periodo di grande opportunità e sviluppo per tutta la regione, ricca di materie prime, ma povera ancora di conoscenza. Se però gli scopi del mercato comune dovessero affermarsi, sotto la spinta delle necessità politiche, quello che potrebbe formarsi sarebbe un gigante economico in grado di combattere a qualunque livello contro qualunque avversario. E' finora troppo presto per prevedere quali potranno essere gli sviluppi per una organizzazione che finora è stata praticamente in sonno, ma se l'impulso dell'ingresso del nuovo membro dovesse riuscire a smuovere la situazione, l'ingresso di un nuovo soggetto, molto importante, sulla scena internazionale sarebbe praticamente certo. Sicuramente sia gli USA, che la Cina, ed anche la UE, seguiranno attentamente gli sviluppi di una vicenda in grado di spostare gli equilibri attuali, sia economici che politici.

Obama chiede maggiore impegno ai governi europei

La rielezione di Obama potrebbe passare anche attraverso la ripresa europea. E' questo, infatti, il significato dell'esortazione ai leader dell'area euro da parte del Presidente degli Stati Uniti. Barack Obama ha espresso fiducia nella ripresa europea, ma, allo stesso tempo, ha chiesto ai governi del vecchio continente di adottare una azione decisiva per la risoluzione della crisi. La ripresa dell'economia statunitense è infatti legata all'andamento della crisi europea, che rimane il principale mercato, perchè comunque è anche il più ricco, per le merci USA. L'amministrazione di Washington ha sottolineato più volte come sia tanto il tempo investito con i governi europei per uscire anzitempo dalla crisi. La pressione che Obama mette sull'Europa è giustificata da personali necessità contingenti: il progressivo avvicinarsi delle elezioni impone un cambio di passo all'attività presidenziale volta a scongiurare quella che è la principale preoccupazione dell'elettorato americano. Infatti mai come nelle prossime elezioni l'argomento della crisi economica e delle possibilità di uscirne sarà centrale e determinante. Ancor più che la politica estera conteranno le ricette che i candidati sottoporranno agli elettori; ma se lo sfidante Romney ha già fatto ampia professione per un ritorno al più sfrenato liberalismo, come unico e risolutivo ingrediente, la posizione di Obama è più articolata. La volontà di introdurre una tassazione per i più ricchi, in modo da favorire una redistribuzione del reddito ed una maggiore collaborazione con l'Europa, per concordare strategie comuni, giunte alla volontà di una limitazione degli abusi della finanza, fanno del programma economico del presidente uscente una linea maggiormente in sintonia con la necessità di regolare, come è stato da più parti avvertito, il settore economico finanziario, per eliminare quelle contro indicazioni eccessivamente liberiste, che tanti danni hanno fatto. Semmai si può appuntare ad Obama una scarsa azione precedente e preventiva. E' pur vero che gran parte della sua legislatura è stata segnata da una coabitazione con un parlamento sfavorevole, che ne ha limitato l'azione in maniera sostanziale, tuttavia anche i soli interventi in sede non istituzionale, sono sempre stati troppo timidi nei confronti dell'azione della finanza. Se l'appello ai governanti europei è giusto e condivisibile nella sostanza, meno lo è se si considera da quale pulpito provenga. La responsabilità americana, cioè di parte del paese statunitense, nella creazione delle tante bolle che hanno influenzato l'economia mondiale in maniera totalmente negativa, imporrebbe anche una presa di responsabilità, che non si avverte, o non si avverte abbastanza, dal presidente americano uscente. E ciò è più grave se si pensa a quanto pareva delinearsi attraverso la sua elezione. Non soltano la maggioranza degli americani, ma anche degli europei, probabilmente, insieme alle richieste di assunzione di manovre efficaci, dirette ai governi europei, vorrebbe anche parole di rassicurazione sulla effettiva volontà di regolare la finanza una volta per tutte, come strumento attraverso il quale generare sviluppo e non mero mezzo fine a se stesso per generare immensi guadagni per pochi individui.

lunedì 30 luglio 2012

Il futuro delle medie potenze

Con la rapida evoluzione della politica internazionale, giunta alla crescente crisi economica, che determina una riduzione delle risorse, sopratutto verso il settore militare, vi sono un ampio numero di paesi, che rientrano nella definizione di media potenza, che devono interrogarsi sul loro ruolo nel teatro della relazioni internazionali. La difficoltà crescente di assicurare alle grandi potenze il necessario appoggio militare per operazioni su vasta scala, impone la ricerca di soluzioni alternative, che consentano comunque quella necessaria presenza per assolvere i propri compiti, nell'ambito delle politiche estere elaborate. La necessità di una presenza militare, ancorchè mitigata, resta un punto fisso nella strategia delle relazioni diplomatiche, per dovere inteso come contributo ad operazioni sia di pace che di anti terrorismo, dunque ricomprese in quadri più ampi della singola visione nazionale, elemento fondamentale della cooperazione tra gli stati. Tuttavia l'uso del mezzo di dissuasione militare rientra in un concetto tutt'altro che preventivo della gestione della situazione internazionale. Una riduzione delle operazioni militari non può che essere attuata con programmi che prevengano questa necessità. Si deve cioè investire maggiormente nella cooperazione internazionale con programmi mirati a consentire che lo sviluppo locale raggiunga un grado tale da soddisfare i bisogni primari in maniera completa. Non si tratta del solo problema alimentare, ma anche quello sanitario e scolastico, che non possono essere disgiunti per potere affrontare la sfida della crescita. In quest'ottica anche la formazione tecnica e specialistica, va vista come stadio ulteriore. Questa via, se intrapresa, potrebbe diventare appannaggio di quei paesi che si definiscono medie potenze, in una divisione di compiti con le grandi potenze a cui andrebbero i maggiori oneri militari. Questo ruolo non andrebbe visto, ne percepito come riduttivo, ma complementare a quello delle potenze maggiori. Del resto l'impegno richiesto e la capacità da mettere in campo richiedono comunque grossi sforzi e grande disponibilità sia economica che di conoscenze. Se la presenza militare ha garantito spesso anche un investimento per un ritorno di tipo commerciale, anche la cooperazione internazionale può ricomprendere aspetti che vadano aldilà della azione caritatevole. Intanto consentire una stanzialità ai popoli che sono spesso protagonisti di fenomeni migratori, significa bloccare sul nascere una problematica che investe una miriade di implicazioni, che vanno dal traffico umano, a quello di armi ed a quello della droga. E poi sulla base della cooperazione si può trovare intese per le aziende del paese impegnato per la costruzione delle necessarie infrastrutture. Un'altra via da seguire è l'impegno diplomatico come mediazione in quelle zone del mondo dove vi sono conflitti che non vedono soluzioni di uscita. Una efficace azione diplomatica che abbia come centro la ricerca di soluzioni alternative al confronto militare, rappresenta una efficace chiave di accesso a posizioni importanti nel teatro internazionale. Queste soluzioni non sono rivoluzionarie, perchè, in parte, già attuate, ma quella che dovrebbe cambiare è l'intensità dell'investimento sia politico che economico, per bilanciare il disimpegno militare. Questo argomento potrà suscitare, se attuato, un dibattito anche forte: i sostenitori delle missioni militari sono molteplici perchè ricomprendono interessi diversi, il primo tra i quali è quello squisitamente economico. Se si abbraccia una riorganizzazione delle forze armate più orientata ad essere difensiva del territorio nazionale e, quindi non più capace di affrontare teatri di guerra lontani, si riduce drasticamente l'investimento in mezzi e materiali, provocando proteste, magari mascherate da falso nazionalismo. In realtà un disimpegno totale delle forze armate delle medie potenze è impossibile, ma una razionalizzazione dell'impiego è auspicabile, attraverso il privilegio della specializzazione spinta e dell'uso sempre più massiccio dell'intelligence. Si possono poi immaginare alleanze alternative, ma non contrarie, alle grandi organizzazioni internazionali, per favorire progetti di comune interesse, anche tra nazioni solitamente lontane, in modo da creare polarità sempre nuove nel panorama internazionale. Il fine delle medie potenze deve essere quello di non perdere importanza sullo scacchiere internazionale, ma mantenere ed anche aumentare il loro peso, attraverso modalità alternative all'uso del mezzo militare, anche in un'ottica di diventare paesi portatori di pace.