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sabato 21 maggio 2011

Obama spinge Israele ai confini ante 1967

La strategia di Obama nel medioriente aggiunge un altro tassello al puzzle, che il presidente americano sta costruendo. Israele non è più visto come elemento singolo della politica estera USA, ma diventa una parte di un quadro più grande e complesso. Obama, infatti lo ha inserito come elemento particolare e, forse più importante, nel grande insieme che va dalla Tunisia, fino alla Siria. Si capisce, che, per la qualità dei rapporti privilegiati tra i due paesi, Israele, sia tenuto in grande considerazione; ma il potere di Washington su Tel Aviv fa risaltare in maniera ancora più pesante le parole del presidente USA. La direzione indicata da Obama non può che dispiacere la parte al governo in Israele ed in generale l'opinione pubblica conservatrice dei due paesi, ritornare ai confini del 1967, significa rinunciare a pezzi considerevoli di territorio dove, nel frattempo si sono insediati numerosi agglomerati israeliani; la richiesta è pesante ma indica la determinazione USA di rompere con i passati indirizzi. Nelle intenzioni di Obama, come guida della nazione più importante del mondo, obiettivo continuamente ricercato da Washington, non c'è più posto per i due pesi e le due misure, in sostanza non si può chiedere agli arabi di rinuciare su tutto, ed anzi, proprio perchè si vuole dare un'immagine di equilibrio e di giustizia, che certifichi il ruolo di supremazia americano, occorre dare dimostrazione di esercitare, in maniera più che corretta il ruolo di pacificatore, che consenta agli USA l'accredito più volte ricercato nei paesi arabi. Non vi è dubbio che la questione palestinese sia centrale nella questione araba; Obama vuole fare uscire gli USA dallo stereotipo del nemico della nazione araba, la cruciale mediazione nella crisi egiziana e l'impegno della guerra in Libia sono li a provarlo, ma il passo decisivo è la soluzione della questione palestinese, solo quello può fare definitivamente cadere i dubbi verso Washington ed aprire agli USA la via di nuovi accordi con i paesi arabi. In questo quadro Israele non va visto come vittima sacrificale ma oggetto di un duplice investimento che, attraverso la costruzone della nazione palestinese, permetta allo stato ebraico di guadagnare la via della pace, in un momento difficile per la stabilità regionale, ed agli USA consenta di guadagnare quei consensi nei paesi arabi che da tanto tempo va cerando. Uno stato palestinese può permettere di tagliare la strada a tutti quei movimenti, dietro cui stanno l'estremismo islamico ed in ultima analisi l'Iran, che spingono per una pericolosa destabilizzazione dell'area, gli USA lo hanno capito, Israele forse, ancora no.

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