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mercoledì 14 novembre 2012

Israele minaccia gli accordi di Oslo

L'avvicinamento alla data delle elezioni israeliane rappresenta una occasione, per la parte attualmente al potere, di aumentare le tensioni con i palestinesi, scegliendo la via ritenuta più redditizia, in termini di raccolta di voti presso un corpo elettorale in preda al panico da accerchiamento. Pur non sembrando opportuna, relativamente all'attuale scenario internazionale, la tempistica della scelta di scagliarsi, alzando i toni, contro l'Autorità Nazionale Palestinese, rappresenta la via scelta dal governo in carica a Tel Aviv, già completamente calato nella competizione elettorale. Ad Abu Mazen viene contestata l'intenzione di ottenere il riconoscimento della Palestina, come paese osservatore, presso l'ONU. Ciò non rappresenta una novità, Israele non ha mai digerito l'appoggio a grande maggioranza che l'assemblea delle Nazioni Unite assicurerebbe alla richiesta dell'ANP, che rappresenta uno smacco a livello internazionale per la politica israeliana circa la questione palestinese. La messa in una luce pessima del governo di Israele sul piano mondiale, potrebbe ritorcersi conto al momento del voto, per evitare tale contraccolpo negativo, Tel Aviv arriva a mettere in discussione gli accordi di Oslo del 1993. La motivazione con cui gli accordi vengono minacciati è oltremodo pretestuosa e pone chiaramente Israele in una posizione tale da potere essere considerato protagonista di una azione deliberata per arrivare ad un punto di rottura, forse non sanabile, con i palestinesi. Il ministro degli esteri Liebermann parla apertamente di una violazione degli accordi con la presentazione all'ONU della richiesta di riconoscimento ed arriva a dire che Abu Mazen non è un interlocutore affidabile per il semplice fatto di non rappresentare sia la Cisgiordania che Gaza, cioè l'interezza dei palestinesi, dato che i due territori sarebbero, di fatto, due entità scollegate. Le ragioni addotte dal ministro degli esteri israeliano sono però chiaramente pretestuose, intanto perchè non godono del principio della reciprocità, in quanto non contemplano le continue violazioni di Israele, che con la politica degli insediamenti abusivi in Cisgiordania ha più volte violato i patti esistenti, poi perchè Abu Mazen è stato riconosciuto anche da Hamas, fino a nuove elezioni, come presidente palestinese. Anche Netanyahu e da sempre su queste posizioni, perchè incolpa ai palestinesi la mancata ripresa delle trattative, preferite alla tattica del riconoscimento all'ONU. Anche su questa posizione vi è un chiaro vizio sostanziale, dato che il rifiuto delle trattative da parte di Abu Mazen è dovuto alla politica sempre più spinta della pratica degli insediamenti nelle zone palestinesi. Il comportamento dei coloni israeliani, incoraggiato dal governo in carica, ha messo a dura prova la pace nel territorio cisgiordano e l'azione pacifica di Mazen, concretizzatasi con la richiesta dello status di osservatore all'ONU, appare di gran lunga più responsabile delle soluzioni praticate da Tel Aviv. Tuttavia, pur muovendosi in un solco già tracciato, l'accelerazione impressa da Netanyahu alla questione è un chiaro segnale dato al proprio elettorato: la delegittimazione dell'ANP potrebbe consentire una nuova espansione in Cisgiordania; è un atteggiamento, che sul piano internazionale non potrà non creare forti imbarazzi, specialmente al rieletto presidente USA, da sempre fautore della soluzione dei due stati, ma che permetterà al primo ministro israeliano di avere sicuramente dalla propria parte anche i settori più integralisti della destra. Ciò è ritenuto fondamentale per avere quella maggioranza, che tra i suoi fini potrà avere anche la facoltà di colpire l'Iran per non consentire al paese sciita il possesso dell'arma nucleare.

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