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giovedì 11 aprile 2013

Il piano del fondamentalismo islamico è quello di unire i paesi della primavera araba

Abu Bakr Al Baghdadi, già capo di Al Qaeda in Iraq, è il personaggio che ha annunciato la fusione del gruppo Al Nusra, combattente in Siria, proprio con Al Qaeda, proclamando che il compito della formazione operante nel territorio siriano è quello di unire il paese allo Stato islamico dell'Iraq. Ovviamente, per ora, si tratta di un progetto sul lungo periodo: la situazione siriana è ancora lontana dalla soluzione ed in Iraq, pur tra mille difficoltà, l'organizzazione statale subentrata a Saddam Hussein riesce con molta fatica a sopravvivere. Tuttavia i segnali di una strada tracciata verso la diffusione di stati di matrice musulmana, rivela come ciò sia diventato il progetto preminente delle parti più estremiste del mondo arabo. Al Baghdadi ha avvertito il popolo siriano che la sostituzione di una dittatura con una ingiusta democrazia sia una soluzione ugualmente negativa. Le parole di questo leader terrorista sono condivise da un numero sempre più crescente di persone appartenenti al popolo arabo: il concetto di democrazia viene identificato come valore esclusivamente occidentale e sopratutto contrario alla legge islamica, non compatibile, cioè, al modo di vita dei paesi arabi. La stretta osservanza religiosa, favorita inconsapevolmente dalle dittature come rifugio alternativo alle durezze imposte dai regimi, ha favorito l'esigenza della liberazione dai tiranni, ma non la necessità di un sistema politico laico fondato sull'importanza dei diritti universali, capace di sviluppare una attitudine alla creazione di forme di stato democratico. Anche dove si arrivati alla liberazione dalle dittature, con le forze di opposizione abbastanza unite, le votazioni democratiche hanno indirizzato i paesi verso governi di matrice confessionale, che hanno poi rovesciato gli impianti democratici faticosamente costruiti. Non è un caso se Al Baghdadi abbia esplicitamente indicato Tunisia, Egitto e Libia, come popoli arabi dove l'istituzione democratica sia stata superata, al pari della dittatura, da una visione nella quale la legge islamica sia diventata centrale. Agli occhi, non solo di un occidentale, ma anche di un arabo laico, questo passaggio rappresenta, invece, soltanto il mero passaggio da un regime di tipo politico ad uno tipo religioso, vanificando ed umiliando le intense lotte dei popoli che hanno combattuto per una società più equa. Ma forse questa analisi è fatta prendendo come determinanti soltanto alcuni valori, rispetto ad altri, eppure nella legge islamica che viene applicata nei paesi arabi che vengono dalle rivoluzioni, non vi è la tutela delle minoranze, la figura femminile è messa in secondo piano e gli esponenti religiosi godono di un potere che nessuno gli ha affidato. Questi dati sembrano così palesi eppure contengono l'errore che hanno fatto tutte le cancellerie occidentali quando si sono schierate, giustamente, contro i regimi arabi: quello di avere sottovalutato l'impatto della religione all'interno dei popoli che si sono sollevati. Ayman al-Zawahiri, l'attuale leader di Al Qaeda, ha esortato tutti i paesi della primavera araba ad unirsi formando uno stato islamico jihadista, sostenendo che se gli sforzi ed i sacrifici fatti dovessero portare a democrazie, ciò costituirebbe uno scippo dell'occidente delle guerre sante per ottenere la liberazione dai tiranni. Si tratta di un ragionamento estremo, che però fino ad ora non era mai stato fatto per mancanza di terreno fertile, ora, al contrario, l'ondata crescente di proselitismo, cui, purtroppo occorre riconoscerlo, i regimi ostacolavano efficacemente, permette ampiamente. Anche senza arrivare all'estremo eccesso predicato dal capo di Al Qaeda, la diffusione della vigenza della legge coranica come regolatrice dela vita statale, pone seri ostacoli ai rapporti con i paesi occidentali; questi hanno assunto un atteggiamento morbido verso le teocrazie nella speranza di stemperare i toni per arrivare ad una convivenza sostenibile, tuttavia si sono presentati già numerosi casi di contrasto che non fanno ben sperare per il futuro. Non può non sembrare palese che una visione anche solo lontanamente vicina, come già accade, a quella del leader di Al Qaeda può portare, ad una gamma di situazioni che vanno dal reciproco isolamento fino alla guerra nord contro sud del mondo, attraverso i contrasti religiosi. Sul lungo periodo pare però impossibile che nei paesi arabi non si possa attenuare questa esplosione di fanatismo religioso, se non altro per ragioni economiche. I governi islamici non hanno messo al centro della loro azione la diffusione del benessere e la lotta alla povertà, che sono stati gli elementi determinanti per scatenare le rivolte. I governanti confessionali, presi dall'affermazione della religione nella società, elemento che al momento costituisce la parte centrale dei loro programmi politici, hanno pericolosamente tralasciato l'aspetto economico e quello del lavoro, in società che sfiorano la povertà e che per questo rappresentano autentiche polveriere. In alcuni casi rivolte per questi motivi sono già scoppiate e sono state soffocate come facevano i regimi, ma appena il malcontento, per ora offuscato dalla religione, affiorerà in maniera massiccia gli sviluppi andranno in un'altra direzione. Difficile predire quale.

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