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lunedì 22 aprile 2013

L'Italia rielegge lo stesso presidente della repubblica

Con la rielezione alla massima carica dello stato di Giorgio Napolitano, fatto inedito nella storia della repubblica italiana, sono emersi in maniera drammatica tutti i problemi del paese. Il quadro presente, oltre che di un paese profondamente diviso, cosa risaputa, fornisce in modo chiaro e limpido la pochezza di una classe politica, arroccata nel mantenimento delle proprie posizioni di potere, contrastata, in modo poco convincente, da un movimento privo della necessaria competenza tecnica, che si è isolato da solo ed ha fatto della nagazione completa la propria strategia. Già il precedente costituito dal governo tecnico, ha rappresentato una anomalia pesante all'interno dell'ordinamento dello stato, poi, con il suo operato, ha confermato la stretta dipendenza con quella parte di Europa favorevole al solo rigore, producendo un peggioramento sensibile delle condizioni del popolo italiano. Il risultato elettorale, che ha messo in parità tre forze poltiche, bocciando in modo netto il presidente del consiglio uscente, Mario Monti a causa della sua politica dissennata, ha complicato ulteriormente le cose. Il Partito Democratico, dato per vincitore, è effettivamente arrivato primo, seppure con uno scarto di voti minimo, ma non ha vinto a causa di una legge elettorale sconclusionata, che, però nessuno si è premurato di cambiare. Ciò ha portato allo stallo politico con la materiale impossibilità di creare un governo per un paese in crisi economica, con le famiglie allo stremo e le imprese costrette a chiudere. Il problema del lavoro è la vera emergenza nazionale, ma i partiti nella loro campagna elettorale, ed anche dopo, hanno toccato il tema marginalmente, preferendo continuare sulla linea del rapporto conflittuale e zeppo di sgarbi reciproci. La clamorosa rimonta di Berlusconi, che non ha impedito una pesante emorragia di voti, è stata dovuta, in gran parte, alle promesse di restituzione di tasse messe dal governo Monti, ma chi lo ha votato non ha ricordato che proprio i suoi governi, contrariamente a quanto sempre enunciato, sono quelli che più hanno innalzato la pressione fiscale, in special modo sui ceti medi dipendenti e pensionati. Bersani, appagato dal successo delle primarie interne del suo partito, che sono state tenute a Novembre 2012, ha condotto una campagna elettorale senza focalizzare i problemi del paese, che gli ha alienato i consensi attribuiti. Così, oltre alla crescita dell'astensionismo, il fenomeno emergente è stato un partito, il movimento cinque stelle, che si dice contro il sistema, ma nella sua azione politica pratica soltanto il rifiuto di ogni proposta o collaborazione in nome di un populismo contro la casta politica. Nonostante la necessità e l'urgenza di dare al paese un esecutivo che governasse la crisi economica, richiesto da più parti, le trattative si sono arenate in un gioco di veti incrociati che ha portato la presidenza della repubblica, in scadenza di mandato, ad elaborare un curioso espediente, non previsto dalla carta costituzionale, consistito nel dare mandato a dieci saggi, di trovare i temi più rilevanti sui quali un ipotetico governo dovesse intervenire. A parte che le emergenze del paese erano e sono ben note, questo provvedimento serviva a Napolitano ad arrivare a fine mandato, cercando di dare l'impressione di cercare una soluzione alle profonde divisioni della politica italiana, ma in realtà costituiva solo un maldestro tentativo di guadagnare tempo per arrivare alla elezione del suo successore. Qui è accaduto l'inimmaginabile, le parti politiche non sono state capaci di trovare una sintesi e dopo vari tentativi si sono ridotte a supplicare il presidente uscente alla riconferma. Chi è uscito peggio dalla vicenda è stato il Partito Democratico, profondamente diviso e con l'intero gruppo dirigente costretto alle dimissioni dalla propria inconcludenza, il che non può non indurre in riflessioni circa la propria ipotetica capacità ad esercitare una azione di governo. Il partito di Berlusconi, responsabile del disastro economico, ha dato prova, ancorchè interessata, di responsabilità politica, conducendo un abile gioco per non essere estromesso dalla stanza dei bottoni. Non che si tratti di un partito coeso, soltanto la presenza di Berlusconi assicura al Popolo della Libertà, una sopravvivenza posticcia destinata a deflagrare quando il suo fondatore non si calerà più nell'agone politico. L'Italia ha espresso così un capo dello stato di ottantasette anni, che, verosimilmente, non concluderà il suo settennato e che si presta all'ennesima soluzione posticcia. Quello che verrà espresso sarà un governo di vecchi politici, coadiuvati da tecnici di fiducia dei soliti ambienti della finanza, che non potrà presentare quelle soluzioni radicali che la nazione richiede. Resta l'atteggiamento del Movimento cinque stelle, scottati dal loro stesso isolamento, il partito sembra ora in balia degli eventi, in attesa di quello che succederà. Il candidato che avevano proposto poteva rappresentare una novità in un senso maggiormente slegato dalle vecchie logiche, ma i modi della proposta non sono stati accolti favorevolmente da chi poteva accoglierli, il Partito Democratico, scottato dai ripetuti rifiuti e dalla paura di un presidente di rottura con i vecchi metodi. In questo senso l'elezione di Napolitano rappresenta per Grillo, il leader del movimento cinque stelle, la prima vera sconfitta.

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