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martedì 16 aprile 2013
USA: cosa può esserci dietro l'attentato di Boston
Dopo gli attentati di Boston, il Presidente americano Obama ha fatto attendere la nazione, ansiosa di sentire il suo intervento, per essere rassicurata ed avere notizie ufficiali sull'accaduto. Il ritardo con il quale Obama si è presentato alla nazione è stato dettato di parlare al paese con qualche elemento di certezza, che però non è arrivato. Al momento, sia gli autori e le motivazioni degli attentati restano sconosciuti. Il presidente americano ha solo potuto assicurare che la risposta delle autorità sarà sicura e, dopo quanto accaduto a Bin Laden, la promessa sarà sicuramente mantenuta. Ma ora quello che preme al paese è di non ripiombare nell'insicurezza seguita dopo l'undici settembre. Le prime impressioni farebbero scartare l'ipotesi di terrorismo islamico, sia per il tipo di ordigno utilizzato, che per le modalità dell'attentato, proprio questi elementi fornirebbero agli inquirenti l'indirizzo di una pista interna, che riguarda un ampio ventaglio di possibilità: le flange estreme dei movimenti razzisti, coloro che non riconoscono l'organizzazione federale dello stato ed anche le associazioni più intransigenti a favore delle armi. Ma a prescindere da chi sono gli effettivi colpevoli, emerge il dato che la nazione americana è stata di nuovo colpita in maniera clamorosa e spettacolare, per aumentare la risonanza dell'evento. Esiste, inoltre, un evidente problema di abbassamento della guardia, maturato, forse, nella convinzione di avere estirpato il nemico esterno, perlomeno all'interno dei propri confini, ed avere messo sotto controllo quello interno. Il caso di Boston evidenzia, invece, come tutte le cautele attuali non siano sufficienti alla tutela della sicurezza generale e ciò fa ripiombare gli USA nella incertezza più completa. Potrebbe essere questo il primo obiettivo di chi ha compiuto l'atto terroristico, fare rientrare in circolo, in una nazione che sta iniziando a riprendersi dalla pesante crisi economica, la paura e l'incertezza, Ciò potrebbe servire anche ad inasprire la strategia della politica estera, che con il secondo mandato del presidente in carica, ha intrapreso forme più propense al dialogo, anche con i nemici più riottosi. Ma potrebbe, al contrario, aprire un fronte interno ancora più difficile da governare, rispetto a tutti i processi internazionali che vedono gli USA al centro come protagonisti o comunque interlocutori importanti. Se la pista interna venisse confermata si riaprirebbero scenari che parevano sotto controllo da tempo e che potrebbero cercare di minare la stessa compattezza dello stato. La rielezione di Obama, particolarmente inviso in alcuni stati, ha mantenuto un livello di profonda insoddisfazione in uno strato di elettorato sfuggito al controllo del Partito Repubblicano, verso il quale il movimento del Tea party, rappresentava un primo segnale, probabilmente non colto completamente. La federazione americana degli Stati Uniti è sempre stata percorsa da sentimenti profondi di ribellione contro il governo di Washington, che già in alcune occasioni nel corso del tempo si sono prodotti in atti violenti. La crisi economica e l'attenuazione della percezione del nemico esterno, che aveva mantenuto entro certi binari questi rigurgiti, potrebbero avere favorito l'atto estremo di Boston. Si tratta soltanto di una lettura possbile, che può essere smentita in qualsiasi momento, ma che gli Stati Uniti dovrebbero valutare attentamente.
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