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giovedì 17 ottobre 2013

I motivi di chi non vuole più il dollaro come moneta di riferimento

Ora che l’accordo che ha scongiurato il default USA è stato raggiunto, resta, sul piano internazionale, oltre alla grande paura di ciò che poteva essere, anche la posizione cinese, che ha sottolineato più volte nei giorni scorsi, come la moneta americana non sia più affidabile come divisa mondiale e vada sostituita. Nella foga di seguire la vicenda americana, fortunatamente finita in maniera positiva, gli analisti internazionali non hanno dato il giusto rilievo alle affermazioni cinesi, che confermano le intenzioni di Pechino di incrinare la supremazia economica mondiale, seppure traballante, ancora appannaggio di Washington. Da un punto di vista meramente economico le ragioni della Cina per proporre una moneta alternativa per il mercato globale non sono infondate, il rischio che l’economia mondiale ha corso in questi giorni, tra l’altro pagando pesantemente in termini di abbassamento del valore dei mercati finanziari, poi in parte recuperato, è stato molto elevato, con conseguenze che avrebbero potuto mettere in ginocchio tutto il sistema mondiale. La connessione con la sempre maggiore instabilità politica, data dal crescente peso politico del Tea Party, americana con l’economia, rappresenta un fatto relativamente nuovo nella storia statunitense, ma che da ora occorre tenere ben presente. Infatti non è da escludere nel futuro, una possibile ripetizione di quanto accaduto fino a ieri, ma con esiti differenti. Tuttavia trovare una alternativa alla moneta Usa è, in questo momento, impossibile. Se prima della crisi che stiamo attraversando l’euro poteva ambire al posto del dollaro, la fragilità dell’area della moneta unica europea lo pone in una condizione di rischio ancora più elevata della divisa americana e non vi sono altre monete, per ragioni differenti, che possono essere prese in considerazione. Fin qui l’analisi, se pur sommaria, di tipo tecnico, ma quello che deve essere rilevato è la base di partenza dell’analisi politica cinese. Se il sistema statunitense ha presentato un lato di elevata debolezza, resta, con tutti i suoi difetti, una democrazia, dove anche le ragioni strampalate dei Tea Party hanno diritto di cittadinanza. Certo in una situazione di controllo più ferreo come un regime illiberale, non c’è solo la Cina, il minor costo politico delle decisioni ha un riflesso certamente più sicuro sugli effetti economici, garantendo una stabilità che una democrazia non potrà mai assicurare. Consiste in questo il vizio di forma dell’analisi cinese, che comprende anche mire geopolitiche, ma che contesta principalmente gli influssi negativi della troppa libertà di un sistema politico sull’aspetto economico. Si tratta, del resto, del fondamento del sistema cinese, improntato ad un dirigismo politico, che si è adattato in modo camaleontico alla globalizzazione, anzi diventandone uno dei principali interpreti, in funzione del risultato economico. Se, quindi, in un certo senso , l’impostazione e la visione cinesi sono comprensibili, anche se certamente non condivisibili, relativamente al percorso storico del paese, lo è meno la crescente condivisione che questa ottica sta guadagnando in paesi di giovane democrazia, tra cui diversi dell’est europeo, appartenenti all’area dell’ex impero sovietico, o, addirittura, in organizzazioni finanziarie ed industriali, che percepiscono sempre di più la debolezza del sistema politico come un pericolo alla stabilità economica e quindi in certa misura sacrificabile, in ultima analisi, all’altare del mero guadagno. Va detto che i sistemi democratici hanno delle falle, che le situazioni estreme degli ultimi tempi stanno aprendo ulteriormente e che, quindi, devono contenere in se stessi gli strumenti per rigenerarsi ed ovviare a questi imprevisti; in caso contrario è compito degli organi legislativi dotarsi subito di tali apparati per assicurare la preservazione della democrazia, senza sacrificio alcuno alle ragioni economiche. Tuttavia la necessità dei mezzi finanziari, per il sostentamento stesso dello stato, può imporre situazioni di compromesso pericolose, che potrebbero generare pericolose intrusioni. L’opinione cinese è condivisa tacitamente da diversi uomini di finanza ed industria, che vedrebbero come una benedizione norme ancora più stringenti del dibattito democratico e di qui arrivare ad elaborare minori diritti e sicurezze per i lavoratori. Del resto la forza economica cinese si basa soltanto sull’elasticità a favore dei datori di lavoro nei rapporti con coloro che in quella realtà sono veri e propri subordinati. Il risultato non è una ricchezza maggiormente distribuita ed un benessere condiviso, ma soltanto la più elevata ineguaglianza, che, però alla fine, non può che portare il sistema al collasso. Tra l’altro è proprio questa, lo squilibrio sociale, una causa della crisi attuale. Quindi dietro la finta banalità del problema sulla moneta di riferimento, si agita un dibattito cruciale per lo sviluppo sociale del mondo intero.

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