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venerdì 18 ottobre 2013

Israele è sempre scettica verso i progressi del vertice di Ginevra

Mentre a Ginevra i progressi dei negoziati sul nucleare iraniano vengono giudicati in maniera positiva dal panorama internazionale, Israele, tramite il suo leader Netanyahu, alza tutta la sua voce per esprimere il massimo scetticismo sulle reali intenzioni di Teheran. Ancora prima di vedere quali saranno i risultati finali del vertice e, soprattutto, gli effetti pratici, Tel Aviv ricorre alla metafora nazista per paragonare lo stato iraniano, che avrebbe nei suoi fini gli stessi obiettivi del regime totalitario uscito sconfitto dalla seconda guerra mondiale: la distruzione degli ebrei. Il forte simbolismo, un livello certamente oltre il quale non è possibile spingersi oltre, messo in campo da Benjamin Netanyahu, rivela come il capo di stato israeliano abbia esaurito tutte le opzioni per fare presa sia sul panorama internazionale, che su quello interno, al di fuori di quella più ragionevole: la ricerca di un inserimento nelle trattative a livello diplomatico. Ma ciò imporrebbe un totale cambio di strategia da parte dell’esecutivo conservatore di Tel Aviv: arrivare a parlare con lo storico nemico, una situazione sulla quale, obiettivamente, vi sono dei dubbi sulle reali capacità di realizzazione da parte di Benjamin Netanyahu, che appare un personaggio sempre più richiuso su se stesso ed incapace di dare una svolta politica al suo paese, in grado di farlo uscire da un isolamento sempre più cupo, nel quale la nazione sembra sprofondata. Con i negoziati con i palestinesi fermi, malgrado le sollecitazioni americane, a causa della sempre più sbagliata politica di incremento degli insediamenti in aperta violazione dei trattati internazionali, con una situazione economica di piena crisi, che provoca proteste nella società israeliana, il capo del governo continua a mettere al centro dell’attenzione una questione, quella del nucleare iraniano, che pare avviarsi, seppure con tutte le cautele del caso, ad una soluzione. Non si capisce se quella di Netanyahu è una tattica per sviare l’attenzione dai problemi interni o se il fine è pressare gli USA, per ottenere qualcosa che non è stato concordato o, peggio, se rappresenta ormai una fissazione da politico a fine corsa. Israele non può obbligare l’Iran a rinunciare alla tecnologia nucleare se questa è prodotta per fini pacifici, in un quadro di programmazione economica che rientra nella sovranità del paese e la continua minaccia di attacchi preventivi, risulterebbe orami quasi patetica se non fosse che costituisce una turbativa evidente al processo di pace in corso. Tecnicamente è praticamente impossibile che Tel Aviv possa condurre una azione militare su Teheran senza l’appoggio logistico, militare e soprattutto politico degli Stati Uniti, che sono ormai ben lontani dal solo considerare questa opzione. Tuttavia Benjamin Netanyahu, continua a ripetere questa eventualità come un disco rotto senza considerare di intraprendere una azione diplomatica, che possa vederlo protagonista anziché soggetto fuori dal gioco. Se Israele non cambierà radicalmente la propria impostazione attuale, che tende ad isolarlo sempre più dal consesso internazionale, risolvendo i propri fantasmi, con una revisione della propria politica verso i palestinesi, che prenda la direzione del riconoscimento e dell’attuazione dello stato della Palestina e che sappia trovare una convivenza con l’Iran, sarà uno stato senza pacificazione, in perenne guerra soprattutto con se stesso. Ma questo governo non è sicuramente in grado di risolvere questi ostacoli.

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