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lunedì 28 ottobre 2013
L'Iran vuole partecipare al processo di pace in Siria
Uno degli effetti della riapertura dei negoziati per il nucleare iraniano per Teheran, è stato quello di uscire dall’isolamento internazionale nel quale era precipitata. Questo era senz’altro un obiettivo, anche se non dichiarato, di Rohani, il quale ha sempre messo in risalto la necessità economica del paese di ridurre le sanzioni a cui è stato sottoposto e che hanno messo l’Iran in grave difficoltà. Grazie a questo intendimento, che è diventato il programma politico che lo ha portato alla vittoria elettorale, Rohani ha spostato l’attenzione occidentale da quella che era una necessità altrettanto importante, per il paese che si ritiene la massima autorità degli sciti nel mondo. Mantenere questo aspetto, in un certo qual modo nascosto, ha rappresentato una strategia da attuare di pari passo con la disponibilità alla riapertura dei negoziati, che ha permesso effetti collaterali, uno dei quali è stato, appunto, uscire dall’isolamento e rimettere in gioco l’Iran anche sul piano diplomatico relativamente a problemi differenti dal solo caso del nucleare. Ecco così che Teheran potrà essere presente alla prossima conferenza sulla Siria, denominata Ginevra 2, il cui appuntamento è previsto per novembre. In realtà l’Iran non è ancora stato formalmente invitato, ma le probabilità che il vertice veda la sua partecipazione sono molto alte, per il ruolo di influenza sulla regione e come alleato del regime di Damasco, che Teheran può vantare. Le dichiarazioni dei membri dell’esecutivo iraniano sono improntate alla cautela e risultano completamente differenti dalle bellicose prese di posizione del predecessore di Rohani. L’Iran si dimostra interessato alla ricerca di una soluzione politica della grave situazione siriana, ma la sua presenza non può fare pensare anche alla tutela dei propri interessi geopolitici nell’area. Dietro la volontà di limitare l’estremismo, vi è infatti la necessità di arginare la crescente componente sunnita che caratterizza la parte più radicale degli avversari di Assad. Se l’Iran dovesse perdere la propria influenza sul paese siriano non potrebbe non preferire un governo di tipo democratico e laico, piuttosto che i temuti califfati sunniti finanziati dalle monarchie del Golfo, che costituirebbero un elemento di destabilizzazione della regione ed un sicuro nemico per Teheran. Quindi meglio un paese religiosamente neutrale al confine, anziché degli estremisti di matrice sunnita. Ma questo scenario rappresenta la soluzione di emergenza per l’Iran, che spera, con il proprio inserimento nella conferenza di pace di mantenere al potere in Siria, anche nei possibili nuovi assetti dello stato, parti consistenti del mondo scita. Per fare ciò è necessario mostrarsi collaborativi con tutte le parti in causa e sostenere il principio di coinvolgere anche esponenti dal regime di Assad, purché non implicati in crimini. Questa posizione è facilmente sostenibile perché la presupposta costituzione di un nuovo stato non può prescindere da una pacificazione nazionale e non può fare a meno, sul lato pratico dell’amministrazione pubblica, di funzionari già insediati in cariche funzionali, che conoscano il funzionamento della macchina amministrativa, per consentire di dare continuità all’azione statale, senza dovere aggiunge ulteriori motivi di interruzione, oltre quelli generati dal conflitto. D’altro canto le esigenze del mediatore internazionale Brahimi sono di coinvolgere il maggior numero di soggetti nella trattativa e la convinzione che le influenze esterne siano decisive per la soluzione pacifica del conflitto, favoriscono l’ingresso dell’Iran al tavolo della conferenza. I principali paesi fautori del negoziato di pace Russia ed USA, nono dovrebbero avere motivi per opporsi alla partecipazione iraniana; i primi sono alleati di Assad e condividono con Teheran interessi comuni sulla Siria, mentre Washington, forte dei nuovi sviluppi dei rapporti con l’Iran, non dovrebbe mettere veti per non pregiudicare il processo di stabilizzazione del nucleare iraniano. Più difficile interpretare la posizione che assumerà la Lega Araba, dove le opinioni degli stati sunniti nono dovrebbero essere troppo favorevoli ad una partecipazione dell’Iran, anche se un diniego potrebbe precludere futuri sviluppi positivi per tentare di normalizzare rapporti tradizionalmente molto tesi. Infine un paese che non parteciperà sicuramente alla conferenza di pace, ma che è fortemente interessato agli sviluppi dei futuri equilibri che potranno svilupparsi in Siria è Israele, il cui esecutivo continua ad avere forti perplessità sulle reali intenzioni iraniane e che guarda con apprensione alla modalità, caratterizzata da molta cautela, del ritorno da protagonista sulla scena internazionale di Teheran: un rientro molto under statement che mette ancora più in apprensione Tel Aviv.
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