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venerdì 25 ottobre 2013

Lo scandalo dello spionaggio USA può provocare un terremoto nella alleanza con l'Europa

Dunque dopo la constatazione dello spionaggio americano sulle comunicazioni di diversi capi di stato europei, nasce la consapevolezza, da parte dei paesi del vecchio continente di aprire una fase nuova nella collaborazione con gli Stati Uniti. Se lo shock è, probabilmente più ad uso e consumo degli organi dell’opinione pubblica, con i quali non si può ammettere di conoscere le modalità e le consuetudini dei servizi segreti, le dimensioni che ha assunto il fenomeno sono troppo rilevanti per mostrarsi accondiscendenti, anche perché da Washington non arrivano ammissioni pubbliche scuse e perché il materiale raccolto, ad appannaggio esclusivo di un solo stato, crea un vantaggio senza precedenti all’interno di una alleanza, venendo a configurare uno squilibrio notevole. Aldilà del fatto in se stesso, che rappresenta una palese violazione degli accordi di collaborazione sottoscritti in maniera formale, le conoscenze cui hanno avuto accesso gli Stati Uniti, rappresentano un oggettivo vantaggio, sia su sviluppi di politica interna ed internazionale pianificati dai singoli stati, sia su misure di politica economica e finanziaria, che all’interno della crisi corrente, possono permettere a Washington di anticipare mosse strategiche, rendendole inefficaci. Se questi casi possono essersi verificati, anche volendo trovare parziali giustificazioni all’operato USA, non si comprende come possano rientrare in misure di prevenzione a favore della sicurezza statunitense, ambito entro il quale l’amministrazione americana ha sempre affermato di muoversi. Nonostante l’impossibilità di sganciarsi da una alleanza con gli Stati Uniti, volontà condivisa da tutti gli stati europei, la condanna unanime alle pratiche spionistiche statunitensi, segna un punto fermo e di novità nei rapporti atlantici. Le conseguenze non saranno irrilevanti, a prescindere dalle iniziative pratiche che vorranno essere adottate; infatti non potrà non verificarsi un cambio di atteggiamento determinato proprio dalla minor fiducia indotta dai comportamenti statunitensi, che si concretizzerà in una diminuzione fisiologica della collaborazione. Se da un lato, questo fatto potrà accelerare una più stretta cooperazione tra i servizi segreti europei, condizione obbligatoria per una integrazione di questo settore, fondamentale per sviluppare la difesa comune, dall’altro lato non potrà non verificarsi un allentamento della collaborazione con i servizi americani, con l’ovvia conseguenza di indebolire una struttura cardine del mondo occidentale come la NATO. Il lavoro di intelligence è diventato preponderante, soprattutto dopo l’undici settembre, che ne ha provocato l’incremento a livelli mai raggiunti prima. Ma con questo nuovo scenario chi sarà disposto alla piena collaborazione e condivisione delle informazioni con gli Stati Uniti? Se questo dovesse verificarsi in maniera incontrovertibile, per l’Alleanza Atlantica potrebbe essere l’inizio della fine. Certamente questa può essere l’occasione per un ripensamento delle funzioni della NATO, soprattutto per evitarne il declino. Se gli USA intendono mantenere la NATO nella sua funzione di alleanza militare, anche con i nuovi compiti di lotta contro il terrorismo, devono cambiare da subito atteggiamento altrimenti, e non per ritorsione ma per usura, questa esperienza rischia di finire. La prima conseguenza pratica è comunque la negoziazione di un accordo franco-tedesco sulla collaborazione dei rispettivi servizi segreti a cui potranno partecipare gli altri paesi europei che lo vorranno. Si tratta, evidentemente, di studiare una struttura su base europea, che dovrà lasciare fuori gli Stati Uniti, e che, presumibilmente, avrà proprio fra i suoi compiti quello di rendere la vita difficile alle azioni di spionaggio di Washington, con un ruolo di prevenzione, monitoraggio e contrasto ad eventuali comportamenti lesivi della segretezza dei paesi aderenti. Come si vede il futuro delle relazioni tra Europa ed USA è già cominciato.

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