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Politica Internazionale
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martedì 12 novembre 2013
I programmi e gli obiettivi di Obama in politica estera
La vicenda presidenziale di Barack Obama dimostra come le intenzioni, anche quando diventano programmi elettorali, possano essere stravolte da fattori emergenti, che ne distorcono le migliori finalità. In politica estera il Presidente degli USA, voleva segnare una distanza dall’operato del suo predecessore, porre Washington non più inquadrata come capitale dell’imperialismo americano, ma come protagonista di una nuova era segnata dalla pace e dalla collaborazione dei popoli. Questo obiettivo, dove pure sono stati segnati anche alcuni successi, pare lontano dall’essere realizzato. Gli strascichi della politica di Bush figlio, non potevano essere interrotti di colpo ed i rapporti con l’estremismo islamico si sono acuiti, malgrado tutti gli sforzi fatti dalla diplomazia americana. Resta vero che i progressi con l’Iran aprono nuovi scenari nei rapporti con gli sciti, ma nel frattempo i veri integralisti sono diventati i sunniti, dove Al Qaeda ed i movimenti più radicali hanno trovato maggiori possibilità di attecchimento. Questo di è evidenziato molto nella difficile situazione siriana, dove la possibilità di eliminare un ostacolo alla stabilità del medio oriente si è scontrata con l’inaffidabilità di gran parte dei rivoltosi, che si riconosco nell’Islam più radicale. Situazioni simili si sono verificate nei paesi delle primavere arabe, alle prese con gruppi usciti vincitori dalle elezioni, intenzionati ad applicare la sharia come legge fondamentale nei rispettivi paesi. Lo scontro di Obama con la così detta “realpolitik” è stato traumatico: l’elasticità del presidente americano è stata messa a dura prova, anche nei rapporti interni, dove i repubblicani, specialmente quelli appartenenti al Tea Party, sono collocati su posizioni estremamente opposte, che vedono la supremazia americana nel mondo, come valore fondante della politica estera a stelle e strisce. Ma la globalizzazione ha giocato un ruolo di alleato per Obama, che si è trovato ad affrontare un panorama internazionale completamente mutato, dove le potenze emergenti, richiedono un trattamento alla pari, che facilita la visione di Obama. Tuttavia questo non significa che Washington debba diventare subalterna, ma che deve riaffermare la propria supremazia in maniera differente. Questo è l’aspetto che più ha messo in difficoltà Obama e dove la sua leadership è stata messa a più dura prova. Affrontare le crisi internazionali con le armi può essere spesso sinonimo di debolezza, ma per alcuni casi Obama è stato costretto ad usare metodi che non condivideva, anche per innalzare la propria popolarità nei momenti difficili, tuttavia, l’atteggiamento dominante è stato quello di usare la diplomazia, anche nella versione più dura, come il ripetuto ricorso alle sanzioni, che sono state capaci di portare risultati completi. Ora lo scandalo dello spionaggio espone il presidente Obama ad un esame, forse ben più duro di quello afghano o di quello iraqeno, la gestione e la soluzione di tale problema rappresenterà il futuro stesso della politica estera americana, giacché non è pensabile una strategia da portare avanti in solitaria. I nuovi equilibri mondiali obbligano anche gli USA a trattare i propri alleati, finalmente, in modo paritario: se Obama riuscirà a comprendere a fondo questo elemento ed a tradurlo in pratica otterrà due obiettivi in un colpo solo: avere avuto un successo personale invidiabile sul piano storico e porre le basi per una supremazia americana, non più solitaria ma da primo fra i pari, l’unica via possibile per restare la nazione più importante del mondo.
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