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mercoledì 11 dicembre 2013
Dubbi americani sulle reali intenzioni dell'Iran
La pressione interna ed esterna sui diplomatici americani, che hanno condotto il negoziato sul nucleare iraniano, comincia a mostrare che i risultati raggiunti non sono poi così netti e sicuri, come in un primo momento si voleva fare credere. Certamente il cambio di governo a Teheran ha prodotto un cambio di direzione nei rapporti con Washington, che, tuttavia, restano sempre ufficialmente interrotti dal 1980. Ma il peso di chi è scettico verso le intenzioni dell’Iran sta aumentando, anche perché, quello che filtra dal paese scita, sembra essere un comportamento in linea con gli esecutivi precedenti, soltanto ammorbidito dalla cordialità dei nuovi esponenti. Il timore è che Teheran punti ancora una volta a guadagnare tempo per favorire lo sviluppo militare della propria tecnologia nucleare, facendo concessioni, che sulle prime sono sembrate avanzate, ma che in realtà sarebbero tutte da verificare. Questo atteggiamento si concilia con la necessità iraniana di attenuare le sanzioni, punto centrale del programma elettorale di Rohani, ma, nello stesso tempo, potrebbe permettere ai fautori locali della necessità dell’arma atomica di guadagnare tempo prezioso. Se così fosse si assisterebbe all’ennesima ripetizione della strategia iraniana. Il capo della diplomazia americana, Kerry, pur difendendo l’accordo raggiunto con l’Iran, davanti alla commissione degli affari esteri della Camera dei Rappresentanti statunitense, ha ammesso che anche il comportamento del nuovo governo del paese iraniano non possa essere ancora valutato con l’intera certezza che alle parole ed ai propositi sottoscritti, seguano i fatti concreti. Si tratta di un dubbio di non poco conto, soprattutto se espresso dal massimo negoziatore americano e quello che si è più speso per il raggiungimento dell’accordo. Non si comprende se l’esternazione di questi dubbi rientri in una tattica specifica per indurre il governo di Teheran ad accelerare le ispezioni e fugare così i crescenti dubbi sulle sue intenzioni, oppure se si tratti di sensazioni che il Segretario di stato provi in maniera sincera. In questo caso l’Iran perderebbe , probabilmente, ogni credibilità e con essa la possibilità di rientrare nel consesso internazionale a pieno titolo, uscendo da un isolamento sempre più opprimente. Questa eventualità è quella più temuta dall’amministrazione Obama, che puntava a chiudere la questione iraniana per rilanciare la propria politica estera; ma non si tratterebbe soltanto di un fallimento della Casa Bianca, quanto di ridare possibilità a tutte quelle parti che si sono sempre dette contrarie all’accordo con l’Iran, proprio a causa della sua inaffidabilità. Si tratta di una lista molto lunga, che va da esponenti del Partito Democratico, quello del Presidente e del Segretario di Stato USA, al Partito Repubblicano, che su questa eventuale sconfitta può costruire una strategia capace di risollevarlo dalle sue sconfitte elettorali, fino agli alleati più scettici come Israele ed Arabia Saudita. Il primo passo dell’accordo firmato a Ginevra, prevede un regime transitorio mira a contenere il programma nucleare civile dell’Iran, in cambio di una riduzione delle sanzioni: è un primo passo che serve a mostrare in modo chiaro le intenzioni dei Teheran; senza questo passaggio obbligato in maniera positiva, tutto l’impianto costruito con fatica dai negoziati svizzeri rischia di diventare carta straccia. Non passare questo primo punto significherebbe, però, anche un danno economico per l’Iran, su cui incombe una proposta repubblicana presentata al parlamento incentrata proprio sull’inasprimento delle sanzioni. Certamente la situazione è di stallo, se il parlamento americano accoglie l’aumento delle sanzioni quando ancora non è compiuto l’iter previsto, l’Iran si sente autorizzato a non dare corso alle concessioni sulle ispezioni, viceversa se Teheran continua nella tattica del temporeggiamento le sanzioni vengono aumentate sicuramente. Mai come ora deve essere Teheran a dimostrare in tempi rapidi le sue buone intenzioni e condurre la trattativa con atti significativi ed esemplari, l’amministrazione di Obama più di così non può spingersi oltre.
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