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martedì 14 gennaio 2014
La Cina vuole aumentare la sua zona economica esclusiva
La Cina allarga il confronto sullo sfruttamento delle risorse del Mare Cinese Meridionale, contestando il diritto alla pesca per i natanti provenienti da Filippine, Vietnam, Brunei, Malesia e Taiwan. Il problema è la dimensione che Pechino vuole dare alle proprie acque territoriali, estendendo la propria sovranità ben oltre i limiti sanciti dal diritto internazionale. Le pretese cinesi si estendono su di un’area di costa che non otrà mai essere condivisa da alcun stato limitrofo. Queste provocazioni cinesi si aggiungono così alle contese in corso con Giappone e Corea del Sud per la sovranità rivendicata su alcuni arcipelaghi e che riguardano ancora la pertinenza della zona economica esclusiva. La politica cinese appare illegale ed in aperta violazione delle legittime aree di esclusività economica degli altri stati. Questo atteggiamento, che per ora si è esplicato soltanto in via diplomatica, rischia di provocare incidenti che possono svilupparsi in direzioni pericolose. Anche se i casi che riguardano Giappone e Corea del Sud sono differenti da quelli che concernono gli altri stati, esiste un comune denominatore che segnala la volontà cinese di rivendicare il dominio di una zona importante anche per le vie di comunicazione. D’altro canto se per le isole contese, è scesa in campo, a livello dimostrativo, l’aviazione e la marina militare, nulla vieta che anche nelle zone contestate a Filippine, Vietnam, Brunei, Malesia e Taiwan non cominci un pattugliamento costante delle unità navali cinesi. Se gli Stati Uniti, che hanno fatto della zona, un territorio centrale per la propria politica estera, guardano con preoccupazione l’evolversi della situazione, Pechino ha già avvisato Washington di non entrare nella questione, perché ritiene la zona di sua esclusiva competenza. Per ora siamo ancora alle schermaglie verbali, o poco oltre, ma il neoimperialismo cinese non deve essere sottovalutato affatto, soprattutto se messo in relazione con l’ingente programma di sviluppo militare, sostenuto da un budget economico considerevole. Questi episodi portano alla conclusione che la zone potenzialmente pericolosa deve essere aumentata ben oltre le acque limitrofe a Tokyo o a Seul. Questo fatto provoca l’innalzamento del livello di tensione in una parte del pianeta che ha accresciuto la sua importanza per l’elevato tasso di crescita economica e per il suo assetto geopolitico. Washington ha investito molto in piani di politica estera per questa regione, che ha assunto un ruolo centrale proprio con l’amministrazione Obama. Per ora l’atteggiamento americano è di attesa, tuttavia, gli USA hanno già preso contatti con i paesi interessati dal comportamento cinese, per sviluppare nuove alleanze, sia di tipo economico, che militare; ciò ha irritato Pechino non poco e proprio questa irritazione potrebbe essere dietro l’accelerata delle rivendicazioni cinesi. Il grosso torto della Cina è di non avere saputo muoversi prima, come ha fatto in altre zone del pianeta, attraverso i propri potenti mezzi economici ed anche per una scarsa attitudine alla pianificazione diplomatica, che poco si concilia con la propria politica dirigista. Gli Stati Uniti hanno saputo allacciare contatti prevenendo le mosse cinesi ed anche facendo leva sullo spauracchio di un vicino troppo potente ed assettato di fonti energetiche. Ma siamo soltanto all’inizio della contesa: la Cina non potrà spingersi troppo oltre se vorrà mantenere una situazione di equilibrio che non danneggi soprattutto la mobilità delle proprie merci. Pechino non gradirebbe vedere solcare i mari che rivendica dalle portaerei americane, tuttavia non cederà facilmente alle proprie pretese, che, anzi, aumenterà per ottenere sicuri risultati. Una questione in evoluzione, quindi, che è destinata a diventare sempre più centrale nei dibattiti di politica internazionale.
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