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martedì 14 gennaio 2014
L'Egitto al voto sulla nuova costituzione
L’appuntamento alle urne, per il referendum costituzionale egiziano, consente un facile pronostico sull’esito favorevole che il paese dovrebbe accordare all’approvazione della nuova legge fondamentale. Tuttavia, quello che preoccupa il governo è quello che sarà il dato finale dell’affluenza alle urne. L’esecutivo considererebbe positivo un valore intorno al 33%, uguale al numero dei votanti delle scorse elezioni; ma nonostante questo valore, che potrebbe sembrare basso per i dati europei, le previsioni non sono ottimistiche sul raggiungimento di questa soglia. Una delle ragioni principali risiede nella tattica degli oppositori delle forze armate, che pur non indicando il no come scelta di voto, hanno puntato sulla diserzione dalle urne come metodo di contestazione pacifica, per evitare la repressione dell’esercito. Questa scelta ha accomunato sia i partiti confessionali, anche quelli messi fuori legge, che quelli laici, ma che non si riconoscono nei metodi anti democratici e repressivi del governo. L’intenzione è quella di delegittimare il referendum, attraverso il basso numero di partecipanti, e quindi la nuova carta costituzionale, che è avvertita come imposta dall’alto, non costruita cioè da una base popolare legittimamente eletta e che presenta al suo interno elementi che forniscono troppo potere alle forze armate. Occorre considerare però, che la tattica di boicottare l’appuntamento referendario si inserisce facilmente in una società dove la scarsa partecipazione al voto appare un elemento distintivo, dovuto anche alla poca abitudine all’esercizio del diritto di voto. Gli anni di dittatura hanno creato una mancanza di affezione alle votazioni, che gli esiti della primavera araba non hanno contribuito a modificare. La società egiziana è alle prese con una crisi economica rilevante, che non consente un interesse per le questioni costituzionali, che l’argomento meriterebbe. Secondo alcuni sondaggi soltanto il 5% degli egiziani avrebbe letto completamente il testo della nuova legge fondamentale, il 39% solo alcune parti, mentre il 59% non avrebbe letto nulla. Si tratta di presupposti che non possono fare sperare bene il governo, ma che non devono neppure indurre sentimenti positivi nelle opposizioni. La scarsa fiducia nella popolazione è dovuta alla delusione della condotta di governo dei vincitori delle ultime elezioni, i Fratelli musulmani, ora messi fuori dal contesto legale del paese, occupati ad instaurare la sharia, anziché risollevare il paese dalla crisi in cui versava e si trova tutt’ora. Il nuovo governo dei militari ha continuato questa politica, ma dalla parte opposta, preoccupandosi di debellare il pericolo religioso dalla vita politica, ma ancora senza migliorare le condizioni di vita della popolazione. Il risultato è stato portare nel corpo elettorale e quindi nella società egiziana, la disillusione ed il disincanto, che hanno allontanato ulteriormente i cittadini dalla politica. Questo stato di cose, però, può favorire soltanto soluzioni niente affatto concilianti con la democrazia, come si è visto peraltro nel recente passato: uno stato governato da estremisti religiosi, che non tenevano in minimo conto le esigenze delle minoranze è passato ad una semi dittatura militare. Un Egitto in queste condizioni non serve prima di tutto a se stesso, ma neppure agli alleati occidentali, che si preoccupano di essere al fianco di un governo autore di brutalità repressive. D’altra parte la condotta dei movimenti religiosi aveva determinato soltanto un passaggio da una dittatura oligarchica ad una non meno illiberale. L’unica speranza per il paese è che le parti del governo più vicine all’ideale democratico riescano a contenere il potere militare per consentire una evoluzione, anche lunga, che possa permettere il miglioramento delle condizioni politiche e civili per l’Egitto.
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