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martedì 18 febbraio 2014

Israele minacciato da Al Qaeda

La situazione di stallo che si è determinata in Siria, con il nulla di fatto delle trattative, crea una situazione potenzialmente più pericolosa per Israele. Uno scenario possibile è che la caduta di Assad non favorisca l’ascesa al potere della parte democratica dell’opposizione, ma gli integralisti sunniti, di cui Al Qaeda costituisce l’azionista di maggioranza. Fino ad ora per Tel Aviv la protezione del proprio territorio risultava relativamente agevole, Assad era un nemico soltanto a parole, con il quale la convivenza scorreva pacifica, le sporadiche minacce da Hezbollah si concretizzavano con il lancio di alcuni missili, che spesso finivano in territorio desertico e con l’Egitto, prima di Mubarak, poi della giunta militare, vi è sempre stata identica veduta sulla reciproca esigenza di controllare il Sinai; soltanto nella parentesi di Mursi questa convivenza si è allentata, ma l’esperienza al governo dei Fratelli musulmani sembra ormai conclusa. Restava la striscia di Gaza dove concentrare il grosso dell’attenzione militare e la disparità dei mezzi e delle forze in campo consentivano un controllo generalmente agevole. Nel frattempo l’attività di Al Qaeda è stata sottovaluta: si è creduto che con l’eliminazione di Bin Laden, peraltro già ai margini dell’organizzazione, il gruppo terroristico fosse stato drasticamente ridotto nella sua operatività. Così non è stato, l’avvento delle primavere arabe ha creato spazi notevoli per l’inserimento degli integralisti, che costituiscono il terreno di coltura migliore per la crescita di Al Qaeda. L’esasperazione del conflitto tra sunniti e sciti è poi stato un altro motivo di espansione del gruppo terroristico, che ha saputo beneficiare degli aiuti precipitosi dei paesi del Golfo, che pensavano di usare i fondamentalisti come pedine nella loro lotta contro Assad. Proprio la guerra siriana ha permesso la discesa in campo effettiva di Al Qaeda in una guerra che da nazionale ora rischia veramente di allargarsi a tutta una regione cruciale per gli equilibri mondiali. Il piano dei fondamentalisti, guidati proprio da Al Qaeda, è quello di conquistare la Siria per poi circondare Israele. Certo si tratta di un piano oltremodo ambizioso, ma che può trascinare Tel Aviv in uno stato di assedio continuo, fino a portarlo dentro una guerra asimmetrica di dimensioni mai viste. Un tale scenario non conviene a nessuno dei paesi della zona: per primi gli stati del Golfo, che hanno perso il controllo della situazione sui gruppi estremisti e che rischiano di ricevere il contagio integralista, ma al di fuori delle rigide regole imposte dalle loro organizzazioni statali, all’interno dei loro confini, con la prospettiva di essere impegnati in un fronte interno di dimensioni difficilmente prevedibili. Neppure per l’Iran questa possibilità è augurabile, gli integralisti sunniti hanno esasperato il conflitto religioso contro gli sciti e Teheran rischia un isolamento altrettanto grave che quello imposto dalle sanzioni per il nucleare. La Russia, a sua volta, teme il contagio islamico nella regione caucasica, ed è questa la ragione del suo ostruzionismo in favore di Damasco nelle trattative di pace. Ma questi aspetti appaiono collaterali se paragonati ad una minaccia diretta contro Israele. La politica difensiva di Tel Aviv non ammette defezioni e questa minaccia appare molto più concreta che le minacce provenienti dall’Iran del vecchio corso. In caso di bombardamento o lancio di missili dalle zone siriane eventualmente conquistate da Al Qaeda la risposta israeliana non si farebbe certo attendere ed andrebbe ad innescare il tanto temuto allargamento del conflitto di Siria, nella zona più delicata. Non è un caso che Israele nelle questioni siriane tenga un basso profilo, per Tel Aviv, anche se non può dirlo apertamente, la migliore soluzione è la permanenza al potere di Assad, che ha finora garantito verso il paese israeliano un atteggiamento di pacifica non belligeranza. Tuttavia l’intenzione di Al Qaeda è quella di scatenare una lotta contro Israele ed identificarla come simbolo di appartenenza di tutti i musulmani, una mossa astuta che farebbe guadagnare consensi all’organizzazione in tutto il mondo arabo. Questa tendenza è stata compresa da diverso tempo dagli USA, che spingono per un accordo per la creazione dei due stati, una soluzione in grado di contrastare, sul piano mediatico, la guerra santa lanciata dall’organizzazione terroristica. In quest’ottica l’atteggiamento di Israele appare miope, troppo rigido e, soprattutto, senza prospettiva, se non con quella, che sembra di fantapolitica, ma non lo è troppo, di finire per allearsi anche con gli eterni nemici iraniani, con i quali, ormai, condividono molti interessi. Sul piano internazionale, allargando la veduta oltre la situazione regionale, è chiaro che l’eventualità di un accerchiamento di Israele preoccupa prima di tutto gli USA, che a causa della loro alleanza con Israele, sarebbero automaticamente coinvolti, ma anche le Nazioni Unite, che non potrebbero mantenere il loro atteggiamento passivo e bloccato dal Consiglio di sicurezza su di una crisi di tale portata. La soluzione è trovare un accordo comune che abbia l’obiettivo di mettere nella condizione di non nuocere i gruppi integralisti in Siria e favorire il dialogo tra l’opposizione democratica ed Assad per la creazione di un governo di transizione, che possa aprire una fase nuova nel paese siriano. Viceversa l’allargamento della guerra verso Israele, con tutte le sue conseguenze, non potrà che diventare una realtà dei prossimi periodi.

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