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mercoledì 19 febbraio 2014

La trattativa sul nucleare iraniano verso la chiusura

La trattativa sul nucleare iraniano entra nella dirittura finale. Il prossimo incontro che si terrà a Vienna ha il compito di perfezionare gli accordi già definiti in modo da rispettare le volontà tra le parti. Per gli USA è importante avere la certezza effettiva che l’Iran non abbia l’intenzione, ed i mezzi, di costruire l’ordigno nucleare; per Teheran è fondamentale vedersi finalmente riconosciuto il diritto a sviluppare la sua tecnologia atomica a fini civili, fattore importante per l’economia del paese e per non svilire una questione che è orami divenuta di orgoglio nazionale, sentita un poco in tutte le fasce della società iraniana, secondo i dettami del gruppo dirigente. Ma per l’accordo definitivo vi sono ancora sei mesi di tempo, in quanto dovrebbe essere raggiunto entro luglio. In questo periodo dovranno essere concordati i punti salienti che saranno fissati in questi giorni. Di fronte saranno, ancora una volta, il ministro degli Esteri e capo della delegazione iraniana, Mohammad Javad Zarif, e la responsabile della politica estera europea Catherine Ashton , affiancata dai rappresentanti dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ( Stati Uniti , Cina, Russia , Regno Unito e Francia ), coadiuvati dalla Germania (insieme da cui deriva il nome del gruppo 5+1). Si tratta dei diplomatici, che nello scorso novembre hanno raggiunto gli accordi provvisori a seguito dei quali l’Iran ha fermato l’arricchimento dell’uranio, cui è seguita una prima, ma più che altro simbolica, revoca delle sanzioni. Davanti alle trattative, in realtà, vi sono più dei sei mesi attesi, dato che il periodo di negoziazione è estendibile per ulteriori sei mesi, si tratta, comunque di un tempo sufficiente per chiudere una pagina travagliata dei rapporti internazionali, che dura da almeno un decennio. L’atteggiamento iraniano è sempre quello positivo instaurato dal nuovo presidente Rohani, che si è detto appena dopo la sua elezione disponibile ad accogliere gli ispettori dell’Agenzia Internazionale dell’Energia Atomica, ma ciò non è sufficiente ad una revoca più sostanziosa delle sanzioni, per cui è necessaria la chiusura di un impianto di arricchimento e lo stop ad alcune centrifughe, come richiesto dagli USA. Implicitamente la controparte iraniana ha già accettato l’arricchimento dell’uranio fino al 5%. Siamo quindi sulla buona strada per concludere un accordo che serve ad entrambe le parti. Per l’Iran è importante chiudere il periodo dell’ostracismo internazionale, vedersi revocate le sanzioni e rientrare nell’arena internazionale come protagonista; per gli USA chiudere una annosa questione nel quadro regionale, sempre delicato del medio oriente, anche se le pressioni contrarie israeliane continueranno ad essere pesanti. Lo sblocco della sanzioni va visto anche come una opportunità economica a livello generale: Teheran potrà rimettere in circolo nel mercato mondiale la sua produzione di petrolio e di gas, con un beneficio sicure dal lato dell’abbassamento dei prezzi, mentre per le nazioni esportatrici il mercato iraniano, composto da 80 milioni di potenziali consumatori, potrà diventare mercato in espansione. Ma se dal fronte dei negoziatori tutto sembra fare propendere per il raggiungimento dell’accordo i problemi maggiori possono venire dagli avversari politici interni, della trattativa. Su entrambi i fronti, infatti, esistono voci contrarie all’accordo, che si basano su di una scarsa fiducia reciproca, queste voci contrarie provengono dagli ambienti che non si sono ancora rassegnati a vedere firmare un accordo di pace tra due nazioni un tempo acerrime nemiche. Negli USA sono i repubblicani i principali nemici dei negoziati, tradizionalmente diffidenti di ogni apertura in politica estera ed influenzati dagli ambienti ebraici, vicini all’opinione del governo israeliano, potrebbero giocare un ruolo pericoloso cercando di boicottare nelle sedi parlamentari statunitensi la ratifica dell’eventuale trattato. In Iran, invece, sono gli ambienti religiosi più intransigenti a non fidarsi degli Stati Uniti, che vedono come manovratori falsamente interessati alla pace, ma più propensi all’indebolimento del paese iraniano.

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