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lunedì 17 febbraio 2014

Lo scenario siriano dopo il fallimento di Ginevra

Il fallimento dei negoziati per la Siria non deve sorprendere, perché risponde alla tattica che Assad ha utilizzato fin dall’inizio del conflitto, finalizzata all’obiettivo di guadagnare tempo. Ancora una volta il dittatore di Damasco raggiunge il suo scopo e prolunga il suo tempo utile in attesa di una qualche sviluppo a lui favorevole. Stupisce, piuttosto, che, sia l’ONU, che gli USA continuino a dare credito ad Assad, attendendosi dei risultati impossibili. Il governo siriano è responsabile di avere fatto fallire i negoziati di Ginevra, come è responsabile di attuare uno smaltimento molto rallentato delle armi chimiche. In entrambi i casi non è possibile non scorgere un disegno comune, che segue il medesimo filo conduttore: la concessione di poche cose, tanto basta per scongiurare possibili ritorsioni e poi tornare ad attuare la repressione feroce degli oppositori, in spregio ad ogni regola. La situazione generale della guerra, sul piano internazionale, ora rischia di richiamare gli Stati Uniti al loro ruolo di gendarme del mondo, una condizione non certa gradita da Obama. Trovare una soluzione anche solo per il cessate il fuoco, non appare facile senza un impiego di contingenti esterni sul terreno o l’uso della forza aerea in grado di fare rispettare una zona di non volo che sappia costringere l’aviazione di Assad a cessare i bombardamenti sulle zone ribelli, che hanno causato molte vittime tra i civili. Entrambe le opzioni non sono percorribili per l’unica via a livello sovranazionale: quella del Consiglio di sicurezza dell’ONU, bloccato dal veto cinese, ma soprattutto da quello russo. Mosca è stata accusata esplicitamente da John Kerry di aiutare costantemente il regime di Damasco con forniture militari, mentre erano in corso i negoziati. L’accusa è pesante è non potrà non avere conseguenze, prima fra tutte anche quella di bloccare le ultime residue speranze sul processo di pace. D’altro canto il comportamento del Cremlino non è stato del tutto lineare, proprio perché non imparziale nella questione; per la Russia la Siria continua ad essere strategica perché vi è l’unica base militare di Mosca nel Mediterraneo e questo privilegio può assicurarlo solo Assad. L’opposizione democratica, infatti, in caso di vittoria, non dovrebbe mantenere questo privilegio alla flotta militare di Putin, perché considera la Russia troppo collusa con il regime di Damasco. Inoltre a Mosca temono l’avanzata degli islamici ch controllano il nord est della Siria, perché una loro salita al potere potrebbe favorire l’espansione dell’integralismo islamico nelle regioni caucasiche. Questo timore, condiviso anche da Washington, è l’unico punto in comune che attualmente viene condiviso tra USA e Russia sulla guerra siriana. D’altronde proprio questo timore ha impedito alla Casa Bianca di fornire maggiore aiuto anche alle forze di opposizione democratica, perché si temeva che questi aiuti potessero finire verso gli integralisti. Come si vede la situazione, dopo la fine inconcludente delle trattative di Ginevra, appare bloccata e l’unica via di uscita possibile è un intervento al di fuori del perimetro dell’ONU. Scartando l’ingresso di truppe di terra di interposizione, soluzione che Washington non ha mai preso in considerazione, e che, al limite, potrebbe essere attuata da militari provenienti dai paesi arabi, che avrebbero però l’incognita di scatenare una reazione iraniana, la soluzione maggiormente praticabile è l’istituzione di una zona di non volo, anche senza l’avvallo del Consiglio di sicurezza. Ciò potrebbe permettere uno sviluppo del conflitto maggiormente equilibrato, dato che i ribelli non dispongono di mezzi aerei, che potrebbe avere come effetto lo sblocco della soluzione del governo di transizione. Non si tratterebbe di una soluzione definitiva, data la complessità della trattativa del futuro di Assad, ma si potrebbe ottenere un cessate il fuoco e, soprattutto, la fine dei bombardamenti sulle zone ribelli, che hanno avuto per oggetto i quartieri residenziali, più che gli obiettivi militari. Ma per fare questo occorrono soggetti internazionali prima di tutto politici pronti ad assumersi la responsabilità di tale atto. Oltre agli USA, soltanto la Lega Araba e la UE potrebbero operare in tal senso. Di fronte ad una decisione di tutti e tre questi soggetti, anche la Russia dovrebbe scendere a più miti consigli.

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