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mercoledì 16 luglio 2014
Le tattiche sbagliate di Israele e di Hamas
Alla base dramma dei palestinesi della striscia di Gaza, vi sono, all’opposto, due visioni miopi, incentrate su prospettive di breve periodo. Infatti sia la tattica di Israele, che quella di Hamas, potrà portare risultati, che entrambe le parti possono ritenere favorevoli, o comunque strumentali, a breve termine, ma che produrranno, inevitabilmente effetti fortemente negativi sul lungo periodo. Tel Aviv, che si sta distinguendo per una repressione crudele basata sulla negazione dei più elementari diritti della popolazione civile, uccidendo e distruggendo in maniera indiscriminata il già fortemente indebolito tessuto sociale di Gaza, si sta indirizzando verso il biasimo ed il conseguente isolamento internazionale, già avviato dalla comunità diplomatica per le resistenze al processo di pace. Quello che si percepisce è che il paese israeliano stia sfruttando un avvenimento nefasto per mettere in campo una repressione a lungo pensata e progettata; la speculazione di Tel Aviv, non produrrà, però, soltanto la censura dei paesi esteri ma favorirà la crescita del fondamentalismo islamico, che troverà ancora una volta nella situazione palestinese la scusa efficace per addensare sui movimenti integralisti il favore delle folle dei paesi arabi. Si tratta della conclusione più logica di un processo iniziato con il rifiuto delle trattative sul processo di pace, nonostante la buona volontà di Abu Mazen, e concluso con la sanguinosa repressione di Gaza. Nel contempo l’esasperazione dei palestinesi ha superato anche il favore per Hamas, per dirigersi verso le posizioni ancora più oltranziste di formazioni musulmane, che hanno legami molto stretti con l’esercito dello stato Islamico dell’Iraq e del Levante. Occorre ricordare che le milizie del califfato sono al confine della Giordania ed un obiettivo della nuova entità è proprio quello di assoggettare, se non tutto, almeno parte del stato al confine con Israele. La speranza, che proviene dalla disperazione, di molti palestinesi è che questa possibilità diventi realtà e che Israele sia colpito dal lato orientale. Questa prospettiva, nel segno del tanto peggio tanto meglio, appare un suicidio per Hamas, perché verrebbe scavalcato nelle posizioni estreme e perderebbe influenza sulla striscia di Gaza. Si spiega così, come una disperata strategia di recupero di consensi, il rifiuto ad una trattativa con Israele, che i capi dell’organizzazione hanno definito come una resa. Si capisce che questi calcoli politici e militari avvengono sulla pelle dei palestinesi costretti a subire la tattica suicida di Hamas, che, nello stesso tempo, fornisce la giustificazione ad Israele di infierire su di un territorio già fortemente provato. Dietro la situazione, tutta in evoluzione, si muove una diplomazia quasi assente, che si distingue per inefficienza ed immobilismo. Il ruolo dell’Egitto è fortemente ridimensionato a causa della sfiducia di Hamas, legata ai Fratelli Musulmani e quindi osteggiata da Il Cairo, anche a causa della distruzione dei tunnel tra i due paesi, che costituivano la fonte principale per l’economia di Gaza. Hamas ha richiesto l’intervento di Turchia e Qatar, che reputa più affidabili alla propria causa e che dovrebbero giocare un ruolo importante per un eventuale cessate il fuoco. Gli USA continuano con una linea di incertezza, che conferma tutta la debolezza dell’amministrazione Obama in campo internazionale, divisa tra le pressioni degli ebrei statunitensi , l’obbligo morale di fermare la carneficina dei loro alleati ed il fallimento della politica dei due stati sullo stesso territorio. La UE ancora una volta, dimostra tutta la sua fragilità internazionale per mancanza di strumenti comunitari e divisioni tra i propri membri. Sul piano politico internazionale, quindi, dove non si vede un efficace piano di contrasto al deterioramento della situazione, da parte di alcun attore rilevante, si stanno profilando le condizioni più favorevoli per una situazione al di fuori di ogni controllo, che potrebbe favorire azioni estreme da una parte e dall’altra. Le conseguenze per la stabilità regionale, sarebbero definitivamente compromesse ed andrebbero ad influire su quelle mondiali, specialmente se collegate allo stato di estrema instabilità di tutta l’area mediorientale. Troppi attori in campo non hanno la moderazione nelle loro qualità e ciò fa della regione mediorientale una polveriera pronta ad esplodere.
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