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mercoledì 27 agosto 2014
Chi ha vinto a Gaza?
La tregua di Gaza mette fine a 50 giorni di combattimenti, con oltre 2.000 vittime tra i palestinesi, la gran parte civili, e 70 tra gli israeliani. Entrambe le parti hanno presentato questo stop al conflitto in maniera vittoriosa, ma in realtà non sembra che vi sia un vincitore che possa vantare un risultato netto. Certamente sul piano militare, ma non poteva essere altrimenti, Israele ha inferto un grave colpo alla struttura militare di Hamas, distruggendo circa il 30% del suo arsenale missilistico, danneggiando in modo irreparabile un gran numero di tunnel, che portavano fin dentro il territorio israeliano e decimandone in maniera sostanziale i combattenti. Tuttavia le perdite subite da Israele parlano di ben 64 militari, una cifra considerevole che non si registrava dal 2006, nella guerra con il Libano. Ma il risultato militare da solo serve relativamente, ben più importanti sono i riflessi che determina all’interno dei rispettivi schieramenti. Netanyahu è partito con una approvazione interna elevata ed ha concluso il conflitto con un gradimento più basso, dovuto a motivi opposti; da destra si rifiuta un qualsiasi dialogo con Hamas, anche se da vincitori, da sinistra si teme, al contrario, che la trattativa con Hamas abbia legittimato il movimento estremista a discapito della fazione guidata da Abu Mazen. Ma il risultato più negativo, per il governo israeliano, è la condanna internazionale ed il relativo isolamento, ma soprattutto la forte tensione con Washington. Si può tranquillamente affermare che questo è il punto più basso per le relazioni tra i due paesi, un argomento che Israele dovrà affrontare con gli Stati Uniti da un punto di partenza non certo di forza. L’importanza di ristabilire relazioni caratterizzate da un legame stretto con il governo americano risulta fondamentale per il paese israeliano, alla luce dello scenario che si sta sviluppando nella regione mediorientale, dove gli equilibri sono in continua evoluzione, dai rapporti degli USA con i paesi del Golfo Persico, a quelli con l’Iran e la presenza inquietante del soggetto emergente del califfato. Per ora il governo israeliano può vantare un sodalizio molto forte con l’Egitto, che ha guadagnato un ruolo da protagonista sulla scena internazionale, guidando le trattative tra le due parti. Il Cairo, come Tel Aviv, è interessata a debellare tutto quello che è portatore di estremismo musulmano, tuttavia ha saputo condurre un negoziato difficile malgrado Hamas sia un alleato dei Fratelli Musulmani. Nonostante questo particolare, l’Egitto è riuscito a mediare tra due parti, dove una era in stretto contatto con il movimento messo fuori legge dal governo di Al Sisi, riscuotendo un risultato notevole, cosa che non può che farne salire il prestigio. Per Il Cairo questa affermazione significa la riabilitazione dell’immagine del governo, messo sotto accusa per le repressioni seguite alla destituzione di Mursi e ne determina come uno dei veri vincitori della guerra di Gaza. In ambito palestinese, Hamas, nonostante tutti i proclami di vittoria, esce ridimensionato nel gradimento del tessuto sociale della Striscia, a causa delle troppe vittime civili, dovute all’uso di abitazioni popolari come arsenali militari. L’accusa israeliana di usare scudi umani, da parte di Hamas, non discolpa Tel Aviv dai metodi usati, ma risulta veritiera. Tuttavia le accuse rivolte al governo di Netanyahu da parte della destra e della sinistra israeliana sono giustificate: da un isolamento quasi totale, Hamas era appoggiato solo da Turchia e Qatar, le trattative con Israele costituiscono una legittimazione indiretta di quello che il governo di Israele considera alla pari dei terroristi dello stato dell’Iraq e del Levante. Resta da vedere se questo nuovo peso politico sarà sufficiente a contrastare quello crescente di Abu Mazen, che durante la crisi si è speso per una soluzione a favore dei civili, legittimandosi come guida di tutto il popolo palestinese. Risulta significativo che le donazioni per la ricostruzione di Gaza sono state fatte al presidente dell’Autorità Palestinese anziché ad Hamas. Ora, se Israele è interessato effettivamente al processo di pace ed alla ripresa del progetto americano dei due stati, non può prescindere da Abu Mazen, che è la personalità che esce più rafforzata dai tragici fatti di Gaza.
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