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martedì 26 agosto 2014
Le incognite per Obama nella guerra con il califfato
Dopo l’offerta di Assad per una azione comune tra Siria e Stati Uniti per sconfiggere l’avanzata dello Stato Islamico, la risposta di Obama non è giunta a Damasco. La Casa Bianca non può dimenticare che Assad ha represso la protesta pacifica di chi chiedeva maggiore democrazia nel paese siriano, provocando il conflitto che dura ormai da tre anni. Tuttavia questo non significa che l’amministrazione Obama non intenda procedere al combattimento delle forze del califfato anche dal lato siriano. La sensazione è che sia in preparazione una azione militare aerea, sul tipo di quella che si sta svolgendo dalla parte irakena, che sarà preceduta da azioni di monitoraggio di aerei spia per preparare in modo accurato l’attacco alle postazioni degli integralisti. Non è chiaro se gli USA prenderanno accordi con la Siria, a cui comunque conviene questo aiuto inatteso, ma è chiaro che quello che si sta concretizzando prefigura, almeno, un accordo, anche non scritto di non belligeranza trai due paesi formalmente nemici. Questo aspetto rivela che la Casa Bianca si sta muovendo a breve termine, senza avere ancora elaborato un piano di lunga durata. D’altro canto sono ancora troppe le variabili che stanno condizionando lo scenario nel quale Obama è obbligato ad entrare. In primo luogo l’atteggiamento siriano quale sarà dopo una eventuale vittoria sugli integralisti presenti sul territorio di Damasco? Assad ha abituato a repentine variazioni ci comportamento, dettate da una ottima capacità di sfruttare le occasioni che si presentano per preservare il proprio potere; nella fase iniziale ed immediatamente successiva all’inizio della rivolta, la previsione di una caduta del regime dittatoriale era molto accreditata, ma con il passare del tempo Assad ha consolidato la propria posizione, scongiurando la sua decadenza, anche se confinato in una porzione più ristretta del territorio originario. Ora che l’avanzata dello Stato islamico è diventato un pericolo concreto per l’occidente, il presidente siriano trasforma questo fatto, che è un pericolo anche per la Siria, in opportunità per preservare se stesso, ma questo risultato, seppure accessorio nella lotta prioritaria al califfato, potrebbe peggiorare la percezione, già non proprio positiva, della capacità degli USA di gestire le crisi internazionali. Allo stesso modo però, potrebbe diventare anche una occasione per Obama, per concordare un passaggio democratico per la Siria. Questa opzione, in realtà appare remota perché non potrebbe avverarsi senza un allontanamento di Assad dalla Siria, una ipotesi prospettata quando le sorti per l’esercito regolare non erano delle migliori. Più verosimilmente Obama si troverà di fronte il presidente siriano che cercherà di accreditarsi come baluardo medio orientale contro l’avanzata dell’integralismo, una immagine certo contrastante con l’affossatore dei diritti umani del suo paese, ma difficilmente contrastabile in determinati settori del piano internazionale, come la Russia, l’Iran ed Israele. Un ulteriore aspetto di difficoltà è l’insufficienza dell’arma aerea come esclusivo strumento per la vittoria finale. Certamente in prima battuta la pressione dall’alto sarà decisiva per l’arretramento delle forze del califfato, ma senza uno sforzo terrestre congiunto, che comprenda le finalità di presidio del territorio, l’esercito dello stato islamico dell’Iraq e del Levante è destinato a restare un avversario non vinto. Questo fatto, in linee generali, implica una escalation del conflitto; gli USA sono contrari ad un impiego delle proprie truppe sia che si tratti di un ritorno in Iraq, sia che si tratti di entrare nel territorio siriano conquistato dal califfato. Qui dovrebbe entrare in gioco la capacità politica e la forza di persuasione dell’amministrazione della Casa Bianca, affinché questo compito sia svolto da contingenti provenienti dai paesi arabi; a questo proposito la Lega Araba appare l’interlocutore più adatto; questo perché appare impossibile una risoluzione rapida della crisi ma occorre un coinvolgimento integrale di nazioni che sono su fronti avversi, ma che possono concorrere tutte, attraverso le loro particolari influenze, alla pacificazione dell’area. Sicuramente se si imboccherà questa strada, l’assetto geopolitico della regione dovrà subire cambiamenti, perché dovranno essere assecondate le esigenze delle potenze cooperanti. Ma questo è l’aspetto più difficoltoso, giacché si dovranno conciliare le esigenze di soggetti come Iran ed Arabia Saudita, profondamente nemici, ma entrambe minacciate dal medesimo avversario, che non è il califfato, ma il modo di pensare e di agire degli uomini che lo guidano, una modalità di azione capace di intaccare dal di dentro stati ritenuti inattaccabili dal fronte interno. Questa dovrebbe essere la leva sulla quale Obama deve agire per ottenere dalle potenze regionali quella collaborazione essenziale, senza la quale sarà impossibile sconfiggere lo Stato Islamico. Se il presidente americano riuscirà a coagulare forze tanto differenti, allora potrà gestire anche il problema siriano con maggiore facilità, viceversa una sola vittoria militare, ancorché facile, rimanderà soltanto il problema di riuscire a fare trovare un equilibrio stabile all’area mediorientale.
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