Se si compie un’analisi della relazione tra la diffusione dell’estremismo islamico, al di fuori del califfato, e le relazioni di questi gruppi con lo stesso Stato islamico, si rilevano forti elementi di preoccupazione, che dovrebbero accelerare l’azione per la sconfitta urgente del fenomeno. Concretamente l’affermazione dei seguaci più integrali della jiahd, che mirano a costruire una entità statale regolata dalla interpretazione più dura della sharia, nei territori di Sira ed Iraq, rischia di innescare un processo su scala mondiale, capace di scatenare il confronto, su di una presunta base religiosa, tra occidente e paesi arabi, orientali, che può concretizzarsi con la guerra dentro alle nazioni del cosidetto nord del mondo. Il primo pericolo da affrontare sono gli attentati da parte dei terroristi di ritorno, i recenti fatti in Australia, dove le forze dell’ordine sono riuscite a sventare una organizzazione che poteva colpire il paese dall’interno, attraverso jihadisti tornati dal medio oriente, pone l’attenzione su di un fenomeno più volte segnalato e molto temuto; gli australiani, tutto sommato, sono stati fortunati perché hanno avuto a che fare con una organizzazione, che seppure piccola, aveva fornito elementi per essere individuata. Con organizzazioni formate da più individui l’aspetto investigativo è facilitato rispetto a singoli, slegati da ogni gruppo, capaci di attivarsi da soli e colpire senza alcuna avvisaglia. Questo aspetto, che è il più pericoloso, è quello che più mette a rischio i paesi occidentali da forme di attentati, che traggono alimento dalla propaganda del califfato. Questo rilievo, però può essere esteso a paesi, che non appartengono culturalmente e formalmente all’occidente, ma che per stile di vita e sviluppo industriale ed economico, non però per la parte politica, si avvicinano sempre di più, ma che hanno l’aggravante, al fine della stabilità interna, di avere sul proprio territorio comunità islamiche, che possono potenzialmente rappresentare un terreno di coltura per il terrorismo. Questi paesi si identificano chiaramente in Cina e Russia, che fino ad ora, soprattutto nella sede del Consiglio di sicurezza dell’ONU, hanno ostacolato l’azione americana, che mira ad un riconoscimento delle Nazioni Unite per la repressione del califfato. Pechino ha un problema annoso con la popolazione degli uiguri, di religione islamica, che vuole normalizzare nel quadro della conformità dello stato cinese, tendente a reprimere ogni diversità culturale, un atteggiamento che ha già provocato diversi atti terroristici e che può indurre all’adesione al califfato gli elementi più determinati. Per la Russia il problema dei rapporti con i ceceni e con le alte popolazioni del Caucaso, che si riconoscono nell’islam, è ancora più antico e proprio da queste zone proviene la maggior parte di combattenti stranieri nelle file delle forze armate dello Stato islamico. Anche in Giappone, dove pure l’adesione all’islam è più limitata, ma anche Tokyo deve guardare con preoccupazione al fenomeno dei terroristi di ritorno. Risulta superfluo parlare di Regno Unito e Francia, dove questa situazione è ben conosciuta.
Un fenomeno emergente soltanto perla cronaca è quello che riguarda i paesi orientali di Malesia, Filippine ed Indonesia, dove la presenza di formazioni di estremisti islamici è ben radicata e la collaborazione con il califfato è una occasione per reperire nuove risorse ed aumentare la propria reputazione sulla popolazione. L’azione che ha portato al rapimento di due cittadini tedeschi nelle Filippine, con conseguente minaccia di decapitazione, ricalca i modi operativi dello Stato islamico ed indica come l’invito del califfato ad esportare la jihad nel mondo sia già stato accolto a diverse latitudini. Un ulteriore elemento da non sottovalutare è costituito dalla forza del messaggio dello Stato islamico, capace di aggregare forze anche in contrasto tra di loro ed unirle sotto la bandiera nera del califfato, in nome dell’applicazione della legge islamica. Si tratta di una forma neppure troppo velata di sommare tendenze anti occidentali ed anche anti capitalistiche, sotto il segno unitario dell’islamismo integralista. Per tutti questi motivi risulta incomprensibile come l’ONU sia paralizzata di fronte a tali minacce, da interessi di singoli paesi e la stessa alleanza contro il califfato sia fermata da interessi contingenti di singoli stati, la Turchi prima fra tutte, che non permettono una visuale non di medio, ma neppure di breve periodo. La minaccia del califfato riguarda tutti i sistemi democratici e quelli non democratici che non vogliono essere condizionati da una visione distorta ed estremista della religione e rappresenta una occasione unica per unire popoli differenti contro una forza capace di sovvertire l’ordine e gli equilibri mondiali.
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