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giovedì 9 ottobre 2014

La Germania al bivio: permettere o no, meno rigidità sui bilanci?

Il dibattito sullo stato economico della Unione Europea accentua le divisioni tra i fautori del rigore e tra chi vorrebbe un allentamento dei vincoli di bilancio per rilanciare le proprie economie. Il ruolo di maggiore azionista di Bruxelles resta nelle mani della Germania, che si ostina a continuare la linea del rigore malgrado le conclamate necessità di derogare dai valori imposti, soprattutto per Italia e Francia. Berlino dovrebbe essere conscia che questi due paesi messi insieme rappresentano il più importante mercato per i prodotti tedeschi e la contrazione della produzione, che sta affliggendo la Germania, è causata anche dalla rigidità, che Berlino impone in sede comunitaria. Il crollo dei consumi unito all’incremento di una disoccupazione che denuncia percentuali sempre più alte, mette in crisi la stessa idea di Unione Europea e della moneta unica, grazie all’avanzata dei partiti di destra, in Francia, e di quelli populisti, in Italia, che hanno messo nei loro obiettivi la confutazione dell’unione monetaria e politica. Per l’economia della Germania l’euro è essenziale, perché senza di esso e con la divisa nazionale, il marco, non sarebbe riuscita ad arrivare al livello attuale di ricchezza, come è essenziale il libero scambio all’interno del territorio dell’Unione Europea. Berlino dovrebbe riflettere sulla rigidità delle sue posizioni, soprattutto alla luce del rallentamento della propria economia e delle cause che l’hanno provocato. Esistono, poi anche ragioni storiche che occorre ricordare alla signora Merkel: il costo dell’unificazione della Germania Ovest con la Germania Est e lo sforamento dei vincoli di bilancio  durante il governo di Gerhard Schröder, peraltro bilanciato da riforme che hanno contribuito in modo determinante a risollevare lo stato tedesco, allora definito il grande malato d’Europa. Ma la Germania non vuole usare un comportamento analogo con gli stati del sud Europa, finge di mostrarsi interessata alle riforme dei paesi in questione, ma al momento decisivo continua a mettere il veto. Il problema è doppio: da un lato la grande massa di investimenti tedeschi è stata fatta in titoli che hanno un basso rendimento e che quindi non possono permettersi fenomeni inflattivi, dall’altra il sistema produttivo della Germania teme la concorrenza delle industrie italiane e francesi in un contesto mondiale dove i margini sono sempre più ristretti. Non che Berlino abbia tutti i torti e tutte le responsabilità: la situazione debitoria di Italia  e Francia resta preoccupante, ma non si tratta di dare una apertura di credito senza garanzie: il superamento dei vincoli di bilancio dovrebbe essere, innanzitutto a valori piccoli e ben determinati, sostenuto da tagli della spesa importanti e da riforme decisive. Il problema vero di Parigi e Roma è la scarsa capacità di attrarre investimenti, che deriva da carenze strutturali di entrambe i sistemi politici, materie che la Germania vuole siano investite da nuove regolamentazioni. Occorrerà vedere, se in presenza di tali riforme, l’atteggiamento della Germania subirà variazioni e se le promesse di stimolare le economie attraverso l’aumento della domanda di beni e servizi con la flessibilità del deficit, fatte dalle Merkel saranno state sincere. Per l’Italia e la Francia l’impegno è gravoso, perché le riforme da attuare taglieranno la spesa pubblica e peggioreranno condizioni sociali in maniera netta, provocando disagio sociale anche a livelli tali da potere turbare l’ordine pubblico. In questo contesto non dare al tessuto sociale un qualcosa in cambio potrebbe portare alla paralisi la dialettica all’interno dell’Unione Europea, con conseguenze gravi per tutti. 

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